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    Requisiti morali del socio di maggioranza

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    N. 00132/2016REG.PROV.COLL.

    N. 00366/2015 REG.RIC.

    REPUBBLICA ITALIANA

    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

    Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA

    in sede giurisdizionale

    ha pronunciato la presente

    SENTENZA

    sul ricorso numero di registro generale 366 del 2015, proposto dalla società “A” s.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Francesco Consoli Xibilia, con domicilio eletto presso la Segreteria del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in Palermo, Via F. Cordova n.76;

    contro

    società consortile T.E. a r.l., in liquidazione, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Andrea Orlando, con domicilio eletto presso la Segreteria del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in Palermo, Via F. Cordova n.76;

    nei confronti di

    X. s.r.l., non costituitasi in giudizio;

    per la riforma

    della sentenza n.570 del 15.1.2015, pubblicata il 17.2.2015, con la quale il T.A.R. Sicilia, Sezione Staccata di Catania, Sez. IV^, ha respinto il ricorso e dichiarato improcedibile il ricorso per motivi aggiunti proposti dalla società “A” s.r.l. con il ricorso n.1278 del 2014.

     

    Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

    Visto l'atto di costituzione in giudizio della società consortile T.E. a r.l. (Stazione appaltante);

    Viste le memorie difensive;

    Visti tutti gli atti della causa;

    Nominato Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 ottobre 2015 il Cons. Avv. Carlo Modica de Mohac e uditi per le parti gli Avvocati Francesco Consoli Xibilia e Andrea Orlando;

    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

     

    FATTO

    I. A seguito di lettera di invito del 16.7.2013 della società consortile T.E. a r.l. (d’ora innanzi denominata “Stazione appaltante”), la società “A” s.r.l. partecipava alla procedura di gara (nella specie: una procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando, ai sensi degli artt.122, comma 7, e 57, comma 6, del D.Lgs. n.163/2007, d’ora innanzi denominato “codice degli appalti pubblici”) per l’affidamento dei lavori per il recupero funzionale dell’”ex macello comunale” del Comune di Maletto, da adibire a museo civico, con importo a base d’asta pari ad €.435.903,71.

    Ispirandosi al disposto dell’art.38 del codice degli appalti pubblici, i punti 4/B e 4/Ac del Disciplinare di gara stabilivano che la “società di capitali con meno di quattro soci” (d’ora in poi denominata anche “società di capitali a compagine sociale ridotta” o “a compagine sociale ristretta”) partecipante alla gara avrebbe dovuto indicare, a pena di esclusione:

    - i nominativi degli Amministratori (muniti di poteri di rappresentanza) e del Direttore Tecnico, nonché i nominativi del socio unico o del socio di maggioranza;

    - le quote di partecipazione societaria dei singoli soci.

    E - ciò che maggiormente importa ai fini della soluzione della presente controversia - nel caso in cui il socio di maggioranza fosse stato una ‘persona giuridica’, la c.d. “società di capitali a compagine sociale ridotta” avrebbe dovuto indicare il nominativo della ‘persona fisica’ titolare della quota di maggioranza di quest’ultima (cfr. punto 4/B del Disciplinare di gara).

    Com’è noto, ai sensi dell’art.38 del codice degli appalti pubblici (e, nella specie, del combinato disposto del comma 1, lett.b, e del comma 2 della citata norma), tali indicazioni hanno la funzione di individuare i soggetti tenuti all’obbligo di fornire la “dichiarazione” concernente la sussistenza dei “requisiti di carattere generale” (meglio noti come “requisiti morali”, consistenti nell’assenza a carico del dichiarante di determinate condanne, di misure di prevenzione anti-mafia, di procedimenti penali per determinati reati e di procedimenti per l’applicazione di misure di prevenzione, che la predetta norma indica specificamente); dichiarazione necessaria per partecipare a qualsiasi pubblica gara d’appalto.

    II. Le società “partecipanti alla gara” (d’ora in poi denominate “concorrenti”) presentavano le offerte unitamente alla documentazione richiesta dalla vigente normativa, dal Bando e dal Disciplinare di gara.

    In esito alla valutazione dei requisiti e delle offerte, la società “A” risultava ‘aggiudicataria provvisoria’.

    Ma la società X s.r.l., seconda classificata, contestava la valutazione del Seggio di gara, lamentando che la “A” non aveva reso in modo completo la dichiarazione prevista (‘rectius’: non aveva compiutamente fornito le informazioni e la connessa dichiarazione, prescritte) dal punto 4/B del Disciplinare di gara; e ciò in quanto non aveva indicato la precisa compagine sociale (gli estremi identificativi dei soci) della società “B” s.r.l., (società titolare di una quota pari al 50% del capitale di rischio della predetta società “A”).

    Il che - sempre secondo la prospettazione della ditta X - non avrebbe consentito alla Stazione appaltante:

    - di ‘individuare’ con precisione i soggetti (s’intende: ‘riconducibili’ alla società “A”) tenuti a fornire le dichiarazioni relative al possesso del ‘requisito generale’ (necessario per l’ammissione a partecipare alla gara d’appalto) sopra indicato (consistente nel fatto di non essere destinatario di misure di prevenzione antimafia né assoggettato a procedimenti volti ad applicarle);

    - di verificare, dunque, se le dichiarazioni in questione fossero state fornite da tutti - nessuno escluso - i soggetti tenuti a farlo:

    - e, in ultima analisi, di verificare se l’appalto fosse aggiudicabile o meno al soggetto classificatosi al primo posto.

    Inoltre la Stazione appaltante contestava alla società “A” di non aver prodotto le dichiarazioni concernenti il possesso dei requisiti di moralità (di cui all’art.38 del codice degli appalti) delle persone rivestenti la qualità di soci (anche di minoranza) della società “B”.

    Esaminata la documentazione e condivisa la prospettazione (ed il rilievo) della ditta X s.r.l., con nota prot. n.162 del 3.3.2014, il “Responsabile Unico del Procedimento” (d’ora innanzi denominato “R.U.P.”) comunicava alla ditta “A” l’avvio del procedimento di revoca dell’aggiudicazione provvisoria (per la ragione sopra esposta), invitandola comunque a fornire eventuali “controdeduzioni” entro dieci giorni dalla ricezione della stessa.

    Con nota del 10.3.2014 (trasmessa in pari data a mezzo posta elettronica certificata) la ditta “A” rispondeva:

    - di essersi attenuta al contenuto letterale (del punto 4/B) del Disciplinare di gara (che per le “società di capitali a compagine ridotta” fissava l’obbligo dichiaratorio in questione solamente nel caso in cui la ‘quota di maggioranza’ fosse stata detenuta da una ‘persona fisica’) e di avervi fatto affidamento (in buona fede);

    - che l’Amministrazione avrebbe dovuto utilizzare il c.d. “potere di soccorso” istruttorio di cui all’art.46 del codice degli appalti pubblici; o comunque chiarire come intendeva interpretare e applicare la prescrizione di cui al punto 4/B del Disciplinare di gara;

    - che, in ogni caso, la Stazione appaltante avrebbe potuto e dovuto acquisire “d’ufficio” - presso il Registro delle Imprese - le informazioni concernenti la compagine sociale (composizione societaria) della società “B”;

    - e, in ultimo, che la contestazione era inutilmente formale, posto che il Sig. “b” - che rivestiva la doppia qualità di Amministratore e legale rappresentante sia della società “B” che della società “C” (che è titolare di una quota pari al 70% del capitale di rischio della prima) aveva comunque reso la dichiarazione ex art.38 del codice degli appalti (dalla quale risultava che egli era, in effetti, in possesso dei requisiti morali).

    In tale nota la “A” indicava erroneamente il predetto Sig. “b” come socio di maggioranza della società “B” s.r.l., mentre - come poi accertato dalla Stazione appaltante - di quest’ultima società il “b” era Amministratore Unico e rappresentante legale.

    III. Infine, condivisa la doglianza della società X s.r.l. (e ritenuto che l’errore riscontrato nella dichiarazione informativa fornita dalla “A” fosse rilevante ed ulteriormente dimostrativo della sussistenza della lacuna documentale contestata), con determinazione n.5 del 10.4.2014 il R.U.P. proponeva alla Stazione appaltante di revocare l’aggiudicazione provvisoria e di procedere ad aggiudicare provvisoriamente l’appalto alla ditta seconda classificata.

    Con determinazione n.64 del 10.4.2014 la predetta Stazione appaltante accoglieva la proposta del R.U.P. revocando l’aggiudicazione provvisoria; e successivamente, con determinazione n.68 del 30.4.2014, procedeva ad aggiudicare definitivamente l’appalto alla predetta società X s.r.l.

    Con nota del 17.4.2014 la “A”:

    - contestava l’operato del R.U.P. e della Stazione appaltante;

    - lamentava il fatto che non le fosse stato concesso di regolarizzare la documentazione e che si fosse pervenuti sì repentinamente alla revoca dell’aggiudicazione provvisoria ed alla nuova aggiudicazione definitiva in favore della seconda classificata;

    - chiedeva all’Amministrazione di revocare in autotutela i provvedimenti che la avevano pregiudicata;

    - e, per il caso di inerzia dell’Amministrazione o di rigetto da parte della stessa delle sue richieste, preannunziava la sua intenzione di proporre ricorso giurisdizionale avverso i provvedimenti in questione.

    Ma tali richieste restavano senza alcun utile effetto.

    IV. Con ricorso n.1278 del 2014, la società “A” si vedeva pertanto costretta ad impugnare i menzionati provvedimenti di revoca (della precedente aggiudicazione in suo favore) e di aggiudicazione (in favore della società X) innanzi al Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, Sezione Staccata di Catania, chiedendone l’annullamento per le conseguenti statuizioni conformative e di condanna.

    La “A” lamentava, in particolare:

    1) violazione e falsa applicazione dell’art.38, comma 1, lett.’b’, e comma 2 del “codice degli appalti pubblici” (D.lgs. n.163 del 2006), nonché violazione del bando ed eccesso di potere per travisamento dei fatti, difetto di istruttoria e di motivazione, deducendo:

    a) che la società “B” partecipa al suo capitale di rischio (‘id est’: a quello della “A”) per una quota pari solamente al 50%; e che pertanto, non essendo individuabile un vero e proprio “socio di maggioranza” (né, tanto più, una ‘persona fisica’ titolare di quota maggioritaria), l’Amministrazione aveva erroneamente ritenuto che la prescrizione formulata dalla norma in esame fosse stata disattesa;

    b) che, comunque, la società “B” s.r.l. era a sua volta composta (‘rectius’: partecipata) da due soci, di cui quello di maggioranza (titolare del 70%) non era una ‘persona fisica’ ma anch’essa una ‘persona giuridica’; e che anche per questa (ulteriore) ragione la “A” non era soggetta al citato obbligo di dichiarazione;

    2) violazione dell’art.6 della L. n.241 del 1990, dell’art.46 del D.Lgs. n.163 del 2006 e del disciplinare di gara, ed eccesso di potere per sviamento, nonché per violazione del buon andamento e dell’imparzialità dell’azione amministrativa, deducendo:

    a) che il “modello” allegato al Bando (cfr. All.B), ‘riservava’ solamente ai soci di società in nome collettivo ed ai soci accomandatari di società in accomandita semplice - esclusi, dunque, i soci di società di capitali - l’obbligo dichiarativo in questione; e che ciò ha determinato un legittimo affidamento nella ricorrente, alla quale non può, pertanto, esser mosso alcun addebito in ordine alla lacuna documentale;

    b) e che, in ogni caso, l’equivocità e scarsa chiarezza del bando sul punto, giustificavano pienamente il ricorso ‘diffuso’ (che perciostesso non sarebbe lesivo della ‘par condicio’ dei concorrenti) alla regolarizzazione al soccorso istruttorio;

    3) eccesso di potere per difetto di istruttoria, travisamento dei fatti, erronea valutazione, incongrua e contraddittoria motivazione, deducendo che la Stazione appaltante provvide ad acquisire d’ufficio le informazioni in ordine alla compagine sociale (o composizione societaria) della “B” s.r.l., constatando che socio di maggioranza della stessa (al 70%) era la società di capitali “C” s.r.l. (e non già una persona fisica); e che pertanto tale accertamento d’ufficio aveva reso superflua l’acquisizione della dichiarazione richiesta.

    La società X si costituiva eccependo l’infondatezza del ricorso; e proponeva altresì ‘ricorso incidentale’.

    La società “A”a proponeva ‘ricorso per motivi aggiunti’ chiedendo la sospensione del contratto che nel frattempo era stato stipulato fra la Stazione appaltante e l’aggiudicataria.

    V. Con sentenza n.570 del 15.1.2015, pubblicata il 17.2.2015, il T.A.R. Sicilia, Sezione Staccata di Catania, Sez. IV^, ha infine respinto il ‘ricorso principale’ e dichiarato ‘improcedibile’ quello ‘incidentale’.

    VI. Con l’appello in esame la ditta “A” ha impugnato a predetta sentenza chiedendone l’annullamento o la riforma per le conseguenti statuizioni di condanna al risarcimento dei danni ed al pagamento delle spese processuali.

    Con tale gravame ha riproposto, in sostanza, i motivi di doglianza di cui al ricorso introduttivo del giudizio di primo grado.

    Ritualmente costituitasi, la Stazione appaltante ha eccepito l’infondatezza del gravame chiedendone il rigetto con vittoria di spese.

    La società aggiudicataria non si è costituita.

    Nel corso del giudizio entrambe le parti costituite hanno insistito, anche con ulteriori atti difensivi, nelle rispettive domande giudiziali ed eccezioni.

    Infine, all’udienza fissata per la discussione conclusiva in merito alla fondatezza del gravame, la causa è stata posta in decisione.

    DIRITTO

    1. L’appello è fondato, nei sensi e per gli effetti di seguito indicati.

    1.1. Con il primo mezzo di gravame l’appellante società “A” lamenta violazione, per falsa applicazione, del punto 4/B del Disciplinare di gara, nonché dell’art.38, comma 1, lett.’b’, e comma 2 del “codice degli appalti pubblici” (D.lgs. n.163 del 2006) ed eccesso di potere per travisamento dei fatti, difetto di istruttoria e di motivazione.

    Deduce, in particolare:

    a) che ai sensi del punto 4/B del Disciplinare di gara (disposizione che richiama l’art.38, comma 1, lett.’b’ del codice degli appalti nella forma in vigore al momento della pubblicazione del Bando), l’obbligo di indicare la ‘persona fisica’ titolare della ‘quota societaria di maggioranza’ (persona fisica tenuta all’obbligo di fornire la dichiarazione relativa al possesso dei requisiti morali) non trova applicazione, all’evidenza:

    - sia nell’ipotesi in cui non vi sia un “socio di maggioranza”;

    - sia nel caso in cui nessuna ‘persona fisica’ sia titolare di una ‘quota maggioritaria’.

    E che, pertanto, l’esclusione impugnata è palesemente illegittima, posto:

    - che la “A” è partecipata (costituita) da due soli soci in posizione paritetica (ognuno dei quali, cioè, è titolare di una quota pari al 50%);

    - e che la “B” non ha come ‘socio di maggioranza’ alcuna ‘persona fisica’;

    b) che comunque, vista l’ambiguità (o poca perspicuità) della ‘ratio’ sottesa alla normativa in esame, la Stazione appaltante avrebbe dovuto chiarire come intendeva interpretare ed applicare la normativa in questione; e consentire la regolarizzazione della documentazione.

    L’articolata doglianza merita accoglimento per le ragioni che si passa ad esporre.

    1.1.1. Il punto 4/B del Disciplinare di gara stabilisce:

    - che la società di capitali con meno di quattro soci (già denominata, per semplicità, “società di capitali a compagine sociale ridotta”) partecipante alla procedura di gara, deve indicare - a pena di esclusione - le quote di partecipazione societaria dei singoli soci;

    - e che nel caso in cui il ‘socio di maggioranza’ sia una ‘persona giuridica’, la partecipante alla gara (d’ora in poi denominata “concorrente”) deve indicare anche - s’intende: semprecchè esistente - il ‘socio di maggioranza-persona fisica’ di quest’ultima, sul quale incombe l’onere di fornire la dichiarazione concernente la sussistenza dei requisiti morali prescritti dall’art.38 del codice degli appalti.

    Ora, la società “A” è composta (‘rectius’: partecipata) dalla società “B” s.r.l. (persona giuridica) e dal Sig. “a” (persona fisica); e ciascuno dei due soci è titolare del 50% (‘rectius’: partecipa al capitale di rischio della prima per una quota pari al 50%).

    E’ pertanto evidente che nessuno dei due soci si trovava e si trova in ‘posizione maggioritaria’ (o di maggioranza).

    Ne consegue, con pari evidenza, che era impossibile (per la società “A”) indicare sia il nominativo del “socio di maggioranza”, sia - comunque ed a maggior ragione - gli estremi identificativi della “persona fisica” rivestente la qualità di “socio di maggioranza”.

    E ciò per il semplice fatto che - come già osservato:

    - non esisteva alcun ‘socio di maggioranza’ (posto che ciascuno dei due soci era titolare di una quota societaria pari al 50% );

    - né tampoco (e per la medesima ragione) alcuna ‘persona fisica’ rivestente la qualità di ‘socio di maggioranza’ (posto che socio di maggioranza era ed è una ‘persona giuridica’).

    Ciò sarebbe già di per sé sufficiente a connotare come illegittima l’esclusione della società appellante (ricorrente in primo grado).

    1.1.2. Ma v’è di più.

    Dalla documentazione versata in atti dall’appellante, emerge che il Sig. “a” (che all’evidenza è “persona fisica”) aveva comunque fornito alla Stazione appaltante, seppur nella qualità di Amministratore Unico della “A”, le dichiarazioni attestanti il possesso, da parte sua (‘id est’: “in capo” a Lui), dei requisiti morali richiesti dall’art.38 del codice degli appalti pubblici.

    E poiché si dà il caso che la predetta persona fisica fosse anche ‘personalmente’ titolare (dunque proprio in qualità di “socio-persona fisica”) di una quota pari al 50% della già menzionata società partecipante alla pubblica gara, non appare revocabile in dubbio che il risultato richiesto dalla Stazione appaltante era (e sia) stato comunque raggiunto.

    In altri termini, pur applicando la norma nel senso voluto (‘rectius’: inteso) dalla Stazione appaltante - ritenendo, cioè, che anche la partecipazione ‘non maggioritaria’, ma ‘paritaria’, della ‘persona fisica’ ad una società concorrente in una pubblica gara, determini l’obbligo della prima (e cioè della predetta persona fisica) di produrre le dichiarazioni concernenti il possesso da parte sua dei requisiti morali (e cioè anche equiparando, ai fini della corretta applicazione della disposizione in esame, il ‘socio di maggioranza’ al ‘socio paritario’) - non resta che concludere che l’onere risultava adempiuto.

    E’ infatti evidente che il valore contenutistico (‘rectius’: la ‘valenza certatoria’) della ‘dichiarazione relativa al possesso dei requisiti morali’ (della dichiarazione a mezzo della quale, cioè, il soggetto dichiarante attesta la inesistenza a suo carico di determinate condanne, di misure di prevenzione anti-mafia, di procedimenti penali per determinati reati e di procedimenti per l’applicazione di misure di prevenzione), è identico tanto se il dichiarante si esprima nella qualità di Amministratore quanto nella qualità di socio di una determinata società.

    1.1.3. Quanto, poi, alla “B” (titolare dell’”altro” 50% della società “A”), non può non essere considerato che essa è a sua volta composta (o partecipata) da due soci, di cui quello di maggioranza (titolare del 70%) è una ‘persona giuridica’: la società “C” s.r.l.

    Ne consegue, per quanto rilevato nel Capo 1.1.1. che l’obbligo dichiaratorio che la Stazione appaltante ha inteso ravvisare non sussisteva affatto; e ciò in quanto è incontroverso che la società “B” non aveva (e non ha) come ‘socio di maggioranza’ alcuna ‘persona fisica’.

    1.1.4. E quand’anche si ritenesse, sulla scorta della tesi della Stazione appellante e di un minoritario orientamento giurisprudenziale (alla quale l’Amministrazione fa riferimento: TAR Puglia, Bari, I^, 30.8.2013 n.1287), che la norma vada correttamente letta ed interpretata, al di là del mero dato testuale, “nel senso di imporre la prescritta dichiarazione … (omissis …) ‘anche agli amministratori’ del socio di maggioranza allorquando questo sia una persona giuridica” (così testualmente: pag. 6 della memoria della Stazione appaltante), non resterebbe che concludere - comunque ed ancora una volta – che, anche sotto il dedotto profilo, gli estremi per l’esclusione della società “A” non sussistevano.

    La dichiarazione in questione (in ordine alla sussistenza dei requisiti morali) è stata resa, infatti, dal Sig. “b”, che rivestiva la qualità di Amministratore e legale rappresentante non soltanto della società “B”, ma anche della società “C”.

    E valga ancora una volta, al riguardo, quanto già osservato precedentemente con riferimento ad un’altra dichiarazione (quella resa dal Sig. “a”). E cioè che la dichiarazione (adesso) in esame concerne qualità personali (nella specie: la sussistenza di determinati requisiti morali) del soggetto (persona fisica) dichiarante, sicché è evidente che il suo ‘valore contenutistico’ (la sua ‘efficacia di certazione’) prescinde dal fatto che la stessa sia stata resa nell’esercizio di una determinata carica (nella specie: rivestendo la qualità di Amministratore della società “B”) anziché di un’altra (nella specie: nella qualità di Amministratore della società “C”).

    Sicché, anche seguendo la tesi della Stazione appaltante (tesi secondo cui, lo si ribadisce, la dichiarazione avente ad oggetto la sussistenza dei requisiti di moralità va prodotta anche nel caso in cui la ‘quota di maggioranza’ della ‘società di capitali a compagine sociale ridotta’ partecipante alla gara sia detenuta da una ‘persona giuridica’), non si può non convenire sul fatto che - in concreto - la ragione addotta dal R.U.P. per escludere la “A” non sussisteva.

    In definitiva, e concludendo sul punto specifico: contrariamente a quanto affermato dalla Stazione appaltante, anche per quanto attiene alla “B” la ‘persona fisica’ cui attribuire l’onere di sottoscrivere la dichiarazione relativa alla sussistenza dei requisiti morali era stata individuata; e la dichiarazione era stata puntualmente resa.

    1.1.5. La Stazione appaltante enfatizza, però, la circostanza che (con nota del 10.3.2014) la “A” le aveva fornito un’informazione (che si è poi rivelata obiettivamente) errata in ordine alla composizione societaria della “B”.

    L’argomento si appalesa debole e poco conducente, essendo basato su una circostanza ininfluente.

    Dalla documentazione in atti risulta vero che la “A”, in sede di trasmissione delle controdeduzioni avverso l’avviso di revoca dell’aggiudicazione provvisoria (già pronunciata in suo favore), ha affermato che il socio di maggioranza della società “B” era il Sig. “b”, mentre (come emerso da una verifica effettuata dalla Stazione appaltante) il socio di maggioranza era la società “C”.

    Ma è presumibile che si sia trattato di un errore determinato dal fatto che - come già visto - Amministratore Unico e legale rappresentante della società “C” era proprio il Sig. “b”, che peraltro rivestiva, al tempo stesso, anche la carica di Amministratore e legale rappresentante della “B”.

    E del resto una volta ‘scoperto’ l’errore, l’Amministrazione avrebbe potuto chiedere giustificazioni in ordine allo stesso, ciò che invece non ha fatto; avendo, per contro, avviato immediatamente - quasi in funzione sanzionatoria - il sub-procedimento volto alla revoca dell’aggiudicazione.

    D’altro canto, ad un esame sereno della vicenda, l’errore in questione - al quale la Stazione appaltante sembra aver dato tanta (addirittura estrema e fatale) importanza - appare del tutto irrilevante ed ininfluente, posto che è poi emerso:

    - che ‘socio di maggioranza’ era una ‘persona giuridica’ (per l’appunto: la società “C”) e non già una ‘persona fisica’;

    - e che l’Amministratore della persona giuridica in questione, per l’appunto il Sig. “b”, aveva comunque reso la prescritta (‘rectius’: la pretesa) dichiarazione (ancorché non dovuta, posto che in forza della ‘lex specialis’ di gara la dichiarazione sarebbe stata ‘dovuta’ esclusivamente nel caso in cui il socio di maggioranza fosse stato una ‘persona fisica’).

    Mentre, come già osservato, il fatto che l’abbia resa in qualità di Amministratore della “C” o della Tecknè (posto che rivestiva la carica di Amministratore e legale rappresentante di entrambe) non modifica la ‘rerum substantia’.

    E cioè che, in effetti, Egli era in possesso dei requisiti morali.

    E che pertanto non sussistevano ragioni per ritenere né che la società “B” né la società “C” fossero ‘rette’ (‘rectius’: amministrate), o condizionate, da un soggetto ‘inaffidabile’.

    Nel che la ‘ratio’ della legge poteva dirsi conseguita (peraltro in conformità al suo testo).

    1.1.6. Un’ultima osservazione.

    Nell’escludere la “A”, la Stazione appaltante ha sostenuto che anche la ‘persona fisica’ rivestente la qualità di ‘socio di minoranza’ della “B” (nella specie: il Sig. Salvatore Santullo) avrebbe dovuto rendere la dichiarazione relativa alla sussistenza in capo a Lui dei requisiti morali.

    Ed il discorso vale (o dovrebbe valere, se si seguisse tale impostazione o prospettazione) anche per la persona fisica rivestente (o per le persone fisiche rivestenti) la qualità di socio di minoranza della “C” s.r.l. (che, lo si ricorda, è la società titolare di una quota pari al 70% del capitale della “B”).

    Senonché nessuna norma - e men che mai l’art.38 del codice degli appalti (nella forma in vigore al tempo della gara per cui è causa) - prescrive o impone che tutte le persone fisiche che rivestono la qualità di soci di “società di capitali a compagine sociale ristretta” (cioè con meno di quattro soci) sono soggette all’obbligo dichiaratorio in questione.

    Ed invero pur ove si dilati la portata dell’art.38, commi 1, lett.b e 2 del codice degli appalti pubblici nei sensi indicati dalla Stazione appaltante - in modo, cioè, da ritenere che nel caso di “società di capitali a compagine sociale ristretta” gli ‘obblighi dichiarativi’ incombono anche sulla persona fisica titolare di una quota pari al 50%, (superando, così, il testo normativo che si riferisce esclusivamente alla persona fisica titolare di una quota di maggioranza) - nulla induce ad affermare che le dichiarazioni in questione debbano essere richieste, addirittura, a ‘tutte’ le ‘persone fisiche’ che siano titolari anche di “quote di minoranza”; a soggetti, cioè, che non hanno il potere di gestire o di influenzare nell’ordinario le scelte amministrative della società al cui capitale di rischio partecipano (non a caso, e per l’appunto, in misura minoritaria).

    Ove si accogliesse la tesi prospettata dalla Stazione appaltante, il “volo pindarico” imposto da una scelta ermeneutica di tal fatta sarebbe davvero eccessivo ed ingiustificabile non soltanto sul piano dell’interpretazione linguistico-testuale, ma anche sul piano dell’interpretazione sistematico-razionale.

    Ed invero:

    - altro è ‘equiparare’ (sulla scorta di un minoritario orientamento giurisprudenziale) il socio titolare di una quota pari al 50% al “socio di maggioranza”, supponendo che un Legislatore ‘distratto’ (o poco attento all’analisi linguistica) abbia implicitamente assimilato (ed inteso assimilare) al ‘socio di maggioranza’ i soci in posizione di reciproca parità (e argomentando, a supporto di tale tesi, che fra due soci in posizione paritetica nessuno può essere considerato socio minoritario);

    - altro è, ed in ciò si concreta il periglioso “doppio salto” che la Stazione appaltante vorrebbe imporre e perorare, addirittura equiparare il “socio di maggioranza” ai restanti due (o a quello) ‘di minoranza’.

    Operare una simile equiparazione significherebbe capovolgere completamente la struttura della norma e cioè sostituirsi allo stesso Legislatore (oltrecchè all’Amministrazione autrice della ‘lex specialis’ di gara), finendo - così - con il fare “de albo nigrum”. Ma ciò - ed ogni ulteriore commento al riguardo appare superfluo - non è consentito.

    1.1.7. Vi è, infine, un’ultima ma non meno importante ragione per la quale i provvedimenti impugnati si appalesano illegittimi.

    La disposizione di cui al punto 4/B del Disciplinare di gara:

    - pur essendo sufficientemente chiara, dal punto di vista strettamente linguistico, nella parte in cui stabilisce che allorquando la ‘quota di maggioranza’ di una ‘società a compagine limitata’ (‘id est’: con meno di quattro soci) sia detenuta da una ‘persona fisica’, anche quest’ultima è tenuta a rendere la dichiarazione concernente la sussistenza dei requisiti di ordine morale;

    - si caratterizza, invece - come del resto l’art.38, comma 1, lett.b, del codice degli appalti (alla quale si ispira) - per un discreto grado di ermeticità (e farraginosità) sotto il profilo logico-giuridico (non essendo, in effetti, agevolmente percepibile la ragione per la quale nelle società di capitali con meno di quattro soci, alla dichiarazione dell’Amministratore debba aggiungersi quella del socio di maggioranza allorchè questi sia una persona fisica; né la ragione per la quale tale regola non debba valere anche per società con più di quattro soci; né, comunque, per le società che abbiano come soci persone giuridiche).

    A questo punto è evidente che delle due l’una:

    - o la disposizione (di cui all’art.4/B) del Disciplinare di gara andava applicata avendo riguardo al solo significato letterale delle ‘parole’ usate nel testo, senza porsi e senza sollevare alcun problema di logica giuridica e di ermeneutica (e dunque l’obbligo di produrre la dichiarazione concernente il possesso dei requisiti morali andava riferito esclusivamente alla persona fisica che, nelle ‘società di capitali a compagine sociale ristretta’, riveste la posizione di ‘socio di maggioranza’); il che non sembra da escludere, posto che “in claris non fit interpretatio”;

    - ovvero, ove avesse inteso privilegiare il metodo esegetico, implicante una interpretazione logico-sistematica additivo-estensiva ispirata ad una determinata ‘ratio legis’ - non immediatamente percepibile né emergente dalla testuale lettura delle pericopi che integrano il contorto periodare del Legislatore - l’Amministrazione avrebbe dovuto quantomeno “spiegare” la ragione per la quale riteneva inapplicabile la norma (ove letta nell’unico senso, quello ‘meno esteso’, deducibile dalla lingua italiana).

    Ed avrebbe certamente dovuto offrire ai concorrenti che non avevano prodotto le dichiarazioni in questione (in quanto avevano riposto legittimo affidamento sulle ‘scarne’ capacità espressive della Stazione appaltante, e dunque sul significato formale del testo, come dedotto e deducibile dalla sua semplice analisi logica), la possibilità di integrare la documentazione secondo istruzioni generali da adottare a tale scopo.

    Né potrebbe eccepirsi, al riguardo, che ciò si sarebbe risolto in una sorta di “operazione di ‘soccorso istruttorio’ extra ordinem”; e come tale inammissibile (non essendo consentita la tardiva produzione, in funzione integrativa, di atti del tutto mancanti).

    Ed invero il rimedio ipotizzato dall’appellante - consistente in una chiarificazione a carattere generale - non costituisce affatto una forma di “soccorso istruttorio” (nel senso tecnico del termine), essendo evidente che l’azione (di natura regolamentare) di interpretazione autentica del bando, se necessaria (o anche semplicemente utile) per consentire una uniforme applicazione della ‘lex specialis’ di gara, si connota come attività volta a garantire il principio del buon andamento dell’azione amministrativa (nella specie: il miglior andamento della procedura), il principio della massima partecipazione alla pubbliche gare d’appalto e finanche quello della par condicio fra concorrenti.

    Costituisce, cioè, un’attività condotta nell’interesse pubblico ed a favore di tutti i concorrenti.

    Ma poiché l’Amministrazione né ha interpretato letteralmente la norma in questione (invano invocata dall’appellante nella sua forma testuale), né ha attivato alcun meccanismo procedimentale idoneo a rendere preventivamente (e trasparentemente) pubblica la complessa ‘interpretazione autentica’ ed integrativa dalla stessa propugnata - in forza della quale: a) anche le persone fisiche in posizione di partecipazione di minoranza in società di capitali a compagine sociale ristretta minoranza avrebbero l’obbligo, non ostante il testo normativo non lo richieda, di rendere la dichiarazione ex art.38 del codice degli appalti; b) ed anche le società con due soli soci in posizione paritaria avrebbero l’obbligo, non ostante il testo normativo non lo richieda espressamente, di rendere le dichiarazioni in questione - la illegittimità del provvedimento di esclusione dell’appellante (già ricorrente in primo grado) - sotto il dedotto profilo di doglianza - appare evidente.

    1.1.8. In considerazione delle superiori osservazioni l’impugnata aggiudicazione merita di essere dichiarata illegittima, pur se - essendo stati ormai ultimati i lavori oggetto dell’appalto - ai soli effetti (risarcitori) che si passa ad illustrare.

    1.2. La domanda volta ad ottenere il ‘risarcimento per equivalente’ del danno provocato, merita accoglimento nei sensi, nei limiti e per gli effetti di seguito indicati

    1.2.1. Va innanzitutto rilevato che (già dalla data di proposizione dell’appello) i lavori oggetto dell’appalto per cui è causa risultano ultimati, sicché il rimedio della dichiarazione di inefficacia del contratto (previsto dall’art.122 del codice del processo amministrativo) non è esperibile.

    1.2.2. Per la stessa ragione, non è possibile neanche pronunziare alcuna condanna al risarcimento in forma specifica.

    1.2.3. Non resta pertanto che soffermarsi sul ‘risarcimento per equivalente’.

    Quanto al ‘merito’ del giudizio sulla responsabilità della Stazione appaltante, non appare revocabile in dubbio che nella fattispecie essa sussista, quantomeno a titolo di colpa, posto che la esclusione dall’aggiudicazione della società appellante è derivata esclusivamente e per nesso di causalità diretta - come evidenziato nei precedenti Capi - sia dalla violazione, per errata applicazione, da parte della Stazione appaltante, di una norma del Disciplinare di gara (art.4/B), sia dalla condotta procedimentale di quest’ultima, viziata da eccesso di potere.

    1.2.4. Ne consegue che, in aderenza ad un orientamento già consolidato, a carico della Stazione appaltante può essere emessa una pronunzia di condanna - per così dire - ‘generica’ (una c.d. sentenza sull’”an”: cfr. sul punto, C.S., VI^, 27.4.2010 n.2384) al risarcimento dei danni provocati all’appellante società “A” s.r.l. per la mancata aggiudicazione in suo favore dell’appalto di lavori per cui è causa.

    1.2.5. Per la liquidazione del danno (e cioè per la specifica determinazione del ‘quantum’), si ritiene opportuno far ricorso, invece - in aderenza ad un consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr, per tutte, C.S., V^, 8.11.2012 n.5686) - al ‘metodo’ introdotto dall’art.34 del codice del processo amministrativo (come rielaborato ed adattato alle concrete necessità processuali dalla citata giurisprudenza), ordinando alla Stazione appaltante di formulare, entro novanta giorni dalla comunicazione in via amministrativa (o dalla notifica ad istanza di parte, se precedente) della presente sentenza, una offerta risarcitoria che contempli una somma da corrispondere quale ristoro per il c.d. “lucro cessante” ed una somma da corrispondere per il c.d. “danno curriculare” (id est: il danno per mancata acquisizione della commessa, e dunque per la impossibilità di farla valere come requisito di qualificazione nelle successive procedure di gara), esclusa - ancora una volta sulla scorta della pacifica giurisprudenza formatasi sulla questione (C.S., V^, 3.5.2012 n.2546) - ogni risarcibilità per il “danno emergente” derivante dalla spese di partecipazione alla gara.

    1.2.5.1. Quanto ai criteri da seguire per la determinazione del ‘lucro cessante’, in aderenza al più accreditato orientamento della giurisprudenza (C.S., IV^, 21.6.2011 n.3670; C.S., IV^, 7.9.2010 n.6485), la Stazione appaltante dovrà basare la sua proposta sugli elementi emergenti dall’’offerta’, posto che nella stessa sono esposti i costi dai quali sono desumibili, seppur approssimativamente, i ricavi netti - e dunque l’utile (rectius: il profitto) - che la società prevedeva di trarre dall’aggiudicazione e dalla conseguente esecuzione dell’appalto.

    1.2.5.2. Quanto alla determinazione del ‘danno curriculare’, che - come già affermato dalla giurisprudenza formatasi sul punto (C.S., V^, 3.5.2012 n.2546) - va quantificato in via equitativa e comunque a prescindere dall’assolvimento di qualsiasi onere probatorio (C.S., V^, n.2546 cit.), il Collegio ritiene che esso si attesti su una somma pari all’1% dell’offerta, che sarà sommata alla cifra relativa al lucro cessante.

    1.2.5.3. Nella determinazione della proposta risarcitoria l’Amministrazione terrà conto, infine della rivalutazione monetaria da calcolare a far data dalla stipula del contratto (C.S., III^, 14.12.2012 n.6444) e degli interessi maturati e maturandi (secondo i criteri evidenziati in C.S., 8.11.2012 n.5686).

    2. In considerazione delle superiori osservazioni e ‘assorbito’ quant’altro, il ricorso in appello va accolto, con conseguente annullamento dell’aggiudicazione; e, per l’effetto, ferma restando - ai sensi dell’art.122 del codice del processo amministrativo - l’efficacia del contratto stipulato a seguito dell’illegittima aggiudicazione, l’Amministrazione (Stazione appaltante) appellata va condannata al risarcimento dei danni provocati alla società “A”, da liquidare con il metodo di cui all’art.34 del c.p.a. in conformità ai criteri enucleati nell’ultimo capo.

    Alla soccombenza della Stazione appaltante non può che seguire - in assenza di esimenti che il Collegio non ritiene di ravvisare - la sua condanna al pagamento, in favore dell’Appellante, delle spese processuali che liquida in complessivi €.5.000,00, oltre i.v.a., c.p.a. ed accessori dovuti ex lege.

    P.Q.M.

    il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, accoglie l’appello e il ricorso di primo grado con conseguente dichiarazione di illegittimità del’aggiudicazione; e, per l’effetto, ferma restando l’efficacia del contratto stipulato a seguito dell’illegittima aggiudicazione, condanna l’Amministrazione appellata al risarcimento dei danni provocati alla società “A”, da liquidare con il metodo di cui all’art.34 del c.p.a. in conformità ai criteri enucleati in motivazione.

    Condanna la Stazione appaltante appellata alla rifusione delle spese processuali in favore dell’appellante, nella misura di €.5000,00 oltre i.v.a , c.p.a ed accessori dovuti ex lege.

    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

    Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 22 ottobre 2015 con l'intervento dei Signori Magistrati:

    Marco Lipari, Presidente

    Antonino Anastasi, Consigliere

    Carlo Modica de Mohac, Consigliere, Estensore

    Alessandro Corbino, Consigliere

    Giuseppe Barone, Consigliere

    L'ESTENSORE

    IL PRESIDENTE

    DEPOSITATA IN SEGRETERIA

    Il 05/05/2016

    IL SEGRETARIO

    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

    Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Maggio 2016 16:48
     

    Risarcimento del danno per illegittima interruzione del rapporto di pubblico impiego

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    N. 6446/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 14 Reg. Ric.
    ANNO 2000
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 14 del 2000, proposto da:
    A. C., rappresentato e difeso dagli avv. ti Francesco Caffarelli e Renato Speranzoni, con domicilio eletto presso lo studio del primo di essi in Roma, Via Tigrè, 37;
    contro
    Gestione Liquidatoria Soppressa U.L.S.S. 16 Venezia; ASL n. 12 Veneziana, entrambi rappresentati e difesi dagli avv.ti Maurizio Trevisan e Nicola Di Pierro, con domicilio eletto presso lo studio del secondo in Roma, Via Tagliamento 55;
    Regione Veneto, non costituita in giudizio;
    per la riforma
    della sentenza del T.A.R. VENETO, sezione I n. 02182/1998, resa tra le parti, concernente la condanna al pagamento di somme di denaro.
    Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione della Gestione liquidatoria e dell'ASL n. 12 Veneziana;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Designato relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 ottobre 2011 il Cons. Hadrian Simonetti, presenti per le parti gli Avvocati Caffarelli e Di Pierro;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue
    FATTO E DIRITTO
    1. Il Sig. A. C., con ricorso notificato il 1.8.1994, chiese l'accertamento del diritto di percepire le retribuzioni, ed ogni altro elemento economico accessorio, con conseguente condanna al relativo pagamento, per il periodo, dal 16.4.1982 al 24.9.1989, nel quale illegittimamente era stato allontanato dal servizio, prima che il giudice amministrativo annullasse il relativo atto, permettendogli così di superare positivamente il periodo di prova.
    Dedusse, in particolare, la circostanza che l'Amministrazione (l'ULSS 16 Venezia, poi soppressa), nel dare atto del superamento della prova, dopo la riammissione in servizio, avesse stabilito come decorrenza la data del 25.9.1999 anziché quella originaria, di inizio della prova, del 16.4.1982.
    2. Con sentenza del 18.11.1998 il Tar respinse il ricorso sul duplice rilievo che, per un verso, la delibera di inquadramento del 16.12.1989 non fosse stata impugnata e che, per altro verso, la giurisprudenza sulla restitutio in integrum invocata dal ricorrente non si attagliasse al caso di specie, sul presupposto che alla data di illegittima cessazione il rapporto di lavoro non si fosse ancora costituito stabilmente, siccome sottoposto al periodo di prova.
    3. Con il presente appello, notificato anche nei confronti dell'ASL n. 12 e della Regione Veneto, si censura la sentenza per entrambi i profili.
    Si sostiene, da un lato, che la ricordata delibera del 16.12.1989 nulla avesse stabilito quanto al termine di decorrenza e, dall'altro, che il patto di prova dovesse considerarsi alla stregua di una condizione risolutiva apposta ad un rapporto di lavoro unitario e già pienamente efficace.
    Ha resistito all'appello la gestione liquidatoria della soppressa ULSS n. 16, con articolata memoria difensiva nella quale si sottolinea la differenza tra l'illegittima interruzione del lavoro già in corso e l'illegittimo diniego di costituzione di un nuovo lavoro.
    All'udienza pubblica del 28.10.2011, in vista della quale le difese hanno presentato ulteriori memorie, la causa è passata in decisione.
    4. Osserva preliminarmente il Collegio come la vicenda qui in esame tragga origine dalla cessazione dal servizio, disposta nei confronti del ricorrente nel lontano 1982, a causa del mancato superamento del periodo di prova e come, a seguito dell'annullamento in giudizio di tale atto e del conseguente ripristino del periodo di prova e poi del suo superamento e definitivo inquadramento con decorrenza dal 25.9.1989, il Sig. A. abbia chiesto a distanza di alcuni anni, con azione di accertamento e di condanna, la corresponsione delle retribuzioni e del trattamento economico accessorio non percepiti a causa dell'illegittimo allontanamento dal servizio, nel periodo compreso dal 16.4.1982 al 24.9.1989.
    5. Sempre preliminarmente deve ribadirsi come, per giurisprudenza consolidata, il processo instaurato nei confronti di una ULSS prima della sua soppressione prosegue tra le parti originarie, salva l'ipotesi di intervento o chiamata in giudizio della Regione nella posizione di successore a titolo particolare; di conseguenza, la relativa legittimazione attiva e passiva spetta al menzionato organo di rappresentanza della gestione, non surrogabile dalla nuova azienda ancorché in persona del Direttore generale (Cass., sez. III, n. 19133/2004; Cons. Stato, Sez. VI, n. 6995/2010; V, n. 5501/2007). Con l'ulteriore precisazione che poiché la sentenza di primo grado spiega effetto diretto anche nei confronti del successore a titolo particolare (la Regione), tale soggetto può essere destinatario dell'impugnazione proposta dall'avversario del suo dante causa (Cass., sez. II, n. 8889/2002).
    6. Ciò posto, reputa il Collegio che la mancata impugnazione della delibera di inquadramento del 1989, superato il periodo di prova, non comporti alcuna acquiescenza ai fini della decorrenza della retribuzione e di ogni altro elemento del trattamento economico. Per la ragione fondamentale che - anche considerando tale delibera come un atto autoritativo in senso proprio e non come un atto paritetico - la stessa non recava alcuna determinazione espressa in merito al mancato riconoscimento degli emolumenti arretrati e quindi non necessitava di essere impugnata nel termine decadenziale.
    7. Si deve quindi prescindere da tale delibera e qualificare quella del ricorrente come un'azione di accertamento e di condanna al pagamento di un credito, a titolo di responsabilità contrattuale, proposta in sede di giurisdizione esclusiva (pubblico impiego ante riforma) nel pieno rispetto del termine di prescrizione decennale.
    7.1. In questa prospettiva, costituisce jus receptum l'affermazione che, laddove venga annullato in sede giurisdizionale l'atto con il quale l'Amministrazione abbia illegittimamente interrotto o risolto il rapporto di impiego, al dipendente vincitore spetta l'integrale restitutio in integrum nel rapporto medesimo, ai fini sia giuridici che economici, e quindi anche la corresponsione delle competenze retributive relative al periodo di illegittima interruzione del rapporto (cfr. ex plurimis Cons. Stato, Ad. Pl., n. 10/1991; Cons. Stato, sez. VI, n. 16/2010; id., n. 5822/2008).
    7.2. Se questo è l'indirizzo giurisprudenziale consolidato, invocato appunto dall'appellante, la tesi dell'Amministrazione è nel senso di escludere che il caso di specie possa rientrare nella fattispecie generale, sul rilievo che, all'epoca dei fatti, il Sig. A. non avrebbe ancora goduto di un rapporto di lavoro stabile e consolidato, essendo ancora nel periodo di prova. Di conseguenza sarebbe più pertinente il richiamo al diverso indirizzo giurisprudenziale che esclude la restitutio in integrum nei casi in cui il giudicato abbia riconosciuto illegittimo il diniego di costituzione del rapporto di lavoro, facendo salvo il risarcimento del danno (v., per la distinzione, Cons. St. Ad. Plen. 10/1991 e, più di recente, Cons. St. VI, n. 2735/2008).
    7.3. Così riassunte le contrapposte tesi di parte, osserva il Collegio come la natura giuridica del patto di prova sia controversa nella stessa dottrina giuslavoristica.
    7.3.1. Secondo l'opinione prevalente, si tratterebbe di una clausola apposta al contratto di lavoro, con valore di elemento accidentale da qualificarsi, a seconda delle diverse ricostruzioni possibili, come condizione risolutiva o sospensiva ovvero come termine incerto. In ogni caso non si ravviserebbero due distinti rapporti, uno provvisorio ed uno definitivo, successivi nel tempo, quanto invece un rapporto unico, sebbene caratterizzato da una disciplina particolare nella prima fase, consistente essenzialmente nella diversa regolamentazione del recesso, a seconda che sia esercitato in costanza del periodo di prova oppure successivamente al suo superamento.
    Fin qui il patto di prova nel lavoro privato, a norma dell'art. 2096 c.c.
    7.3.2. Quanto al pubblico impiego, come ricordato di recente dalla Suprema Corte (v. Infra), già prima delle riforme degli anni '90, la l. n. 93 del 1983, art. 20, stabiliva che il lavoratore nominato e assunto in servizio non acquisiva immediatamente la stabilità, subordinando l'iscrizione a ruolo al superamento, con esito positivo di un periodo di prova.
    Tale legge si limitava ad affermare la necessità che la durata della prova fosse congrua ed identica per le medesime qualifiche, rinviando la disciplina dell'istituto alla legislazione di settore o di formazione secondaria.
    Ferma la varietà della disciplina nei vari settori, elementi comuni a tutto il settore del pubblico impiego erano - sempre secondo la ricostruzione della Cassazione -: a) la durata dell'esperimento che doveva essere calcolata con riferimento esclusivo al servizio effettivamente prestato; b) nel caso in cui l'esperimento si fosse concluso negativamente, la prova poteva e, in alcuni settori doveva essere prorogata; c) il giudizio conclusivo doveva essere motivato, anche se talvolta con motivazione generica per non compromettere la posizione futura del lavoratore; d) la prova si intendeva superata se al termine non veniva comunicato l'esito negativo o la proroga; e) l'impiegato in prova aveva gli stessi doveri e diritti dell'impiegato di ruolo ed il suo trattamento economico era pari a quello iniziale della qualifica corrispondente.
    In conclusione, il sistema delineato dalla legge si distingueva dall'art. 2096 c.c., solo per l'automaticità della prova, oltre che per la funzione più ampia, anche di formazione, attribuita al periodo di verifica. (Cass. sez. lav. n. 17970/2010).
    7.4. Tanto premesso in linea generale, il caso qui in esame è (se non del tutto conforme) sicuramente più prossimo all'ipotesi in cui sia cessato illegittimamente un rapporto di lavoro già in corso, per fatto imputabile alla sola amministrazione pubblica, rispetto a quella in cui sia stata negata illegittimamente la costituzione di un rapporto di lavoro del tutto nuovo.
    Ne consegue il diritto del dipendente alla riduzione in pristino anche agli effetti economici.
    7.5. Anche diversamente opinando nei presupposti, nella direzione già seguita dal Giudice di primo grado, la conclusione sarebbe tuttavia la stessa ove la domanda in origine proposta dall'A. potesse essere (ri)qualificata come di natura sostanzialmente risarcitoria, non mutandone né il petitum né la causa petendi.
    Come noto infatti, alla data di proposizione del ricorso, nel 1994, al giudice amministrativo non era stata ancora devoluta la tutela risarcitoria, neppure in sede di giurisdizione esclusiva dove, tuttavia, già disponeva del potere di condannare l'amministrazione al pagamento di somme di denaro.
    Ebbene, facendo applicazione della lettura più corretta invalsa della regola processuale della perpetuatio iurisdictionis - secondo cui l'art. 5 c.p.c. rende irrilevanti, ai fini della giurisdizione, i mutamenti legislativi successivi alla proposizione della domanda nel caso in cui il mutamento dello stato di diritto privi il giudice della giurisdizione che egli aveva quando la domanda è stata introdotta, ma non nel caso, inverso, in cui esso comporti l'attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era inizialmente privo (Corte cost., ord. n. 134/2000; Cass. SS.UU. n. 6774/2003) - e valorizzando il dato per cui nel codice del processo amministrativo quella risarcitoria è ora una variante, ovvero una specie, della generale azione di condanna (art. 30), sarebbe comunque possibile qualificare l'azione a suo tempo proposta dall'A. nei termini di un'azione risarcitoria per equivalente (v. per un precedente Cons. St., VI, 2735/2008), di cui ricorrerebbero tutti gli elementi costitutivi, compresa la colpevolezza dell'amministrazione.
    8. In conclusione, la pretesa vantata dal ricorrente è fondata e, accertato il suo diritto a percepire il trattamento economico illegittimamente non goduto, relativamente al periodo dal 16.4.1982 al 24.9.1989, ad esclusione degli emolumenti strettamente legati alla prestazione lavorativa effettiva, vanno condannate le amministrazioni intimate (Gestione liquidatoria e Regione, in solido) al pagamento delle relative somme - maggiorate della rivalutazione e degli interessi di legge ex art. 429 c.p.c. secondo il consolidato indirizzo giurisprudenziale (v., ex multis, Tar Lazio, I, n. 6469/2009) - nonché alla regolarizzazione della posizione assicurativa e previdenziale del ricorrente.
    9. È utile precisare come, nella ricostruzione della carriera economica per il periodo sopra indicato, l'amministrazione dovrà comunque detrarre quanto il ricorrente risulti avere percepito a qualsiasi titolo, per prestazioni o attività svolte nel periodo di tempo durante il quale il rapporto è stato interrotto; e che, ai fini della corretta liquidazione degli importi, l'amministrazione si atterrà alle linee guida sancite dall'Adunanza Plenaria di questo Consiglio con pronuncia 15 giugno 1998, n. 3 e dalla giurisprudenza successiva (Ad. Plen. n. 18/2011; sez. VI, n. 1489/1999; sez. IV, n. 115/1999,), in armonia con quanto affermato dalla Corte di Cassazione (cfr. n. 5795/1998; n. 1712/1995; n. 5525/1995). Pertanto, gli interessi legali e la rivalutazione dovranno essere calcolati separatamente sull'importo nominale del credito retributivo, escludendo sia il computo degli interessi e della rivalutazione monetaria sulla somma dovuta quale rivalutazione sia il riconoscimento di ulteriori interessi e rivalutazione monetaria sulla somma dovuta a titolo di interessi.
    10. Le spese di lite, poste a carico della Gestione liquidatoria e compensate nei confronti altre parti, sono liquidate con il dispositivo.
    P. Q. M.
    Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull'appello, lo accoglie e, per l'effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie il ricorso di primo grado ai sensi e con gli effetti di cui in motivazione.
    Condanna l'appellata Gestione liquidatoria al pagamento delle spese di lite in favore di A. C., liquidate nell'importo complessivo di euro 2.500,00 oltre ad IVA e CPA come per legge.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 28 ottobre 2011 con l'intervento dei magistrati:
    - Pier Giorgio Lignani - Presidente
    - Lanfranco Balucani - Consigliere
    - Marco Lipari - Consigliere
    - Vittorio Stelo - Consigliere
    - Hadrian Simonetti - Consigliere, Estensore
     
    IL PRESIDENTE
    Pier Giorgio Lignani
    L'ESTENSORE
    Hadrian Simonetti
     
    Depositata in Segreteria il 7 dicembre 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Svolgimento di mansioni superiori e diritti economici: la disciplina di "nicchia" del settore sanitario

    E-mail Stampa PDF
    N. 636/2012 Reg. Prov. Coll.
    N. 4992 Reg. Ric.
    ANNO 1993
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Seconda) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 4992 del 1993, proposto da:
    T. N., rappresentato e difeso dall'Avv. Francesco Caruso, con domicilio eletto Francesco Caruso, in Catania, Via Monfalcone, 22;
    contro
    U.S.L. n. 30 di Palagonia, non costituita in giudizio;
    nei confronti di
    Assessorato Regionale alla Sanità, in persona dell'Assessore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Catania, domiciliata in Catania, Via Vecchia Ognina 149;
    avverso
    il silenzio-rifiuto della U.S.L. n. 30 di Palagonia sulla diffida notificata dal ricorrente in data 10 maggio 1995;
    e per la condanna
    della U.S.L. n. 30 di Palagonia al pagamento delle differenze retributive per le mansioni superiori svolte dal ricorrente a partire dal 10 maggio 1988, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria;
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio dell'Assessorato Regionale alla Sanità;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 febbraio 2012 il dott. Daniele Burzichelli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
    FATTO E DIRITTO
    Il ricorrente impugna il silenzio-rifiuto della U.S.L. n. 30 di Palagonia sulla diffida da egli notificata in data 10 maggio 1993 e chiede la condanna della stessa U.S.L. al pagamento delle differenze retributive per le mansioni superiori svolte a partire dal 21 dicembre 1986, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria.
    Nel ricorso si espone che: a) il Trovato è dipendente della U.S.L. n. 30 di Palagonia con la qualifica di coadiutore amministrativo (IV livello retributivo); b) con ordine di servizio n. 881 in data 29 maggio 1994, il Coordinatore Sanitario ha disposto che il ricorrente restasse a disposizione del suo ufficio per l'espletamento delle pratiche di competenza; c) con ordine di servizio n. 17 in data 11 aprile 1985 è stata confermata l'assegnazione del ricorrente alla Direzione Sanitaria del Presidio Ospedaliero di Militello; d) con delibera n. 22 del 2 febbraio 1990 (successivamente annullata dall'organo tutorio), il Comitato di Gestione della U.S.L. ha attestato le mansioni superiori svolte dal ricorrente; e) il ricorrente ha chiesto all'Amministrazione le differenze retributive con nota del 21 dicembre 1991; f) nonostante il ricorrente continui a svolgere mansioni del VI livello, per le quali esistono alcune vacanze nella pianta organica dell'ente, e a dispetto di una seconda diffida in data 10 maggio 1993, l'U.S.L. non gli ha corrisposto le dovute differenze retributive.
    In punto di diritto il ricorrente osserva che: a) l'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (n. 2 del 16 maggio 1991) ha sancito che l'Amministrazione sanitaria è tenuta a retribuire le mansioni superiori svolte dai dipendenti oltre il termine di giorni sessanta di cui all'art. 29, secondo comma, d.p.r. n. 761/1979, indipendentemente dall'esistenza di un formale atto di assegnazione; b) nel caso in esame, l'Amministrazione ha emanato appositi ordini di servizio, il Comitato di Gestione ha riconosciuto l'espletamento della mansioni superiori da parte del ricorrente e risultano vacanze del relativo posto nella pianta organica dell'ente; c) non vi è dubbio che le mansioni superiori svolte dal ricorrente non rientrino nella previsione di cui all'art. 55, terzo comma, d.p.r. n. 384/1990 (che esclude la loro remunerazione quando la sostituzione del dipendente di posizione funzionale immediatamente superiore rientri tra gli ordinari compiti della posizione funzionale sottostante) e che esse siano state espletate oltre il termine di giorni sessanta di cui al quinto comma della disposizione indicata; d) l'Amministrazione non ha istruito la richiesta del ricorrente di cui alle diffide in data 21 dicembre 1991 e 10 maggio 1993; e) la mancata retribuzione delle mansioni superiori è in contrasto con il riconoscimento del loro espletamento ad opera del Comitato di Gestione.
    L'Amministrazione regionale, costituitasi in giudizio, chiede il rigetto del ricorso, eccependo l'intervenuta prescrizione ai sensi dell'art. 2948 c.c. e osservando che il ricorrente non ha svolto le mansioni superiori per le quali reclama le differenze retributive o che, comunque, la documentazione da questi prodotta non è adeguata per sostenere la sua domanda.
    Nella pubblica udienza del 22 febbraio 2012, sentiti i difensori delle parti come indicato nel verbale, la causa viene trattenuta in decisione.
    Il ricorso è in parte inammissibile e in parte infondato.
    E' inammissibile per quanto attiene all'impugnazione del silenzio dell'Amministrazione in quanto la controversia attiene a posizioni di diritto soggettivo e non involge l'esercizio di potestà amministrative.
    Per quanto attiene alla richiesta di condanna della U.S.L. n. 30 il ricorso è, invece, infondato (e, pertanto, si può prescindere dall'esame dell'eccezione di prescrizione sollevata dall'Amministrazione resistente).
    E' noto, infatti, che, secondo un condivisibile orientamento della giurisprudenza amministrativa, nel settore del pubblico impiego, salvo diversa disposizione di legge, il diritto alle differenze retributive per le mansioni superiori espletate dai pubblici dipendenti va riconosciuto con carattere di generalità solo a decorrere dall'entrata in vigore dell'art. 15 d.lgs. n. 387/1998 (sul punto cfr., fra le tante, Cons. St., V, n. 3842/2009, Cons. St., V, n. 7234/2009 e Cons. St., VI, n. 502/2010 e Cons. St., V, n. 1332/2010), che ha reso anticipatamente operativa la disciplina di cui all'art. 56, sesto comma, d.lgs n. 29/1993.
    Come ripetutamente affermato in giurisprudenza (cfr., da ultimo, Cons. St., V, n. 2166/2011, Cons. St., VI, n. 758/2011 e Cons. St., VI, n. 467/2011, sulla scorta, peraltro, di quanto stabilito dall'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con la decisione n. 22/1999), ciò dipende dal fatto che il rapporto di pubblico impiego non è assimilabile al rapporto di lavoro privato, poiché in relazione al primo, oltre al principio di cui all'art. 36 Cost. (che sancisce il principio di corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e quantità del lavoro prestato), trovano spazio altri principi di pari rilevanza, come quelli di cui agli artt. 98 (il quale, nel disporre che i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione, sottrae la valutazione del rapporto di pubblico impiego alla logica del rapporto di scambio) e 97 Cost. (da cui si desume il contrasto dell'esercizio di mansioni superiori con i principi di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione, nonché con la rigida determinazione delle sfere di competenza, attribuzioni e responsabilità dei funzionari).
    Tali conclusioni, peraltro, soffrono una deroga nel settore sanitario in ragione di quanto previsto dall'art. 29 d.p.r. n. 761/ 1979, ma, come specificato dalla giurisprudenza (sul punto, cfr, per tutte, Cons. St., V, n. 3312/ 2010 e Cons. St., V, n. 4431/2008, n. 4431), alla triplice e contestuale condizione dell'esistenza di un posto in organico vacante per la copertura del quale non sia stato bandito alcun concorso, del previo conferimento formale dell'incarico su un posto vacante mediante atto deliberativo dell'organo competente e del protrarsi delle mansioni immediatamente superiori (cioè non "per saltum") per un periodo eccedente i sessanta giorni nell'anno solare (sul punto, cfr, per tutte, Cons. St., V, n. 3312/ 2010 e Cons. St., V, n. 4431/2008, n. 4431).
    In altri termini, l'art. 29, secondo comma, del citato d.p.r. n. 761/1979 subordina la possibilità di riconoscere nel settore sanitario le differenze retributive per l'espletamento di mansioni immediatamente superiori alle seguenti, concomitanti condizioni: a) le mansioni devono essere svolte su un posto di ruolo, esistente in pianta organica e di fatto vacante; b) su tale posto non deve essere stato bandito alcun concorso; c) l'organo gestorio deve aver attribuito la supplenza con previa e formale deliberazione, dopo aver verificato i presupposti indicati in precedenza e assumendosene tutte le responsabilità (con la conseguente irrilevanza di un semplice ordine di servizio: su quest'ultimo specifico punto cfr. Cons. St., V, n. 1048/2007).
    Alla luce dei principi appena indicati, al ricorrente non spettano le differenze retributive in quanto, secondo la stessa prospettazione operata in ricorso: a) nel caso di specie è intervenuto un mero ordine di servizio, non un formale e previo provvedimento di assegnazione delle mansioni superiori da parte dell'organo competente; b) le mansioni svolte non risultano immediatamente superiori rispetto a quelle di appartenenza.
    Tenuto conto del diverso avviso espresso al riguardo da parte della giurisprudenza amministrativa e civile (per tutte, cfr. Cons. St., V, n. 2099/2006, Cass., Sez. Lav., n. 9130/2007, Cass., Sez. Un., n. 25837/2007 e, da ultimo, Cass., Sez. Un., n. 3814/2011), sembrano opportune, in conclusione, alcune precisazioni in ordine alla natura non retroattiva dell'art. 15 d.lgs. n. 387/1998, che modificando l'art. 56, sesto comma, d.lgs. n. 29/1993, ha introdotto il principio della spettanza della remunerazione delle mansioni superiori nell'ambito del pubblico impiego "privatizzato".
    Tale diverso avviso espresso da parte della giurisprudenza amministrativa e civile si fonda sulle seguenti considerazioni: a) l'art. 15 d.lgs. n. 387/1998 modifica una norma transitoria; b) le disposizioni transitorie si applicano ad un arco temporale da esse - più o meno esplicitamente - indicato; c) da ciò consegue che le norme che modificano norme transitorie, invece di operare "ex nunc", estendono la loro efficacia (anche retroattivamente) al periodo considerato dalla norma transitoria; d) attraverso l'art. 15 d.lgs. n. 387/1998 il legislatore ha modificato una disciplina sospettata di incostituzionalità, anche alla luce della giurisprudenza del giudice delle leggi sul trattamento economico spettante al dipendente pubblico che abbia svolto mansioni superiori.
    Il Collegio intende, invece, ribadire il diverso orientamento espresso dalla prevalente giurisprudenza amministrativa sulla base delle seguenti argomentazioni: a) l'art. 10, primo comma, disp. prel. c.c. stabilisce che le leggi e i regolamenti hanno effetto a far data dal compimento della "vacatio legis", salvo che sia altrimenti disposto; b) tale previsione va interpretata in armonia con in principi costituzionali ed appare espressione di un principio di natura generale, con cui si intende garantire che il legislatore abbia puntualmente delibato gli effetti derivanti dall'applicazione retroattiva delle norme - effetti che possono essere sfavorevoli per particolari soggetti dell'ordinamento - e abbia consapevolmente ritenuto di non escluderli; c) non è necessario che l'intento sia manifestato espressamente, ma occorre tuttavia che esso risulti in modo inequivocabile dal tenore logico e letterale della disposizione (diversamente non avrebbe significato l'espressione "salvo che... sia altrimenti disposto" di cui al citato art. 10, primo comma); d) in altri termini, la natura retroattiva di una disciplina deve emergere in modo - anche implicito, ma - inequivocabile dalla lettera della norma; e) nel caso di specie, l'interpretazione secondo cui l'art. 15 avrebbe natura retroattiva ha una sua plausibilità logica, ma non costituisce l'unica interpretazione possibile in base al tenore letterale della previsione; f) è, infatti, ugualmente plausibile, sotto un profilo logico, che il legislatore abbia inteso restringere gli effetti dell'art. 15 d.lgs. n. 387/1998 all'epoca successiva alla sua entrata in vigore; g) tale seconda interpretazione va preferita perché essa non pregiudica - retroattivamente e "a sorpresa" - la posizione delle Pubbliche Amministrazioni che avevano operato facendo affidamento sul fatto che, salve espresse disposizioni normative di segno contrario, nell'ambito del pubblico impiego l'esercizio di mansioni superiori non poteva dar luogo alla corresponsione del relativo trattamento economico; h) è vero che questa interpretazione è di minor beneficio per i pubblici dipendenti, ma ciò trova giustificazione nel fatto che, prima dell'introduzione dell'art. 15 d.lgs. n. 387/1998, essi erano consapevoli - o dovevano esserlo - che nell'ambito del pubblico impiego l'esercizio di mansioni superiori non poteva dar luogo alla corresponsione del relativo trattamento economico (salve espresse disposizioni normative di segno contrario); i) non è vero, inoltre, che una disciplina che escluda o limiti la remunerazione delle mansioni superiori nell'ambito del pubblico impiego "privatizzato" debba necessariamente considerarsi incostituzionale, tenuto conto che, a dispetto dell'intervenuta assimilazione di disciplina, il pubblico impiego conserva ancora una sua specialità, confermata in primo luogo dal fatto che, mentre il datore di lavoro privato esercita i suoi poteri di organizzazione e supremazia nell'ambito della assai ampia sfera di autonomia che gli è attribuita dagli artt. 41 Cost. e 2043 c.c., quello pubblico è vincolato al disposto di cui all'art. 97 Cost., che prescrive il perseguimento obiettivo dei valori superprimari dell'imparzialità e del buon andamento, nonché dal fatto che nel pubblico impiego si accede necessariamente mediante procedimento concorsuale ai sensi del citato art. 97, terzo comma, e che negli uffici pubblici le sfere di competenza sono determinate dalla legge ai sensi del precedente secondo comma.
    Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto: 1) lo dichiara inammissibile quanto all'impugnazione del silenzio della U.S.L. n. 30 di Palagonia sulla diffida notificata dal ricorrente in data 10 maggio 1995; 2) respinge la domanda di condanna della U.S.L. n. 30 di Palagonia al pagamento delle differenze retributive per le mansioni superiori svolte dal ricorrente a far data dal a partire dal 21 dicembre 1986; 3) condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite in favore dell'Amministrazione regionale, liquidate in complessivi euro 1.500,00, oltre accessori di legge se dovuti.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 22 febbraio 2012 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Salvatore Veneziano
    L'ESTENSORE
    Daniele Burzichelli
    IL CONSIGLIERE
    Giovanni Milana
     
    Depositata in Segreteria il 12 marzo 2012
    (Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)
     

    Codice del processo amministrativo

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    Codice del processo amministrativo
    LIBRO PRIMO
    DISPOSIZIONI GENERALI
    TITOLO I
    Principi e organi della giurisdizione amministrativa
    CAPO I
    PRINCIPI GENERALI
    Art. 1
    Effettività
    1. La giurisdizione amministrativa assicura una tutela piena ed effettiva secondo i principi della Costituzione e del diritto europeo.
    Art. 2
    Giusto processo
    1. Il processo amministrativo attua i principi della parità delle parti, del contraddittorio e del giusto processo previsto dall'articolo 111, primo comma, della Costituzione.
    2. Il giudice amministrativo e le parti cooperano per la realizzazione della ragionevole durata del processo.
    Art. 3
    Dovere di motivazione e sinteticità degli atti
    1. Ogni provvedimento decisorio del giudice è motivato.
    2. Il giudice e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica.
    CAPO II
    ORGANI DELLA GIURISDIZIONE AMMINISTRATIVA
    Art. 4
    Giurisdizione dei giudici amministrativi
    1. La giurisdizione amministrativa è esercitata dai tribunali amministrativi regionali e dal Consiglio di Stato secondo le norme del presente codice.
    Art. 5
    Tribunali amministrativi regionali
    1. Sono organi di giurisdizione amministrativa di primo grado i tribunali amministrativi regionali e il Tribunale regionale di giustizia amministrativa per la regione autonoma del Trentino - Alto Adige.
    2. Il tribunale amministrativo regionale decide con l'intervento di tre magistrati, compreso il presidente. In mancanza del presidente, il collegio è presieduto dal magistrato con maggiore anzianità nel ruolo.
    3. Il Tribunale regionale di giustizia amministrativa per la regione autonoma del Trentino - Alto Adige resta disciplinato dallo statuto speciale e dalle relative norme di attuazione.
    Art. 6
    Consiglio di Stato
    1. Il Consiglio di Stato è organo di ultimo grado della giurisdizione amministrativa.
    2. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale decide con l'intervento di cinque magistrati, di cui un presidente di sezione e quattro consiglieri. In caso di impedimento del presidente, il collegio è presieduto dal consigliere più anziano nella qualifica.
    3. Salvo quanto previsto dalle norme di attuazione richiamate al comma 6, l'adunanza plenaria è composta dal presidente del Consiglio di Stato che la presiede e da dodici magistrati del Consiglio di Stato, assegnati alle sezioni giurisdizionali.
    4. In caso di impedimento, il presidente del Consiglio di Stato è sostituito dal presidente di sezione giurisdizionale più anziano nel ruolo; gli altri componenti dell'adunanza plenaria, in caso di assenza o di impedimento, sono sostituiti dal magistrato più anziano nella stessa qualifica della rispettiva sezione.
    5. Per gli appelli avverso le pronunce della sezione autonoma di Bolzano del Tribunale regionale di giustizia amministrativa si applicano anche le disposizioni dello statuto speciale e delle relative norme di attuazione.
    6. Gli appelli avverso le pronunce del Tribunale amministrativo regionale della Sicilia sono proposti al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, nel rispetto delle disposizioni dello statuto speciale e delle relative norme di attuazione.
    CAPO III
    GIURISDIZIONE AMMINISTRATIVA
    Art. 7
    Giurisdizione amministrativa
    1. Sono devolute alla giurisdizione amministrativa le controversie, nelle quali si faccia questione di interessi legittimi e, nelle particolari materie indicate dalla legge, di diritti soggettivi, concernenti l'esercizio o il mancato esercizio del potere amministrativo, riguardanti provvedimenti, atti, accordi o comportamenti riconducibili anche mediatamente all'esercizio di tale potere, posti in essere da pubbliche amministrazioni. Non sono impugnabili gli atti o provvedimenti emanati dal Governo nell'esercizio del potere politico.
    2. Per pubbliche amministrazioni, ai fini del presente codice, si intendono anche i soggetti ad esse equiparati o comunque tenuti al rispetto dei principi del procedimento amministrativo.
    3. La giurisdizione amministrativa si articola in giurisdizione generale di legittimità, esclusiva ed estesa al merito.
    4. Sono attribuite alla giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo le controversie relative ad atti, provvedimenti o omissioni delle pubbliche amministrazioni, comprese quelle relative al risarcimento del danno per lesione di interessi legittimi e agli altri diritti patrimoniali consequenziali, pure se introdotte in via autonoma.
    5. Nelle materie di giurisdizione esclusiva, indicate dalla legge e dall'articolo 133, il giudice amministrativo conosce, pure ai fini risarcitori, anche delle controversie nelle quali si faccia questione di diritti soggettivi.
    6. Il giudice amministrativo esercita giurisdizione con cognizione estesa al merito nelle controversie indicate dalla legge e dall'articolo 134. Nell'esercizio di tale giurisdizione il giudice amministrativo può sostituirsi all'amministrazione.
    7. Il principio di effettività è realizzato attraverso la concentrazione davanti al giudice amministrativo di ogni forma di tutela degli interessi legittimi e, nelle particolari materie indicate dalla legge, dei diritti soggettivi.
    8. Il ricorso straordinario è ammesso unicamente per le controversie devolute alla giurisdizione amministrativa.
    Art. 8
    Cognizione incidentale e questioni pregiudiziali
    1. Il giudice amministrativo nelle materie in cui non ha giurisdizione esclusiva conosce, senza efficacia di giudicato, di tutte le questioni pregiudiziali o incidentali relative a diritti, la cui risoluzione sia necessaria per pronunciare sulla questione principale.
    2. Restano riservate all'autorità giudiziaria ordinaria le questioni pregiudiziali concernenti lo stato e la capacità delle persone, salvo che si tratti della capacità di stare in giudizio, e la risoluzione dell'incidente di falso.
    Art. 9
    Difetto di giurisdizione
    1. Il difetto di giurisdizione è rilevato in primo grado anche d'ufficio. Nei giudizi di impugnazione è rilevato se dedotto con specifico motivo avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, ha statuito sulla giurisdizione.
    Art. 10
    Regolamento preventivo di giurisdizione
    1. Nel giudizio davanti ai tribunali amministrativi regionali è ammesso il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione previsto dall'articolo 41 del codice di procedura civile. Si applica il primo comma dell'articolo 367 dello stesso codice.
    2. Nel giudizio sospeso possono essere chieste misure cautelari, ma il giudice non può disporle se non ritiene sussistente la propria giurisdizione.
    Art. 11
    Decisione sulle questioni di giurisdizione
    1. Il giudice amministrativo, quando declina la propria giurisdizione, indica, se esistente, il giudice nazionale che ne è fornito.
    2. Quando la giurisdizione è declinata dal giudice amministrativo in favore di altro giudice nazionale o viceversa, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono fatti salvi gli effetti processuali e sostanziali della domanda se il processo è riproposto innanzi al giudice indicato nella pronuncia che declina la giurisdizione, entro il termine perentorio di tre mesi dal suo passaggio in giudicato.
    3. Quando il giudizio è tempestivamente riproposto davanti al giudice amministrativo, quest'ultimo, alla prima udienza, può sollevare anche d'ufficio il conflitto di giurisdizione.
    4. Se in una controversia introdotta davanti ad altro giudice le sezioni unite della Corte di cassazione, investite della questione di giurisdizione, attribuiscono quest'ultima al giudice amministrativo, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono fatti salvi gli effetti processuali e sostanziali della domanda, se il giudizio è riproposto dalla parte che vi ha interesse nel termine di tre mesi dalla pubblicazione della decisione delle sezioni unite.
    5. Nei giudizi riproposti, il giudice, con riguardo alle preclusioni e decadenze intervenute, può concedere la rimessione in termini per errore scusabile ove ne ricorrano i presupposti.
    6. Nel giudizio riproposto davanti al giudice amministrativo, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova.
    7. Le misure cautelari perdono la loro efficacia trenta giorni dopo la pubblicazione del provvedimento che dichiara il difetto di giurisdizione del giudice che le ha emanate. Le parti possono riproporre le domande cautelari al giudice munito di giurisdizione.
    Art. 12
    Rapporti con l'arbitrato
    1. Le controversie concernenti diritti soggettivi devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo possono essere risolte mediante arbitrato rituale di diritto.
    CAPO IV
    COMPETENZA
    Art. 13
    Competenza territoriale inderogabile
    1. Sulle controversie riguardanti provvedimenti, atti, accordi o comportamenti di pubbliche amministrazioni è inderogabilmente competente il tribunale amministrativo regionale nella cui circoscrizione territoriale esse hanno sede. Il tribunale amministrativo regionale è comunque inderogabilmente competente sulle controversie riguardanti provvedimenti, atti, accordi o comportamenti di pubbliche amministrazioni i cui effetti diretti sono limitati all'ambito territoriale della regione in cui il tribunale ha sede.
    2. Per le controversie riguardanti pubblici dipendenti è inderogabilmente competente il tribunale nella cui circoscrizione territoriale è situata la sede di servizio.
    3. Negli altri casi è inderogabilmente competente, per gli atti statali, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma e, per gli atti dei soggetti pubblici a carattere ultra regionale, il tribunale amministrativo regionale nella cui circoscrizione ha sede il soggetto.
    4. La competenza territoriale del tribunale amministrativo regionale non è derogabile.
    Art. 14
    Competenza funzionale inderogabile
    1. Sono devolute funzionalmente alla competenza inderogabile del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma, le controversie indicate dall'articolo 135 e dalla legge.
    2. Sono devolute funzionalmente alla competenza inderogabile del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, sede di Milano, le controversie relative ai poteri esercitati dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas.
    3. La competenza è funzionalmente inderogabile altresì per i giudizi di cui agli articoli 113 e 119, nonché per ogni altro giudizio per il quale la legge o il presente codice individuino il giudice competente con criteri diversi da quelli di cui all'articolo 13.
    Art. 15
    Rilievo dell'incompetenza e regolamento preventivo di competenza
    1. Il difetto di competenza è rilevato in primo grado anche d'ufficio. Nei giudizi di impugnazione esso è rilevato se dedotto con specifico motivo avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, ha statuito sulla competenza.
    2. Finché la causa non è decisa in primo grado, ciascuna parte può chiedere al Consiglio di Stato di regolare la competenza. Non rilevano, a tal fine, le pronunce istruttorie o interlocutorie di cui all'articolo 36, comma 1, né quelle che respingono l'istanza cautelare senza riferimento espresso alla questione di competenza. Il regolamento è proposto con istanza notificata alle altre parti e depositata, unitamente a copia degli atti utili al fine del decidere, entro quindici giorni dall'ultima notificazione presso la segreteria del Consiglio di Stato.
    3. Il Consiglio di Stato decide in camera di consiglio con ordinanza, con la quale provvede anche sulle spese del regolamento. La pronuncia sulle spese conserva efficacia anche dopo la sentenza che definisce il giudizio, salvo diversa statuizione espressa nella sentenza. Al procedimento si applicano i termini di cui all'articolo 55, commi da 5 a 8.
    4. La pronuncia del Consiglio di Stato vincola i tribunali amministrativi regionali. Se viene indicato come competente un tribunale diverso da quello adito, il giudizio deve essere riassunto nel termine perentorio di trenta giorni dalla notificazione dell'ordinanza che pronuncia sul regolamento, ovvero entro sessanta giorni dalla sua pubblicazione.
    5. Quando è proposta domanda cautelare il tribunale adito, ove non riconosca la propria competenza ai sensi degli articoli 13 e 14, non decide su tale domanda e, se non ritiene di provvedere ai sensi dell'articolo 16, comma 2, richiede d'ufficio, con ordinanza, il regolamento di competenza, indicando il tribunale che reputa competente.
    6. L'ordinanza con cui è richiesto il regolamento è immediatamente trasmessa d'ufficio al Consiglio di Stato a cura della segreteria. Della camera di consiglio fissata per regolare la competenza ai sensi del comma 4 è dato avviso, almeno dieci giorni prima, ai difensori che si siano costituiti davanti al Consiglio di Stato. Fino a due giorni liberi prima è ammesso il deposito di memorie e documenti e sono sentiti in camera di consiglio i difensori che ne facciano richiesta.
    7. Nelle more del procedimento di cui al comma 6, il ricorrente può riproporre le istanze cautelari al tribunale amministrativo regionale indicato nell'ordinanza di cui al comma 5 il quale decide in ogni caso sulla domanda cautelare, fermo quanto previsto dal comma 8.
    8. Le pronunce sull'istanza cautelare rese dal giudice dichiarato incompetente perdono comunque efficacia dopo trenta giorni dalla data di pubblicazione dell'ordinanza che regola la competenza.
    9. Le parti possono sempre riproporre le istanze cautelari al giudice dichiarato competente.
    10. La disciplina dei commi 8 e 9 si applica anche alle pronunce sull'istanza cautelare rese dal giudice privato del potere di decidere il ricorso dall'ordinanza presidenziale di cui all'articolo 47, comma 2.
    Art. 16
    Regime della competenza
    1. La competenza di cui agli articoli 13 e 14 è inderogabile anche in ordine alle misure cautelari.
    2. Il difetto di competenza è rilevato, anche d'ufficio, con ordinanza che indica il giudice competente. Se, nel termine perentorio di trenta giorni dalla comunicazione di tale ordinanza, la causa è riassunta davanti al giudice dichiarato competente, il processo segue davanti al nuovo giudice.
    3. L'ordinanza con cui il giudice adito dichiara la propria competenza o incompetenza è impugnabile nel termine di trenta giorni dalla notificazione, ovvero di sessanta giorni dalla sua pubblicazione, con il regolamento di competenza di cui all'articolo 15. Il regolamento può essere altresì richiesto d'ufficio, con ordinanza, dal giudice dinanzi al quale il giudizio è stato riassunto ai sensi del comma 2; in tale caso si procede ai sensi dell'articolo 15, comma 6.
    4. Durante la pendenza del regolamento di competenza, il ricorrente può sempre proporre l'istanza cautelare al tribunale amministrativo regionale indicato nell'ordinanza di cui al comma 2 o in quella di cui all'articolo 15, comma 5, il quale decide in ogni caso sulla domanda cautelare, fermo restando quanto previsto dall'articolo 15, comma 8.
    CAPO V
    ASTENSIONE E RICUSAZIONE
    Art. 17
    Astensione
    1. Al giudice amministrativo si applicano le cause e le modalità di astensione previste dal codice di procedura civile.
    Art. 18
    Ricusazione
    1. Al giudice amministrativo si applicano le cause di ricusazione previste dal codice di procedura civile.
    2. La ricusazione si propone, almeno tre giorni prima dell'udienza designata, con domanda diretta al presidente, quando sono noti i magistrati che devono prendere parte all'udienza; in caso contrario, può proporsi oralmente all'udienza medesima prima della discussione.
    3. La domanda deve indicare i motivi ed i mezzi di prova ed essere firmata dalla parte o dall'avvocato munito di procura speciale.
    4. Proposta la ricusazione, il collegio investito della controversia può disporre la prosecuzione del giudizio, se ad un sommario esame ritiene l'istanza inammissibile o
    manifestamente infondata.
    5. In ogni caso la decisione definitiva sull'istanza è adottata, entro trenta giorni dalla sua proposizione, dal collegio previa sostituzione del magistrato ricusato, che deve essere sentito.
    6. I componenti del collegio chiamato a decidere sulla ricusazione non sono ricusabili.
    7. Il giudice, con l'ordinanza con cui dichiara inammissibile o respinge l'istanza di ricusazione, provvede sulle spese e può condannare la parte che l'ha proposta ad una sanzione pecuniaria non superiore ad euro cinquecento.
    8. La ricusazione o l'astensione non hanno effetto sugli atti anteriori. L'accoglimento dell'istanza di ricusazione rende nulli gli atti compiuti ai sensi del comma 4 con la partecipazione del giudice ricusato.
    CAPO VI
    AUSILIARI DEL GIUDICE
    Art. 19
    Verificatore e consulente tecnico
    1. Il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più verificatori, ovvero, se indispensabile, da uno o più consulenti.
    2. L'incarico di consulenza può essere affidato a dipendenti pubblici, professionisti iscritti negli albi di cui all'articolo 13 delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile, o altri soggetti aventi particolare competenza tecnica. Non possono essere nominati coloro che prestano attività in favore delle parti del giudizio. La verificazione è affidata a un organismo pubblico, estraneo alle parti del giudizio, munito di specifiche competenze tecniche.
    3. Il verificatore e il consulente compiono le indagini che sono loro affi date dal giudice e forniscono anche oralmente i chiarimenti richiesti.
    Art. 20
    Obbligo di assumere l'incarico e ricusazione del consulente
    1. Il verificatore e il consulente, se scelto tra i dipendenti pubblici o tra gli iscritti negli albi di cui all'articolo 13 delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile, hanno l'obbligo di prestare il loro ufficio, tranne che il giudice riconosca l'esistenza di un giustificato motivo.
    2. Il consulente, o il verificatore, può essere ricusato dalle parti per i motivi indicati nell'articolo 51 del codice di procedura civile. Della ricusazione conosce il giudice che l'ha nominato.
    Art. 21
    Commissario ad acta
    1. Nell'ambito della propria giurisdizione, il giudice amministrativo, se deve sostituirsi all'amministrazione, può nominare come proprio ausiliario un commissario ad acta. Si applica l'articolo 20, comma 2.
    TITOLO II
    Parti e difensori
    Art. 22
    Patrocinio
    1. Salvo quanto previsto dall'articolo 23, nei giudizi davanti ai tribunali amministrativi regionali è obbligatorio il patrocinio di avvocato.
    2. Per i giudizi davanti al Consiglio di Stato è obbligatorio il ministero di avvocato ammesso al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori.
    3. La parte o la persona che la rappresenta, quando ha la qualità necessaria per esercitare l'ufficio di difensore con procura presso il giudice adito, può stare in giudizio senza il ministero di altro difensore.
    Art. 23
    Difesa personale delle parti
    1. Le parti possono stare in giudizio personalmente senza l'assistenza del difensore nei giudizi in materia di accesso, in materia elettorale e nei giudizi relativi al diritto dei cittadini dell'Unione europea e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.
    Art. 24
    Procura alle liti
    1. La procura rilasciata per agire e contraddire davanti al giudice si intende conferita anche per proporre motivi aggiunti e ricorso incidentale, salvo che in essa sia diversamente disposto.
    Art. 25
    Domicilio
    1. Nei giudizi davanti ai tribunali amministrativi regionali, la parte, se non elegge domicilio nel comune sede del tribunale amministrativo regionale o della sezione staccata dove pende il ricorso, si intende domiciliata, ad ogni effetto, presso la segreteria del tribunale amministrativo regionale o della sezione staccata.
    2. Nei giudizi davanti al Consiglio di Stato, la parte, se non elegge domicilio in Roma, si intende domiciliata, ad ogni effetto, presso la segreteria del Consiglio di Stato.
    Art. 26
    Spese di giudizio
    1. Quando emette una decisione, il giudice provvede anche sulle spese del giudizio, secondo gli articoli 91, 92, 93, 94, 96 e 97 del codice di procedura civile.
    2. Il giudice, nel pronunciare sulle spese, può altresì condannare, anche d'ufficio, la parte soccombente al pagamento in favore dell'altra parte di una somma di denaro equitativamente determinata, quando la decisione è fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati.
    TITOLO III
    Azioni e domande
    CAPO I
    CONTRADDITTORIO E INTERVENTO
    Art. 27
    Contraddittorio
    1. Il contraddittorio è integralmente costituito quando l'atto introduttivo è notificato all'amministrazione resistente e, ove esistenti, ai controinteressati.
    2. Se il giudizio è promosso solo contro alcune delle parti e non si è verificata alcuna decadenza, il giudice ordina l'integrazione del contraddittorio nei confronti delle altre entro un termine perentorio. Nelle more dell'integrazione del contraddittorio il giudice può pronunciare provvedimenti cautelari interinali.
    Art. 28
    Intervento
    1. Se il giudizio non è stato promosso contro alcuna delle parti nei cui confronti la sentenza deve essere pronunciata, queste possono intervenirvi, senza pregiudizio del diritto di difesa.
    2. Chiunque non sia parte del giudizio e non sia decaduto dall'esercizio delle relative azioni, ma vi abbia interesse, può intervenire accettando lo stato e il grado in cui il giudizio si trova.
    3. Il giudice, anche su istanza di parte, quando ritiene opportuno che il processo si svolga nei confronti di un terzo, ne ordina l'intervento.
    CAPO II
    AZIONI DI COGNIZIONE
    Art. 29
    Azione di annullamento
    1. L'azione di annullamento per violazione di legge, incompetenza ed eccesso di potere si propone nel termine di decadenza di sessanta giorni.
    Art. 30
    Azione di condanna
    1. L'azione di condanna può essere proposta contestualmente ad altra azione o, nei soli casi di giurisdizione esclusiva e nei casi di cui al presente articolo, anche in via autonoma.
    2. Può essere chiesta la condanna al risarcimento del danno ingiusto derivante dall'illegittimo esercizio dell'attività amministrativa o dal mancato esercizio di quella obbligatoria. Nei casi di giurisdizione esclusiva può altresì essere chiesto il risarcimento del danno da lesione di diritti soggettivi. Sussistendo i presupposti previsti dall'articolo 2058 del codice civile, può essere chiesto il risarcimento del danno in forma specifica.
    3. La domanda di risarcimento per lesione di interessi legittimi è proposta entro il termine di decadenza di centoventi giorni decorrente dal giorno in cui il fatto si è verificato ovvero dalla conoscenza del provvedimento se il danno deriva direttamente da questo. Nel determinare il risarcimento il giudice valuta tutte le circostanze di fatto e il comportamento complessivo delle parti e, comunque, esclude il risarcimento dei danni che si sarebbero potuti evitare usando l'ordinaria diligenza, anche attraverso l'esperimento degli strumenti di tutela previsti.
    4. Per il risarcimento dell'eventuale danno che il ricorrente comprovi di aver subito in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento, il termine di cui al comma 3 non decorre fintanto che perdura l'inadempimento. Il termine di cui al comma 3 inizia comunque a decorrere dopo un anno dalla scadenza del termine per provvedere.
    5. Nel caso in cui sia stata proposta azione di annullamento la domanda risarcitoria può essere formulata nel corso del giudizio o, comunque, sino a centoventi giorni dal passaggio in giudicato della relativa sentenza.
    6. Di ogni domanda di condanna al risarcimento di danni per lesioni di interessi legittimi o, nelle materie di giurisdizione esclusiva, di diritti soggettivi conosce esclusivamente il giudice amministrativo.
    Art. 31
    Azione avverso il silenzio e declaratoria di nullità
    1. Decorsi i termini per la conclusione del procedimento amministrativo, chi vi ha interesse può chiedere l'accertamento dell'obbligo dell'amministrazione di provvedere.
    2. L'azione può essere proposta fintanto che perdura l'inadempimento e, comunque, non oltre un anno dalla scadenza del termine di conclusione del procedimento. E' fatta salva la riproponibilità dell'istanza di avvio del procedimento ove ne ricorrano i presupposti.
    3. Il giudice può pronunciare sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio solo quando si tratta di attività vincolata o quando risulta che non residuano ulteriori margini di esercizio della discrezionalità e non sono necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dall'amministrazione.
    4. La domanda volta all'accertamento delle nullità previste dalla legge si propone entro il termine di decadenza di centottanta giorni. La nullità dell'atto può sempre essere opposta dalla parte resistente o essere rilevata d'ufficio dal giudice. Le disposizioni del presente comma non si applicano alle nullità di cui all'articolo 114, comma 4, lettera b), per le quali restano ferme le disposizioni del Titolo I del Libro IV.
    Art. 32
    Pluralità delle domande e conversione delle azioni
    1. E' sempre possibile nello stesso giudizio il cumulo di domande connesse proposte in via principale o incidentale. Se le azioni sono soggette a riti diversi, si applica quello ordinario, salvo quanto previsto dai Capi I e II del Titolo V del Libro IV.
    2. Il giudice qualifica l'azione proposta in base ai suoi elementi sostanziali. Sussistendone i presupposti il giudice può sempre disporre la conversione delle azioni.
    TITOLO IV
    Pronunce giurisdizionali
    Art. 33
    Provvedimenti del giudice
    1. Il giudice pronuncia:
    a) sentenza quando definisce in tutto o in parte il giudizio;
    b) ordinanza quando assume misure cautelari o interlocutorie, ovvero decide sulla competenza;
    c) decreto nei casi previsti dalla legge.
    2. Le sentenze di primo grado sono esecutive.
    3. Le ordinanze e i decreti, se non pronunciati in udienza o in camera di consiglio e inseriti nel relativo verbale, sono comunicati alle parti dalla segreteria nel termine di cui all'articolo 89, comma 3.
    4. L'ordinanza che dichiara l'incompetenza indica in ogni caso il giudice competente.
    Art. 34
    Sentenze di merito
    1. In caso di accoglimento del ricorso il giudice, nei limiti della domanda:
    a) annulla in tutto o in parte il provvedimento impugnato;
    b) ordina all'amministrazione, rimasta inerte, di provvedere entro un termine;
    c) condanna al pagamento di una somma di denaro, anche a titolo di risarcimento del danno, all'adozione delle misure idonee a tutelare la situazione giuridica soggettiva dedotta in giudizio e dispone misure di risarcimento in forma specifica ai sensi dell'articolo 2058 del codice civile;
    d) nei casi di giurisdizione di merito, adotta un nuovo atto, ovvero modifica o riforma quello impugnato;
    e) dispone le misure idonee ad assicurare l'attuazione del giudicato e delle pronunce non sospese, compresa la nomina di un commissario ad acta, che può avvenire anche in sede di cognizione con effetto dalla scadenza di un termine assegnato per l'ottemperanza.
    2. In nessun caso il giudice può pronunciare con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati. Salvo quanto previsto dal comma 3 e dall'articolo 30, comma 3, il giudice non può conoscere della legittimità degli atti che il ricorrente avrebbe dovuto impugnare con l'azione di annullamento di cui all'articolo 29.
    3. Quando, nel corso del giudizio, l'annullamento del provvedimento impugnato non risulta più utile per il ricorrente, il giudice accerta l'illegittimità dell'atto se sussiste l'interesse ai fini risarcitori.
    4. In caso di condanna pecuniaria, il giudice può, in mancanza di opposizione delle parti, stabilire i criteri in base ai quali il debitore deve proporre a favore del creditore il pagamento di una somma entro un congruo termine. Se le parti non giungono ad un accordo, ovvero non adempiono agli obblighi derivanti dall'accordo concluso, con il ricorso previsto dal Titolo I del Libro IV, possono essere chiesti la determinazione della somma dovuta ovvero l'adempimento degli obblighi ineseguiti.
    5. Qualora nel corso del giudizio la pretesa del ricorrente risulti pienamente soddisfatta, il giudice dichiara cessata la materia del contendere.
    Art. 35
    Pronunce di rito
    1. Il giudice dichiara, anche d'ufficio, il ricorso:
    a) irricevibile se accerta la tardività della notificazione o del deposito;
    b) inammissibile quando è carente l'interesse o sussistono altre ragioni ostative ad una pronuncia sul merito;
    c) improcedibile quando nel corso del giudizio sopravviene il difetto di interesse delle parti alla decisione, o non sia stato integrato il contraddittorio nel termine assegnato, ovvero sopravvengono altre ragioni ostative ad una pronuncia sul merito.
    2. Il giudice dichiara estinto il giudizio:
    a) se, nei casi previsti dal presente codice, non viene proseguito o riassunto nel termine perentorio fissato dalla legge o assegnato dal giudice;
    b) per perenzione;
    c) per rinuncia.
    Art. 36
    Pronunce interlocutorie
    1. Salvo che il presente codice disponga diversamente, il giudice provvede con ordinanza in tutti i casi in cui non definisce nemmeno in parte il giudizio.
    2. Il giudice pronuncia sentenza non definitiva quando decide solo su alcune delle questioni, anche se adotta provvedimenti istruttori per l'ulteriore trattazione della causa.
    Art. 37
    Errore scusabile
    1. Il giudice può disporre, anche d'ufficio, la rimessione in termini per errore scusabile in presenza di oggettive ragioni di incertezza su questioni di diritto o di gravi impedimenti di fatto.
    TITOLO V
    Disposizioni di rinvio
    Art. 38
    Rinvio interno
    1. Il processo amministrativo si svolge secondo le disposizioni del Libro II che, se non espressamente derogate, si applicano anche alle impugnazioni e ai riti speciali.
    Art. 39
    Rinvio esterno
    1. Per quanto non disciplinato dal presente codice si applicano le disposizioni del codice di procedura civile, in quanto compatibili o espressione di principi generali.
    2. Le notificazioni degli atti del processo amministrativo sono comunque disciplinate dal codice di procedura civile e dalle leggi speciali concernenti la notificazione degli atti giudiziari in materia civile.
    LIBRO SECONDO
    PROCESSO AMMINISTRATIVO DI PRIMO GRADO
    TITOLO I
    Disposizioni generali
    CAPO I
    RICORSO
    SEZIONE I
    Ricorso e costituzione delle parti
    Art. 40
    Contenuto del ricorso
    1. Il ricorso deve contenere:
    a) gli elementi identificativi del ricorrente, del suo difensore e delle parti nei cui confronti il ricorso è proposto;
    b) l'indicazione dell'oggetto della domanda, ivi compreso l'atto o il provvedimento eventualmente impugnato, e la data della sua notificazione, comunicazione o comunque della sua conoscenza;
    c) l'esposizione sommaria dei fatti, i motivi specifici su cui si fonda il ricorso, l'indicazione dei mezzi di prova e dei provvedimenti chiesti al giudice;
    d) la sottoscrizione del ricorrente, se esso sta in giudizio personalmente, oppure del difensore, con indicazione, in questo caso, della procura speciale.
    Art. 41
    Notificazione del ricorso e suoi destinatari
    1. Le domande si introducono con ricorso al tribunale amministrativo regionale competente.
    2. Qualora sia proposta azione di annullamento il ricorso deve essere notificato, a pena di decadenza, alla pubblica amministrazione che ha emesso l'atto impugnato e ad almeno uno dei controinteressati che sia individuato nell'atto stesso entro il termine previsto dalla legge, decorrente dalla notificazione, comunicazione o piena conoscenza, ovvero, per gli atti di cui non sia richiesta la notificazione individuale, dal giorno in cui sia scaduto il termine della pubblicazione se questa sia prevista dalla legge o in base alla legge. Qualora sia proposta azione di condanna, anche in via autonoma, il ricorso è notificato altresì agli eventuali beneficiari dell'atto illegittimo, ai sensi dell'articolo 102 del codice di procedura civile; altrimenti il giudice provvede ai sensi dell'articolo 49.
    3. La notificazione dei ricorsi nei confronti delle amministrazioni dello Stato è effettuata secondo le norme vigenti per la difesa in giudizio delle stesse.
    4. Quando la notificazione del ricorso nei modi ordinari sia particolarmente difficile per il numero delle persone da chiamare in giudizio il presidente del tribunale o della sezione cui è assegnato il ricorso può disporre, su richiesta di parte, che la notificazione sia effettuata per pubblici proclami prescrivendone le modalità.
    5. Il termine per la notificazione del ricorso è aumentato di trenta giorni, se le parti o alcune di esse risiedono in altro Stato d'Europa, o di novanta giorni se risiedono fuori d'Europa.
    Art. 42
    Ricorso incidentale e domanda riconvenzionale
    1. Le parti resistenti e i controinteressati possono proporre domande il cui interesse sorge in dipendenza della domanda proposta in via principale, a mezzo di ricorso incidentale. Il ricorso si propone nel termine di sessanta giorni decorrente dalla ricevuta notificazione del ricorso principale. Per i soggetti intervenuti il termine decorre dall'effettiva conoscenza della proposizione del ricorso principale.
    2. Il ricorso incidentale, notificato ai sensi dell'articolo 41 alle controparti personalmente o, se costituite, ai sensi dell'articolo 170 del codice di procedura civile, ha i contenuti di cui all'articolo 40 ed è depositato nei termini e secondo le modalità previste dall'articolo 45.
    3. Le altre parti possono presentare memorie e produrre documenti nei termini e secondo le modalità previsti dall'articolo 46.
    4. La cognizione del ricorso incidentale è attribuita al giudice competente per quello principale, salvo che la domanda introdotta con il ricorso incidentale sia devoluta alla competenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma, ovvero alla competenza funzionale di un tribunale amministrativo regionale, ai sensi dell'articolo 14; in tal caso la competenza a conoscere dell'intero giudizio spetta al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma, ovvero al tribunale amministrativo regionale avente competenza funzionale ai sensi dell'articolo 14.
    5. Nelle controversie in cui si faccia questione di diritti soggettivi le domande riconvenzionali dipendenti da titoli già dedotti in giudizio sono proposte nei termini e con le modalità di cui al presente articolo.
    Art. 43
    Motivi aggiunti
    1. I ricorrenti, principale e incidentale, possono introdurre con motivi aggiunti nuove ragioni a sostegno delle domande già proposte, ovvero domande nuove purché connesse a quelle già proposte. Ai motivi aggiunti si applica la disciplina prevista per il ricorso, ivi compresa quella relativa ai termini.
    2. Le notifiche alle controparti costituite avvengono ai sensi dell'articolo 170 del codice di procedura civile.
    3. Se la domanda nuova di cui al comma 1 è stata proposta con ricorso separato davanti allo stesso tribunale, il giudice provvede alla riunione dei ricorsi ai sensi dell'articolo 70.
    Art. 44
    Vizi del ricorso e della notificazione
    1. Il ricorso è nullo:
    a) se manca la sottoscrizione;
    b) se, per l'inosservanza delle altre norme prescritte nell'articolo 40, vi è incertezza assoluta sulle persone o sull'oggetto della domanda.
    2. Se il ricorso contiene irregolarità, il collegio può ordinare che sia rinnovato entro un termine a tal fine fissato.
    3. La costituzione degli intimati sana la nullità della notificazione del ricorso, salvi i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione, nonché le irregolarità di cui al comma 2.
    4. Nei casi in cui sia nulla la notificazione e il destinatario non si costituisca in giudizio, il giudice, se ritiene che l'esito negativo della notificazione dipenda da causa non imputabile al notificante, fissa al ricorrente un termine perentorio per rinnovarla. La rinnovazione impedisce ogni decadenza.
    Art. 45
    Deposito del ricorso e degli altri atti processuali
    1. Il ricorso e gli altri atti processuali soggetti a preventiva notificazione sono depositati nella segreteria del giudice nel termine perentorio di trenta giorni, decorrente dal momento in cui l'ultima notificazione dell'atto stesso si è perfezionata anche per il destinatario. I termini di cui al presente comma sono aumentati nei casi e nella misura di cui all'articolo 41, comma 5.
    2. E' fatta salva la facoltà della parte di effettuare il deposito dell'atto, anche se non ancora pervenuto al destinatario, sin dal momento in cui la notificazione del ricorso si perfeziona per il notificante.
    3. La parte che si avvale della facoltà di cui al comma 2 è tenuta a depositare la documentazione comprovante la data in cui la notificazione si è perfezionata anche per il destinatario. In assenza di tale prova le domande introdotte con l'atto non possono essere esaminate.
    4. La mancata produzione, da parte del ricorrente, della copia del provvedimento impugnato e della documentazione a sostegno del ricorso non implica decadenza.
    Art. 46
    Costituzione delle parti intimate
    1. Nel termine di sessanta giorni dal perfezionamento nei propri confronti della notificazione del ricorso, le parti intimate possono costituirsi, presentare memorie, fare istanze, indicare i mezzi di prova di cui intendono valersi e produrre documenti.
    2. L'amministrazione, nel termine di cui al comma 1, deve produrre l'eventuale provvedimento impugnato, nonché gli atti e i documenti in base ai quali l'atto è stato emanato, quelli in esso citati e quelli che l'amministrazione ritiene utili al giudizio.
    3. Della produzione di cui al comma 2 è data comunicazione alle parti costituite a cura della segreteria.
    4. I termini di cui al presente articolo sono aumentati nei casi e nella misura di cui all'articolo 41, comma 5.
    Art. 47
    Ripartizione delle controversie tra tribunali amministrativi regionali e sezioni staccate
    1. Nei ricorsi devoluti alle sezioni staccate in base ai criteri di cui all'articolo 13, il deposito del ricorso è effettuato presso la segreteria della sezione staccata. Fuori dei casi di cui all'articolo 14, non è considerata questione di competenza la ripartizione delle controversie tra tribunale amministrativo regionale con sede nel capoluogo e sezione staccata.
    2. Se una parte, diversa dal ricorrente, ritiene che il ricorso debba essere deciso dal tribunale amministrativo regionale con sede nel capoluogo anziché dalla sezione staccata, o viceversa, deve eccepirlo nell'atto di costituzione o, comunque, con atto depositato non oltre trenta giorni dalla scadenza del termine di cui articolo 46, comma 1. Il presidente del tribunale amministrativo regionale provvede sulla eccezione con ordinanza motivata non impugnabile, udite le parti che ne facciano richiesta. Se sono state disposte misure cautelari, si applica l'articolo 15, commi 8 e 9.
    3. Salvo quanto previsto dall'ultimo periodo del comma 2, alla ripartizione di cui al presente articolo non si applica l'articolo 15.
    Art. 48
    Giudizio conseguente alla trasposizione del ricorso straordinario
    1. Qualora la parte nei cui confronti sia stato proposto ricorso straordinario ai sensi degli articoli 8 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199, proponga opposizione, il giudizio segue dinanzi al tribunale amministrativo regionale se il ricorrente, entro il termine perentorio di sessanta giorni dal ricevimento dell'atto di opposizione, deposita nella relativa segreteria l'atto di costituzione in giudizio, dandone avviso mediante notificazione alle altre parti.
    2. Le pronunce sull'istanza cautelare rese in sede straordinaria perdono efficacia alla scadenza del sessantesimo giorno successivo alla data di deposito dell'atto di costituzione in giudizio previsto dal comma 1. Il ricorrente può comunque riproporre l'istanza cautelare al tribunale amministrativo regionale.
    3. Qualora l'opposizione sia inammissibile, il tribunale amministrativo regionale dispone la restituzione del fascicolo per la prosecuzione del giudizio in sede straordinaria.
    Art. 49
    Integrazione del contraddittorio
    1. Quando il ricorso sia stato proposto solo contro taluno dei controinteressati, il presidente o il collegio ordina l'integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri.
    2. L'integrazione del contraddittorio non è ordinata nel caso in cui il ricorso sia manifestamente irricevibile, inammissibile, improcedibile o infondato; in tali casi il collegio provvede con sentenza in forma semplificata ai sensi dell'articolo 74.
    3. Il giudice, nell'ordinare l'integrazione del contraddittorio, fissa il relativo termine, indicando le parti cui il ricorso deve essere notificato. Può autorizzare, se ne ricorrono i presupposti, la notificazione per pubblici proclami prescrivendone le modalità. Se l'atto di integrazione del contraddittorio non è tempestivamente notificato e depositato, il giudice provvede ai sensi dell'articolo 35.
    4. I soggetti nei cui confronti è integrato il contraddittorio ai sensi del comma 1 non sono pregiudicati dagli atti processuali anteriormente compiuti.
    Art. 50
    Intervento volontario in causa
    1. L'intervento è proposto con atto diretto al giudice adito, recante l'indicazione delle generalità dell'interveniente. L'atto deve contenere le ragioni su cui si fonda, con la produzione dei documenti giustificativi, e deve essere sottoscritto ai sensi dell'articolo 40, comma 1, lettera d).
    2. L'atto di intervento è notificato alle altre parti ed è depositato nei termini di cui all'articolo 45; nei confronti di quelle costituite è notificato ai sensi dell'articolo 170 del codice di procedura civile.
    3. Il deposito dell'atto di intervento di cui all'articolo 28, comma 2, è ammesso fino a trenta giorni prima dell'udienza.
    Art. 51
    Intervento per ordine del giudice
    1. Il giudice, ove disponga l'intervento di cui all'articolo 28, comma 3, ordina alla parte di chiamare il terzo in giudizio, indicando gli atti da notificare e il termine della notificazione.
    2. La costituzione dell'interventore avviene secondo le modalità di cui all'articolo 46. Si applica l'articolo 49, comma 3, terzo periodo.
    SEZIONE II
    Abbreviazione, proroga e sospensione dei termini
    Art. 52
    Termini e forme speciali di notificazione
    1. I termini assegnati dal giudice, salva diversa previsione, sono perentori.
    2. Il presidente può autorizzare la notificazione del ricorso o di provvedimenti anche direttamente dal difensore con qualunque mezzo idoneo, compresi quelli per via telematica o fax, ai sensi dell'articolo 151 del codice di procedura civile.
    3. Se il giorno di scadenza è festivo il termine fissato dalla legge o dal giudice per l'adempimento è prorogato di diritto al primo giorno seguente non festivo.
    4. Per i termini computati a ritroso, la scadenza è anticipata al giorno antecedente non festivo.
    5. La proroga di cui al comma 3 si applica anche ai termini che scadono nella giornata del sabato.
    Art. 53
    Abbreviazione dei termini
    1. Nei casi d'urgenza, il presidente del tribunale può, su istanza di parte, abbreviare fino alla metà i termini previsti dal presente codice per la fissazione di udienze o di camere di consiglio. Conseguentemente sono ridotti proporzionalmente i termini per le difese della relativa fase.
    2. Il decreto di abbreviazione del termine, redatto in calce alla domanda, è notificato, a cura della parte che lo ha richiesto, all'amministrazione intimata e ai controinteressati; il termine abbreviato comincia a decorrere dall'avvenuta notificazione del decreto.
    Art. 54
    Deposito tardivo di memorie e documenti e sospensione dei termini
    1. La presentazione tardiva di memorie o documenti, su richiesta di parte, può essere eccezionalmente autorizzata dal collegio, assicurando comunque il pieno rispetto del diritto delle controparti al contraddittorio su tali atti, quando la produzione nel termine di legge risulta estremamente difficile.
    2. I termini processuali sono sospesi dal 1° agosto al 15 settembre di ciascun anno.
    3. La sospensione dei termini prevista dal comma 2 non si applica al procedimento cautelare.
    TITOLO II
    Procedimento cautelare
    Art. 55
    Misure cautelari collegiali
    1. Se il ricorrente, allegando di subire un pregiudizio grave e irreparabile durante il tempo necessario a giungere alla decisione sul ricorso, chiede l'emanazione di misure cautelari, compresa l'ingiunzione a pagare una somma in via provvisoria, che appaiono, secondo le circostanze, più idonee ad assicurare interinalmente gli effetti della decisione sul ricorso, il collegio si pronuncia con ordinanza emessa in camera di consiglio.
    2. Qualora dalla decisione sulla domanda cautelare derivino effetti irreversibili, il collegio può disporre la prestazione di una cauzione, anche mediante fi deiussione, cui subordinare la concessione o il diniego della misura cautelare. La concessione o il diniego della misura cautelare non può essere subordinata a cauzione quando la domanda cautelare attenga a diritti fondamentali della persona o ad altri beni di primario rilievo costituzionale. Il provvedimento che impone la cauzione ne indica l'oggetto, il modo di prestarla e il termine entro cui la prestazione va eseguita.
    3. La domanda cautelare può essere proposta con il ricorso di merito o con distinto ricorso notificato alle altre parti.
    4. La domanda cautelare è improcedibile finché non è presentata l'istanza di fissazione dell'udienza di merito, salvo che essa debba essere fissata d'ufficio.
    5. Sulla domanda cautelare il collegio pronuncia nella prima camera di consiglio successiva al ventesimo giorno dal perfezionamento, anche per il destinatario, dell'ultima notificazione e, altresì, al decimo giorno dal deposito del ricorso. Le parti possono depositare memorie e documenti fino a due giorni liberi prima della camera di consiglio.
    6. Ai fini del giudizio cautelare, se la notificazione è effettuata a mezzo del servizio postale, il ricorrente, se non è ancora in possesso dell'avviso di ricevimento, può provare la data di perfezionamento della notificazione producendo copia dell'attestazione di consegna del servizio di monitoraggio della corrispondenza nel sito internet delle poste. E' fatta salva la prova contraria.
    7. Nella camera di consiglio le parti possono costituirsi e i difensori sono sentiti ove ne facciano richiesta. La trattazione si svolge oralmente e in modo sintetico.
    8. Il collegio, per gravi ed eccezionali ragioni, può autorizzare la produzione in camera di consiglio di documenti, con consegna di copia alle altre parti fino all'inizio di discussione.
    9. L'ordinanza cautelare motiva in ordine alla valutazione del pregiudizio allegato e indica i profili che, ad un sommario esame, inducono ad una ragionevole previsione sull'esito del ricorso.
    10. Il tribunale amministrativo regionale, in sede cautelare, se ritiene che le esigenze del ricorrente siano apprezzabili favorevolmente e tutelabili adeguatamente con la sollecita Definizione del giudizio nel merito, fissa con ordinanza collegiale la data di discussione del ricorso nel merito. Nello stesso senso può provvedere il Consiglio di Stato, motivando sulle ragioni per cui ritiene di riformare l'ordinanza cautelare di primo grado; in tal caso, la pronuncia di appello è trasmessa al tribunale amministrativo regionale per la sollecita fissazione dell'udienza di merito.
    11. L'ordinanza con cui è disposta una misura cautelare fissa la data di discussione del ricorso nel merito. In caso di mancata fissazione dell'udienza, il Consiglio di Stato, se conferma in appello la misura cautelare, dispone che il tribunale amministrativo regionale provveda alla fissazione della stessa con priorità. A tal fine l'ordinanza è trasmessa a cura della segreteria al primo giudice.
    12. In sede di esame della domanda cautelare il collegio adotta, su istanza di parte, i provvedimenti necessari per assicurare la completezza dell'istruttoria e l'integrità del contraddittorio.
    13. Il giudice adito può disporre misure cautelari solo se ritiene sussistente la propria competenza ai sensi degli articoli 13 e 14; altrimenti provvede ai sensi dell'articolo 15, commi 5 e 6.
    Art. 56
    Misure cautelari monocratiche
    1. Prima della trattazione della domanda cautelare da parte del collegio, in caso di estrema gravità ed urgenza, tale da non consentire neppure la dilazione fino alla data della camera di consiglio, il ricorrente può, con la domanda cautelare o con distinto ricorso notificato alle controparti, chiedere al presidente del tribunale amministrativo regionale, o della sezione cui il ricorso è assegnato, di disporre misure cautelari provvisorie. La domanda cautelare è improcedibile finché non è presentata l'istanza di fissazione d'udienza per il merito, salvo che essa debba essere fissata d'ufficio. Il presidente provvede sulla domanda solo se ritiene la competenza del tribunale amministrativo regionale, altrimenti rimette le parti al collegio per i provvedimenti di cui all'articolo 55, comma 13.
    2. Il presidente o un magistrato da lui delegato verifica che la notificazione del ricorso si sia perfezionata nei confronti dei destinatari o almeno della parte pubblica e di uno dei controinteressati e provvede con decreto motivato non impugnabile. La notificazione può avvenire da parte del difensore anche a mezzo fax. Si applica l'articolo 55, comma 6. Qualora l'esigenza cautelare non consenta l'accertamento del perfezionamento delle notificazioni, per cause non imputabili al ricorrente, il presidente può comunque provvedere, fatto salvo il potere di revoca. Ove ritenuto necessario il presidente, fuori udienza e senza formalità, sente, anche separatamente, le parti che si siano rese disponibili prima dell'emanazione del decreto.
    3. Qualora dalla decisione sulla domanda cautelare derivino effetti irreversibili, il presidente può subordinare la concessione o il diniego della misura cautelare alla prestazione di una cauzione, anche mediante fideiussione, determinata con riguardo all'entità degli effetti irreversibili che possono prodursi per le parti e i terzi.
    4. Il decreto, nel quale deve essere comunque indicata la camera di consiglio di cui all'articolo 55, comma 5, in caso di accoglimento è efficace sino a detta camera di consiglio. Il decreto perde efficacia se il collegio non provvede sulla domanda cautelare nella camera di consiglio di cui al periodo precedente. Fino a quando conserva efficacia, il decreto è sempre revocabile o modificabile su istanza di parte notificata. A quest'ultima si applica il comma 2.
    5. Se la parte si avvale della facoltà di cui al secondo periodo del comma 2 le misure cautelari perdono efficacia se il ricorso non viene notificato per via ordinaria entro cinque giorni dalla richiesta delle misure cautelari provvisorie.
    Art. 57
    Spese del procedimento cautelare
    1. Con l'ordinanza che decide sulla domanda il giudice provvede sulle spese della fase cautelare. La pronuncia sulle spese conserva efficacia anche dopo la sentenza che definisce il giudizio, salvo diversa statuizione espressa nella sentenza.
    Art. 58
    Revoca o modifica delle misure cautelari collegiali e riproposizione della domanda cautelare respinta
    1. Le parti possono riproporre la domanda cautelare al collegio o chiedere la revoca o la modifica del provvedimento cautelare collegiale se si verificano mutamenti nelle circostanze o se allegano fatti anteriori di cui si è acquisita conoscenza successivamente al provvedimento cautelare. In tale caso, l'istante deve fornire la prova del momento in cui ne é venuto a conoscenza.
    2. La revoca può essere altresì richiesta nei casi di cui all'articolo 395 del codice di procedura civile.
    Art. 59
    Esecuzione delle misure cautelari
    1. Qualora i provvedimenti cautelari non siano eseguiti, in tutto o in parte, l'interessato, con istanza motivata e notificata alle altre parti, può chiedere al tribunale amministrativo regionale le opportune misure attuative. Il tribunale esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza di cui al Titolo I del Libro IV e provvede sulle spese. La liquidazione delle spese operata ai sensi del presente comma prescinde da quella conseguente al giudizio di merito, salvo diversa statuizione espressa nella sentenza.
    Art. 60
    Definizione del giudizio in esito all'udienza cautelare
    1. In sede di decisione della domanda cautelare, purché siano trascorsi almeno venti giorni dall'ultima notificazione del ricorso, il collegio, accertata la completezza del contraddittorio e dell'istruttoria, sentite sul punto le parti costituite, può definire, in camera di consiglio, il giudizio con sentenza in forma semplificata, salvo che una delle parti dichiari che intende proporre motivi aggiunti, ricorso incidentale o regolamento di competenza, ovvero regolamento di giurisdizione. Se la parte dichiara che intende proporre regolamento di competenza o di giurisdizione, il giudice assegna un termine non superiore a trenta giorni. Ove ne ricorrano i presupposti, il collegio dispone l'integrazione del contraddittorio o il rinvio per consentire la proposizione di motivi aggiunti, ricorso incidentale, regolamento di competenza o di giurisdizione e fissa contestualmente la data per il prosieguo della trattazione.
    Art. 61
    Misure cautelari anteriori alla causa
    1. In caso di eccezionale gravità e urgenza, tale da non consentire neppure la previa notificazione del ricorso e la domanda di misure cautelari provvisorie con decreto presidenziale, il soggetto legittimato al ricorso può proporre istanza per l'adozione delle misure interinali e provvisorie che appaiono indispensabili durante il tempo occorrente per la proposizione del ricorso di merito e della domanda cautelare in corso di causa.
    2. L'istanza, notificata con le forme prescritte per la notificazione del ricorso, si propone al presidente del tribunale amministrativo regionale competente per il giudizio. Il presidente o un magistrato da lui delegato, accertato il perfezionamento della notificazione per i destinatari, provvede sull'istanza, sentite, ove necessario, le parti e omessa ogni altra formalità. La notificazione può essere effettuata dal difensore a mezzo fax. Qualora l'esigenza cautelare non consenta l'accertamento del perfezionamento delle notificazioni, per cause non imputabili al ricorrente, il presidente può comunque provvedere, fatto salvo il potere di revoca da esercitare nelle forme di cui all'articolo 56, comma 4, terzo e quarto periodo.
    3. L'incompetenza del giudice è rilevabile d'ufficio.
    4. Il decreto che rigetta l'istanza non è impugnabile; tuttavia la stessa può essere riproposta dopo l'inizio del giudizio di merito con le forme delle domande cautelari in corso di causa.
    5. Il provvedimento di accoglimento è notificato dal richiedente alle altre parti entro il termine perentorio fissato dal giudice, non superiore a cinque giorni. Qualora dall'esecuzione del provvedimento cautelare emanato ai sensi del presente articolo derivino effetti irreversibili il presidente può disporre la prestazione di una cauzione, anche mediante fideiussione, cui subordinare la concessione della misura cautelare. Il provvedimento di accoglimento perde comunque effetto ove entro quindici giorni dalla sua emanazione non venga notificato il ricorso con la domanda cautelare ed esso non sia depositato nei successivi cinque giorni corredato da istanza di fissazione di udienza; in ogni caso la misura concessa ai sensi del presente articolo perde effetto con il decorso di sessanta giorni dalla sua emissione, dopo di che restano efficaci le sole misure cautelari che siano confermate o disposte in corso di causa. Il provvedimento di accoglimento non è appellabile ma, fino a quando conserva efficacia, è sempre revocabile o modificabile su istanza di parte previamente notificata. A quest'ultima si applica il comma 2.
    6. Per l'attuazione del provvedimento cautelare e per la pronuncia in ordine alle spese si applicano le disposizioni sui provvedimenti cautelari in corso di causa.
    7. Le disposizioni del presente articolo non si applicano ai giudizi in grado di appello.
    Art. 62
    Appello cautelare
    1. Contro le ordinanze cautelari è ammesso appello al Consiglio di Stato, da proporre nel termine di trenta giorni dalla notificazione dell'ordinanza, ovvero di sessanta giorni dalla sua pubblicazione.
    2. L'appello, depositato nel termine di cui all'articolo 45, è deciso in camera di consiglio con ordinanza. Al giudizio si applicano gli articoli 55, comma 2 e commi da 5 a 10, 56 e 57.
    3. L'ordinanza di accoglimento che dispone misure cautelari è trasmessa a cura della segreteria al primo giudice, anche agli effetti dell'articolo 55, comma 11.
    4. Nel giudizio di cui al presente articolo è rilevata anche d'ufficio la violazione, in primo grado, degli articoli 10, comma 2, 13, 14, 15, comma 5, 42, comma 4, e 55, comma 13. Se rileva la violazione degli articoli 13, 14, 15, comma 5, 42, comma 4, e 55, comma 13, il giudice competente per l'appello cautelare sottopone la questione al contraddittorio delle parti ai sensi dell'articolo 73, comma 3, e regola d'ufficio la competenza ai sensi dell'articolo 15, comma 4. Quando dichiara l'incompetenza del tribunale amministrativo regionale adito, con la stessa ordinanza annulla le misure cautelari emanate da un giudice diverso da quello di cui all'articolo 15, comma 7. Per la Definizione della fase cautelare si applica l'articolo 15, comma 9.
    TITOLO III
    Mezzi di prova e attività istruttoria
    CAPO I
    MEZZI DI PROVA
    Art. 63
    Mezzi di prova
    1. Fermo restando l'onere della prova a loro carico, il giudice può chiedere alle parti anche d'ufficio chiarimenti o documenti.
    2. Il giudice, anche d'ufficio, può ordinare anche a terzi di esibire in giudizio i documenti o quanto altro ritenga necessario, secondo il disposto degli articoli 210 e seguenti del codice di procedura civile; può altresì disporre l'ispezione ai sensi dell'articolo 118 dello stesso codice.
    3. Su istanza di parte il giudice può ammettere la prova testimoniale, che è sempre assunta in forma scritta ai sensi del codice di procedura civile.
    4. Qualora reputi necessario l'accertamento di fatti o l'acquisizione di valutazioni che richiedono particolari competenze tecniche, il giudice può ordinare l'esecuzione di una verificazione ovvero, se indispensabile, può disporre una consulenza tecnica.
    5. Il giudice può disporre anche l'assunzione degli altri mezzi di prova previsti dal codice di procedura civile, esclusi l'interrogatorio formale e il giuramento.
    CAPO II
    AMMISSIONE E ASSUNZIONE DELLE PROVE
    Art. 64
    Disponibilità, onere e valutazione della prova
    1. Spetta alle parti l'onere di fornire gli elementi di prova che siano nella loro disponibilità riguardanti i fatti posti a fondamento delle domande e delle eccezioni.
    2. Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti nonché i fatti non specificatamente contestati dalle parti costituite.
    3. Il giudice amministrativo può disporre, anche d'ufficio, l'acquisizione di informazioni e documenti utili ai fini del decidere che siano nella disponibilità della pubblica amministrazione.
    4. Il giudice deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento e può desumere argomenti di prova dal comportamento tenuto dalle parti nel corso del processo.
    Art. 65
    Istruttoria presidenziale e collegiale
    1. Il presidente della sezione o un magistrato da lui delegato adotta, su istanza motivata di parte, i provvedimenti necessari per assicurare la completezza dell'istruttoria.
    2. Quando l'istruttoria è disposta dal collegio, questo provvede con ordinanza con la quale è contestualmente fissata la data della successiva udienza di trattazione del ricorso. La decisione sulla consulenza tecnica e sulla verificazione è sempre adottata dal collegio.
    3. Ove l'amministrazione non provveda al deposito del provvedimento impugnato e degli altri atti ai sensi dell'articolo 46, il presidente o un magistrato da lui delegato ovvero il collegio ordina, anche su istanza di parte, l'esibizione degli atti e dei documenti nel termine e nei modi opportuni.
    Art. 66
    Verificazione
    1. Il collegio, quando dispone la verificazione, con ordinanza individua l'organismo che deve provvedervi, formula i quesiti e fissa un termine per il suo compimento e per il deposito della relazione conclusiva. Il capo dell'organismo verificatore, o il suo delegato se il giudice ha autorizzato la delega, è responsabile del compimento di tutte le operazioni.
    2. L'ordinanza è comunicata dalla segreteria all'organismo verificatore.
    3. Con l'ordinanza di cui al comma 1 il collegio può disporre che venga corrisposto all'organismo verificatore, o al suo delegato, un anticipo sul compenso.
    4. Terminata la verificazione, su istanza dell'organismo o del suo delegato, il presidente liquida con decreto il compenso complessivamente spettante al verificatore, ponendolo provvisoriamente a carico di una delle parti. Si applicano le tariffe stabilite dalle disposizioni in materia di spese di giustizia, ovvero, se inferiori, quelle eventualmente stabilite per i servizi resi dall'organismo verificatore. Con la sentenza che definisce il giudizio il Collegio regola definitivamente il relativo onere.
    Art. 67
    Consulenza tecnica d'ufficio
    1. Con l'ordinanza con cui dispone la consulenza tecnica d'ufficio, il collegio nomina il consulente, formula i quesiti e fissa il termine entro cui il consulente incaricato deve comparire dinanzi al magistrato a tal fine delegato per assumere l'incarico e prestare giuramento ai sensi del comma 4. L'ordinanza è comunicata al consulente tecnico a cura della segreteria.
    2. Le eventuali istanze di astensione e ricusazione del consulente sono proposte, a pena di decadenza, entro il termine di cui al comma 1 e sono decise dal presidente o dal magistrato delegato con decreto non impugnabile.
    3. Il collegio, con la stessa ordinanza di cui al comma 1, assegna termini successivi, prorogabili ai sensi dell'articolo 154 del codice di procedura civile, per:
    a) la corresponsione al consulente tecnico di un anticipo sul suo compenso;
    b) l'eventuale nomina, con dichiarazione ricevuta dal segretario, di consulenti tecnici delle parti, i quali, oltre a poter assistere alle operazioni del consulente del giudice e a interloquire con questo, possono partecipare all'udienza e alla camera di consiglio ogni volta che è presente il consulente del giudice per chiarire e svolgere, con l'autorizzazione del presidente, le loro osservazioni sui risultati delle indagini tecniche;
    c) la trasmissione, ad opera del consulente tecnico d'ufficio, di uno schema della propria relazione alle parti ovvero, se nominati, ai loro consulenti tecnici;
    d) la trasmissione al consulente tecnico d'ufficio delle eventuali osservazioni e conclusioni dei consulenti tecnici di parte;
    e) il deposito in segreteria della relazione finale, in cui il consulente tecnico d'ufficio dà altresì conto delle osservazioni e delle conclusioni dei consulenti di parte e prende specificamente posizione su di esse.
    4. Il giuramento del consulente è reso davanti al magistrato a tal fine delegato, secondo le modalità stabilite dall'articolo 193 del codice di procedura civile.
    5. Il compenso complessivamente spettante al consulente d'ufficio è liquidato, al termine delle operazioni, ai sensi dell'articolo 66, comma 4, primo e terzo periodo.
    Art. 68
    Termini e modalità dell'istruttoria
    1. Il presidente o il magistrato delegato, ovvero il collegio, nell'ammettere i mezzi istruttori stabiliscono i termini da osservare e ne determinano il luogo e il modo dell'assunzione applicando, in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura civile.
    2. Per l'assunzione fuori udienza dei mezzi di prova è delegato uno dei componenti del collegio, il quale procede con l'assistenza del segretario che redige i relativi verbali. Il segretario comunica alle parti almeno cinque giorni prima il giorno, l'ora e il luogo delle operazioni.
    3. Se il mezzo istruttorio deve essere eseguito fuori dal territorio della Repubblica, la richiesta è formulata mediante rogatoria o per delega al console competente, ai sensi dell'articolo 204 del codice di procedura civile.
    4. Il segretario comunica alle parti l'avviso che l'istruttoria disposta è stata eseguita e che i relativi atti sono presso la segreteria a loro disposizione.
    Art. 69
    Surrogazione del giudice delegato all'istruttoria
    1. La surrogazione del magistrato delegato o la nomina di altro magistrato che debba sostituirlo in qualche atto relativo all'esecuzione della prova è disposta con provvedimento del presidente, ancorché la delega abbia avuto luogo con ordinanza collegiale.
    TITOLO IV
    Riunione, discussione e decisione dei ricorsi
    CAPO I
    RIUNIONE DEI RICORSI
    Art. 70
    Riunione dei ricorsi
    1. Il collegio può, su istanza di parte o d'ufficio, disporre la riunione di ricorsi connessi.
    CAPO II
    DISCUSSIONE
    Art. 71
    Fissazione dell'udienza
    1. La fissazione dell'udienza di discussione deve essere chiesta da una delle parti con apposita istanza, non revocabile, da presentare entro il termine massimo di un anno dal deposito del ricorso o dalla cancellazione della causa dal ruolo.
    2. La parte può segnalare l'urgenza del ricorso depositando istanza di prelievo.
    3. Il presidente, decorso il termine per la costituzione delle altre parti, fissa l'udienza per la discussione del ricorso.
    4. La pendenza del termine di cui all'articolo 15, comma 2, e la proposizione del regolamento di competenza non precludono la fissazione dell'udienza di discussione né la decisione del ricorso, anche ai sensi degli articoli 60 e 74, salvo che nel termine di cui all'articolo 73, comma 1, la parte interessata depositi l'istanza di regolamento di competenza notificata ai sensi dello stesso articolo 15, comma 2. In tal caso, il giudice può differire la decisione fino alla decisione del regolamento di competenza.
    5. Il decreto di fissazione è comunicato a cura dell'ufficio di segreteria, almeno sessanta giorni prima dell'udienza fissata, sia al ricorrente che alle parti costituite in giudizio. Tale termine è ridotto a quarantacinque giorni, su accordo delle parti, se l'udienza di merito è fissata a seguito di rinuncia alla Definizione autonoma della domanda cautelare.
    6. Il presidente designa il relatore almeno trenta giorni prima della data di udienza.
    Art. 72
    Priorità nella trattazione dei ricorsi vertenti su un'unica questione
    1. Se al fine della decisione della controversia occorre risolvere una singola questione di diritto, anche a seguito di rinuncia a tutti i motivi o eccezioni, e se le parti concordano sui fatti di causa, il presidente fissa con priorità l'udienza di discussione.
    2. Il collegio, se rileva l'insussistenza dei presupposti di cui al comma 1, dispone con ordinanza che la trattazione della causa prosegua con le modalità ordinarie.
    Art. 73
    Udienza di discussione
    1. Le parti possono produrre documenti fino a quaranta giorni liberi prima dell'udienza, memorie fino a trenta giorni liberi e presentare repliche fino a venti giorni liberi.
    2. Nell'udienza le parti possono discutere sinteticamente.
    3. Se ritiene di porre a fondamento della sua decisione una questione rilevata d'ufficio, il giudice la indica in udienza dandone atto a verbale. Se la questione emerge dopo il passaggio in decisione, il giudice riserva quest'ultima e con ordinanza assegna alle parti un termine non superiore a trenta giorni per il deposito di memorie.
    Art. 74
    Sentenze in forma semplificata
    1. Nel caso in cui ravvisi la manifesta fondatezza ovvero la manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza del ricorso, il giudice decide con sentenza in forma semplificata. La motivazione della sentenza può consistere in un sintetico riferimento al punto di fatto o di diritto ritenuto risolutivo ovvero, se del caso, ad un precedente conforme.
    CAPO III
    DELIBERAZIONE
    Art. 75
    Deliberazione del collegio
    1. Il collegio, dopo la discussione, decide la causa.
    2. La decisione può essere differita a una delle successive camere di consiglio.
    Art. 76
    Modalità della votazione
    1. Possono essere presenti in camera di consiglio i magistrati designati per l'udienza.
    2. La decisione è assunta in camera di consiglio con il voto dei soli componenti del collegio.
    3. Il presidente raccoglie i voti. La decisione è presa a maggioranza di voti. Il primo a votare è il relatore, poi il secondo componente del collegio e, infine, il presidente. Nei giudizi davanti al Consiglio di Stato il primo a votare è il relatore, poi il meno anziano in ordine di ruolo, e così continuando sino al presidente.
    4. Si applicano l'articolo 276, secondo, quarto e quinto comma 2, del codice di procedura civile e gli articoli 114, quarto comma, e 118, quarto comma, delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile.
    TITOLO V
    Incidenti nel processo
    CAPO I
    INCIDENTE DI FALSO
    Art. 77
    Querela di falso
    1. Chi deduce la falsità di un documento deve provare che sia stata già proposta la querela di falso o domandare la fissazione di un termine entro cui possa proporla innanzi al tribunale ordinario competente.
    2. Qualora la controversia possa essere decisa indipendentemente dal documento del quale è dedotta la falsità, il collegio pronuncia sulla controversia.
    3. La prova dell'avvenuta proposizione della querela di falso è depositata agli atti di causa entro trenta giorni dalla scadenza del termine fissato ai sensi del comma 1. In difetto il presidente fissa l'udienza di discussione.
    4. Proposta la querela, il collegio sospende la decisione fino alla Definizione del giudizio di falso.
    Art. 78
    Deposito della sentenza resa sulla querela di falso
    1. Definito il giudizio di falso, la parte che ha dedotto la falsità deposita copia autentica della sentenza in segreteria.
    2. Il ricorso è dichiarato estinto se nessuna parte deposita la copia della sentenza nel termine di novanta giorni dal suo passaggio in giudicato.
    CAPO II
    SOSPENSIONE E INTERRUZIONE DEL PROCESSO
    Art. 79
    Sospensione e interruzione del processo
    1. La sospensione del processo è disciplinata dal codice di procedura civile, dalle altre leggi e dal diritto dell'Unione europea.
    2. L'interruzione del processo è disciplinata dalle disposizioni del codice di procedura civile.
    3. Le ordinanze di sospensione emesse ai sensi dell'articolo 295 del codice di procedura civile sono appellabili. L'appello è deciso in camera di consiglio.
    Art. 80
    Prosecuzione o riassunzione del processo sospeso o interrotto
    1. In caso di sospensione del giudizio, per la sua prosecuzione deve essere presentata istanza di fissazione di udienza entro novanta giorni dalla comunicazione dell'atto che fa venir meno la causa della sospensione.
    2. Il processo interrotto prosegue se la parte nei cui confronti si è verificato l'evento interruttivo presenta nuova istanza di fissazione di udienza.
    3. Se non avviene la prosecuzione ai sensi del comma 2, il processo deve essere riassunto, a cura della parte più diligente, con apposito atto notificato a tutte le altre parti, nel termine perentorio di novanta giorni dalla conoscenza legale dell'evento interruttivo, acquisita mediante dichiarazione, notificazione o certificazione.
    TITOLO VI
    Estinzione e improcedibilità
    Art. 81
    Perenzione
    1. Il ricorso si considera perento se nel corso di un anno non sia compiuto alcun atto di procedura. Il termine non decorre dalla presentazione dell'istanza di cui all'articolo 71, comma 1, e finché non si sia provveduto su di essa, salvo quanto previsto dall'articolo 82.
    Art. 82
    Perenzione dei ricorsi ultraquinquennali
    1. Dopo il decorso di cinque anni dalla data di deposito del ricorso, la segreteria comunica alle parti costituite apposito avviso in virtù del quale è fatto onere al ricorrente di presentare nuova istanza di fissazione di udienza, sottoscritta dalla parte che ha rilasciato la procura di cui all'articolo 24 e dal suo difensore, entro centottanta giorni dalla data di ricezione dell'avviso. In difetto di tale nuova istanza, il ricorso è dichiarato perento.
    2. Se, in assenza dell'avviso di cui al comma 1, è comunicato alle parti l'avviso di fissazione dell'udienza di discussione nel merito, il ricorso è deciso qualora il ricorrente dichiari, anche in udienza a mezzo del proprio difensore, di avere interesse alla decisione; altrimenti è dichiarato perento dal presidente del collegio con decreto.
    Art. 83
    Effetti della perenzione
    1. La perenzione opera di diritto e può essere rilevata anche d'ufficio. Ciascuna delle parti sopporta le proprie spese nel giudizio.
    Art. 84
    Rinuncia
    1. La parte può rinunciare al ricorso in ogni stato e grado della controversia, mediante dichiarazione sottoscritta da essa stessa o dall'avvocato munito di mandato speciale e depositata presso la segreteria, o mediante dichiarazione resa in udienza e documentata nel relativo verbale.
    2. Il rinunciante deve pagare le spese degli atti di procedura compiuti, salvo che il collegio, avuto riguardo a ogni circostanza, ritenga di compensarle.
    3. La rinuncia deve essere notificata alle altre parti almeno dieci giorni prima dell'udienza. Se le parti che hanno interesse alla prosecuzione non si oppongono, il processo si estingue.
    4. Anche in assenza delle formalità di cui ai commi precedenti il giudice può desumere dall'intervento di fatti o atti univoci dopo la proposizione del ricorso ed altresì dal comportamento delle parti argomenti di prova della sopravvenuta carenza d'interesse alla decisione della causa.
    Art. 85
    Forma e rito per l'estinzione e per l'improcedibilità
    1. L'estinzione e l'improcedibilità di cui all'articolo 35 possono essere pronunciate con decreto dal presidente o da un magistrato da lui delegato.
    2. Il decreto è depositato in segreteria, che ne dà comunicazione alle parti costituite.
    3. Nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione ciascuna delle parti costituite può proporre opposizione al collegio, con atto notificato a tutte le altre parti.
    4. Il giudizio di opposizione si svolge ai sensi dell'articolo 87, comma 3, ed è deciso con ordinanza che, in caso di accoglimento dell'opposizione, fissa l'udienza di merito.
    5. In caso di rigetto, le spese sono poste a carico dell'opponente e vengono liquidate dal collegio nella stessa ordinanza, esclusa la possibilità di compensazione anche parziale.
    6. L'ordinanza è depositata in segreteria, che ne dà comunicazione alle parti costituite.
    7. Avverso l'ordinanza che decide sull'opposizione può essere proposto appello.
    8. Il giudizio di appello procede secondo le regole ordinarie e l'udienza di discussione è fissata d'ufficio con priorità.
    9. L'estinzione e l'improcedibilità sono dichiarate con sentenza se si verificano, o vengono accertate, all'udienza di discussione.
    TITOLO VII
    Correzione di errore materiale dei provvedimenti del giudice
    Art. 86
    Procedimento di correzione
    1. Ove occorra correggere omissioni o errori materiali, la domanda per la correzione deve essere proposta al giudice che ha emesso il provvedimento, il quale, se vi è il consenso delle parti, dispone con decreto, in camera di consiglio, la correzione.
    2. In caso di dissenso delle parti, sulla domanda di correzione pronuncia il collegio con ordinanza in camera di consiglio.
    3. La correzione si effettua a margine o in calce al provvedimento originale, con indicazione del decreto o dell'ordinanza che l'ha disposta.
    TITOLO VIII
    Udienze
    Art. 87
    Udienze pubbliche e procedimenti in camera di consiglio
    1. Le udienze sono pubbliche a pena di nullità, salvo quanto previsto dal comma 2.
    2. Oltre agli altri casi espressamente previsti, si trattano in camera di consiglio:
    a) i giudizi cautelari e quelli relativi all'esecuzione delle misure cautelari collegiali;
    b) il giudizio in materia di silenzio;
    c) il giudizio in materia di accesso ai documenti amministrativi;
    d) i giudizi di ottemperanza;
    e) i giudizi in opposizione ai decreti che pronunciano l'estinzione o l'improcedibilità del giudizio.
    3. Nei giudizi di cui al comma 2, con esclusione dell'ipotesi di cui alla lettera a), tutti i termini processuali sono dimezzati rispetto a quelli del processo ordinario, tranne quelli per la notificazione del ricorso introduttivo, del ricorso incidentale e dei motivi aggiunti. La camera di consiglio è fissata d'ufficio alla prima udienza utile successiva al trentesimo giorno decorrente dalla scadenza del termine di costituzione delle parti intimate. Nella camera di consiglio sono sentiti i difensori che ne fanno richiesta.
    4. La trattazione in pubblica udienza non costituisce motivo di nullità della decisione.
    TITOLO IX
    Sentenza
    Art. 88
    Contenuto della sentenza
    1. La sentenza è pronunciata in nome del popolo italiano e reca l'intestazione .
    2. Essa deve contenere:
    a) l'indicazione del giudice adito e del collegio che l'ha pronunciata;
    b) l'indicazione delle parti e dei loro avvocati;
    c) le domande;
    d) la concisa esposizione dei motivi in fatto e in diritto della decisione, anche con rinvio a precedenti cui intende conformarsi;
    e) il dispositivo, ivi compresa la pronuncia sulle spese;
    f) l'ordine che la decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa;
    g) l'indicazione del giorno, mese, anno e luogo in cui la decisione è pronunciata;
    h) la sottoscrizione del presidente e dell'estensore.
    3. Si applica l'articolo 118, comma 3, delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile.
    4. Se il presidente non può sottoscrivere per morte o altro impedimento, la sentenza è sottoscritta dal componente più anziano del collegio, purché prima della sottoscrizione sia menzionato l'impedimento; se l'estensore non può sottoscrivere la sentenza per morte o altro impedimento, è sufficiente la sottoscrizione del solo presidente, purché prima della sottoscrizione sia menzionato l'impedimento.
    Art. 89
    Pubblicazione e comunicazione della sentenza
    1. La sentenza deve essere redatta non oltre il quarantacinquesimo giorno da quello della decisione della causa.
    2. La sentenza, che non può più essere modificata dopo la sua sottoscrizione, è immediatamente resa pubblica mediante deposito nella segreteria del giudice che l'ha pronunciata.
    3. Il segretario dà atto del deposito in calce alla sentenza, vi appone la data e la fi rma ed entro cinque giorni ne dà comunicazione alle parti costituite.
    Art. 90
    Pubblicità della sentenza
    1. Qualora la pubblicità della sentenza possa contribuire a riparare il danno, compreso quello derivante per effetto di quanto previsto all'articolo 96 del codice di procedura civile, il giudice, su istanza di parte, può ordinarla a cura e spese del soccombente, mediante inserzione per estratto, ovvero mediante comunicazione, nelle forme specificamente indicate, in una o più testate giornalistiche, radiofoniche o televisive e in siti internet da lui designati. Se l'inserzione non avviene nel termine stabilito dal giudice, può procedervi la parte a favore della quale è stata disposta, con diritto a ripetere le spese dall'obbligato.
    LIBRO TERZO
    IMPUGNAZIONI
    TITOLO I
    Impugnazioni in generale
    Art. 91
    Mezzi di impugnazione
    1. I mezzi di impugnazione delle sentenze sono l'appello, la revocazione, l'opposizione di terzo e il ricorso per cassazione per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.
    Art. 92
    Termini per le impugnazioni
    1. Salvo quanto diversamente previsto da speciali disposizioni di legge, le impugnazioni si propongono con ricorso e devono essere notificate entro il termine perentorio di sessanta giorni decorrenti dalla notificazione della sentenza.
    2. Per i casi di revocazione previsti nei numeri 1, 2, 3 e 6 del primo comma dell'articolo 395 del codice di procedura civile e di opposizione di terzo di cui all'articolo 108, comma 2, il termine di cui al comma 1 decorre dal giorno in cui è stato scoperto il dolo o la falsità o la collusione o è stato recuperato il documento o è passata in giudicato la sentenza di cui al numero 6 del medesimo articolo 395.
    3. In difetto della notificazione della sentenza, l'appello, la revocazione di cui ai numeri 4 e 5 dell'articolo 395 del codice di procedura civile e il ricorso per cassazione devono essere notificati entro sei mesi dalla pubblicazione della sentenza.
    4. La disposizione di cui al comma 3 non si applica quando la parte che non si è costituita in giudizio dimostri di non aver avuto conoscenza del processo a causa della nullità del ricorso o della sua notificazione.
    5. Fermo quanto previsto dall'articolo 16, comma 3, l'ordinanza cautelare che, in modo implicito o esplicito, ha deciso anche sulla competenza è appellabile ai sensi dell'articolo 62. Non costituiscono decisione implicita sulla competenza le ordinanze istruttorie o interlocutorie di cui all'articolo 36, comma 1, né quelle che disattendono l'istanza cautelare senza riferimento espresso alla questione di competenza. La sentenza che, in modo implicito o esplicito, ha pronunciato sulla competenza insieme col merito è appellabile nei modi ordinari e nei termini di cui ai commi 1, 3 e 4.
    Art. 93
    Luogo di notificazione dell'impugnazione
    1. L'impugnazione deve essere notificata nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto dalla parte nell'atto di notificazione della sentenza o, in difetto, presso il difensore o nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto per il giudizio e risultante dalla sentenza.
    2. Qualora la notificazione abbia avuto esito negativo perché il domiciliatario si è trasferito senza notificare una formale comunicazione alle altre parti, la parte che intende proporre l'impugnazione può presentare al presidente del tribunale amministrativo regionale o al presidente del Consiglio di Stato, secondo il giudice adito con l'impugnazione, un'istanza, corredata dall'attestazione dell'omessa notificazione, per la fissazione di un termine perentorio per il completamento della notificazione o per la rinnovazione dell'impugnazione.
    Art. 94
    Deposito delle impugnazioni
    1. Nei giudizi di appello, di revocazione e di opposizione di terzo il ricorso deve essere depositato nella segreteria del giudice adito, a pena di decadenza, entro trenta giorni dall'ultima notificazione ai sensi dell'articolo 45, unitamente ad una copia della sentenza impugnata e alla prova delle eseguite notificazioni.
    Art. 95
    Parti del giudizio di impugnazione
    1. L'impugnazione deve essere notificata, nelle cause inscindibili, a tutte le parti in causa e, negli altri casi, alle parti che hanno interesse a contraddire.
    2. L'impugnazione deve essere notificata a pena di inammissibilità nei termini previsti dall'articolo 92 ad almeno una delle parti interessate a contraddire.
    3. Se la sentenza non è stata impugnata nei confronti di tutte le parti di cui al comma 1, il giudice ordina l'integrazione del contraddittorio, fissando il termine entro cui la notificazione deve essere eseguita, nonché la successiva udienza di trattazione.
    4. L'impugnazione è dichiarata improcedibile se nessuna delle parti provvede all'integrazione del contraddittorio nel termine fissato dal giudice.
    5. Il Consiglio di Stato, se riconosce che l'impugnazione è manifestamente irricevibile, inammissibile, improcedibile o infondata, può non ordinare l'integrazione del contraddittorio, quando l'impugnazione di altre parti è preclusa o esclusa.
    6. Ai giudizi di impugnazione non si applica l'articolo 23, comma 1.
    Art. 96
    Impugnazioni avverso la medesima sentenza
    1. Tutte le impugnazioni proposte separatamente contro la stessa sentenza devono essere riunite in un solo processo.
    2. Possono essere proposte impugnazioni incidentali, ai sensi degli articoli 333 e 334 del codice di procedura civile.
    3. L'impugnazione incidentale di cui all'articolo 333 del codice di procedura civile può essere rivolta contro qualsiasi capo di sentenza e deve essere proposta dalla parte entro sessanta giorni dalla notificazione della sentenza o, se anteriore, entro sessanta giorni dalla prima notificazione nei suoi confronti di altra impugnazione.
    4. Con l'impugnazione incidentale proposta ai sensi dell'articolo 334 del codice di procedura civile possono essere impugnati anche capi autonomi della sentenza; tuttavia, se l'impugnazione principale è dichiarata inammissibile, l'impugnazione incidentale perde ogni efficacia.
    5. L'impugnazione incidentale di cui all'articolo 334 del codice di procedura civile deve essere proposta dalla parte entro sessanta giorni dalla data in cui si è perfezionata nei suoi confronti la notificazione dell'impugnazione principale e depositata, unitamente alla prova dell'avvenuta notificazione, entro dieci giorni.
    6. In caso di mancata riunione di più impugnazioni ritualmente proposte contro la stessa sentenza, la decisione di una delle impugnazioni non determina l'improcedibilità delle altre.
    Art. 97
    Intervento nel giudizio di impugnazione
    1. Può intervenire nel giudizio di impugnazione, con atto notificato a tutte le parti, chi vi ha interesse.
    Art. 98
    Misure cautelari
    1. Salvo quanto disposto dall'articolo 111, il giudice dell'impugnazione può, su istanza di parte, valutati i motivi proposti e qualora dall'esecuzione possa derivare un danno grave e irreparabile, disporre la sospensione dell'esecutività della sentenza impugnata, nonché le altre opportune misure cautelari, con ordinanza pronunciata in camera di consiglio.
    2. Al procedimento si applicano gli articoli 55, commi da 2 a 10, 56 e 57.
    Art. 99
    Deferimento all'adunanza plenaria
    1. La sezione cui è assegnato il ricorso, se rileva cheil punto di diritto sottoposto al suo esame ha dato luogoo possa dare luogo a contrasti giurisprudenziali, con ordinanzaemanata su richiesta delle parti o d'ufficio puòrimettere il ricorso all'esame dell'adunanza plenaria.
    2. Prima della decisione, il presidente del Consiglio di Stato, su richiesta delle parti o d'ufficio, può deferire all'adunanza plenaria qualunque ricorso, per risolvere questioni di massima di particolare importanza ovvero per dirimere contrasti giurisprudenziali.
    3. Se la sezione cui è assegnato il ricorso ritiene di non condividere un principio di diritto enunciato dall'adunanza plenaria, rimette a quest'ultima, con ordinanza motivata, la decisione del ricorso.
    4. L'adunanza plenaria decide l'intera controversia, salvo che ritenga di enunciare il principio di diritto e di restituire per il resto il giudizio alla sezione remittente.
    5. Se ritiene che la questione è di particolare importanza, l'adunanza plenaria può comunque enunciare il principio di diritto nell'interesse della legge anche quando dichiara il ricorso irricevibile, inammissibile o improcedibile, ovvero l'estinzione del giudizio. In tali casi, la pronuncia dell'adunanza plenaria non ha effetto sulla sentenza impugnata.
    TITOLO II
    Appello
    Art. 100
    Appellabilità delle sentenze dei tribunali amministrativi regionali
    1. Avverso le sentenze dei tribunali amministrativi regionali è ammesso appello al Consiglio di Stato, ferma restando la competenza del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana per gli appelli proposti contro le sentenze del Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia.
    Art. 101
    Contenuto del ricorso in appello
    1. Il ricorso in appello deve contenere l'indicazione del ricorrente, del difensore, delle parti nei confronti delle quali è proposta l'impugnazione, della sentenza che si impugna, nonché l'esposizione sommaria dei fatti, le specifiche censure contro i capi della sentenza gravata, le conclusioni, la sottoscrizione del ricorrente se sta in giudizio personalmente oppure del difensore con indicazione, in questo caso, della procura speciale rilasciata anche unitamente a quella per il giudizio di primo grado.
    2. Si intendono rinunciate le domande e le eccezioni dichiarate assorbite o non esaminate nella sentenza di primo grado, che non siano state espressamente riproposte nell'atto di appello o, per le parti diverse dall'appellante, con memoria depositata a pena di decadenza entro il termine per la costituzione in giudizio.
    Art. 102
    Legittimazione a proporre l'appello
    1. Possono proporre appello le parti fra le quali è stata pronunciata la sentenza di primo grado.
    2. L'interventore può proporre appello soltanto se titolare di una posizione giuridica autonoma.
    Art. 103
    Riserva facoltativa di appello
    1. Contro le sentenze non definitive è proponibile l'appello ovvero la riserva di appello, con atto notificato entro il termine per l'appello e depositato nei successivi trenta giorni presso la segreteria del tribunale amministrativo regionale.
    Art. 104
    Nuove domande ed eccezioni
    1. Nel giudizio di appello non possono essere proposte nuove domande, fermo quanto previsto dall'articolo 34, comma 3, né nuove eccezioni non rilevabili d'ufficio. Possono tuttavia essere chiesti gli interessi e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni subiti dopo la sentenza stessa.
    2. Non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che il collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa, ovvero che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile.
    3. Possono essere proposti motivi aggiunti qualora la parte venga a conoscenza di documenti non prodotti dalle altre parti nel giudizio di primo grado da cui emergano vizi degli atti o provvedimenti amministrativi impugnati.
    Art. 105
    Rimessione al primo giudice
    1. Il Consiglio di Stato rimette la causa al giudice di primo grado soltanto se è mancato il contraddittorio, oppure è stato leso il diritto di difesa di una delle parti, ovvero dichiara la nullità della sentenza, o riforma la sentenza che ha declinato la giurisdizione o ha pronunciato sulla competenza o ha dichiarato l'estinzione o la perenzione del giudizio.
    2. Nei giudizi di appello contro i provvedimenti dei tribunali amministrativi regionali che hanno declinato la giurisdizione o la competenza si segue il procedimento in camera di consiglio, di cui all'articolo 87, comma 3.
    3. In ogni caso in cui il Consiglio di Stato annulla la sentenza o l'ordinanza con rinvio della causa al giudice di primo grado, si applica l'articolo 8, comma 2, delle norme di attuazione.
    TITOLO III
    Revocazione
    Art. 106
    Casi di revocazione
    1. Salvo quanto previsto dal comma 3, le sentenze dei tribunali amministrativi regionali e del Consiglio di Stato sono impugnabili per revocazione, nei casi e nei modi previsti dagli articoli 395 e 396 del codice di procedura civile.
    2. La revocazione è proponibile con ricorso dinanzi allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.
    3. Contro le sentenze dei tribunali amministrativi regionali la revocazione è ammessa se i motivi non possono essere dedotti con l'appello.
    Art. 107
    Impugnazione della sentenza emessa nel giudizio di revocazione
    1. Contro la sentenza emessa nel giudizio di revocazione sono ammessi i mezzi di impugnazione ai quali era originariamente soggetta la sentenza impugnata per revocazione.
    2. La sentenza emessa nel giudizio di revocazione non può essere impugnata per revocazione.
    TITOLO IV
    Opposizione di terzo
    Art. 108
    Casi di opposizione di terzo
    1. Un terzo, titolare di una posizione autonoma e incompatibile, può fare opposizione contro una sentenza del tribunale amministrativo regionale o del Consiglio di Stato pronunciata tra altri soggetti, ancorché passata in giudicato, quando pregiudica i suoi diritti o interessi legittimi.
    2. Gli aventi causa e i creditori di una delle parti possono fare opposizione alla sentenza, quando questa sia effetto di dolo o collusione a loro danno.
    Art. 109
    Competenza
    1. L'opposizione di terzo è proposta davanti al giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, salvo il caso di cui al comma 2.
    2. Se è proposto appello contro la sentenza di primo grado, il terzo deve introdurre la domanda di cui all'articolo 108 intervenendo nel giudizio di appello. Se l'opposizione di terzo è già stata proposta al giudice di primo grado, questo la dichiara improcedibile e, se l'opponente non vi ha ancora provveduto, fissa un termine per l'intervento nel giudizio di appello, ai sensi del periodo precedente.
    TITOLO V
    Ricorso per cassazione
    Art. 110
    Motivi di ricorso
    1. Il ricorso per cassazione è ammesso contro le sentenze del Consiglio di Stato per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.
    Art. 111
    Sospensione della sentenza
    1. Il Consiglio di Stato su istanza di parte, in caso di eccezionale gravità ed urgenza, può sospendere gli effetti della sentenza impugnata e disporre le altre opportune misure cautelari.
    LIBRO QUARTO
    OTTEMPERANZA E RITI SPECIALI
    TITOLO I
    Giudizio di ottemperanza
    Art. 112
    Disposizioni generali sul giudizio di ottemperanza
    1. I provvedimenti del giudice amministrativo devono essere eseguiti dalla pubblica amministrazione e dalle altre parti.
    2. L'azione di ottemperanza può essere proposta per conseguire l'attuazione:
    a) delle sentenze del giudice amministrativo passate in giudicato;
    b) delle sentenze esecutive e degli altri provvedimenti esecutivi del giudice amministrativo;
    c) delle sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati del giudice ordinario, al fine di ottenere l'adempimento dell'obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato;
    d) delle sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati per i quali non sia previsto il rimedio dell'ottemperanza, al fine di ottenere l'adempimento dell'obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi alla decisione;
    e) dei lodi arbitrali esecutivi divenuti inoppugnabili al fine di ottenere l'adempimento dell'obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato.
    3. Può essere proposta anche azione di condanna al pagamento di somme a titolo di rivalutazione e interessi maturati dopo il passaggio in giudicato della sentenza, nonché azione di risarcimento dei danni derivanti dalla mancata esecuzione, violazione o elusione del giudicato.
    4. Nel processo di ottemperanza può essere altresì proposta la connessa domanda risarcitoria di cui all'articolo 30, comma 5, nel termine ivi stabilito. In tal caso il giudizio di ottemperanza si svolge nelle forme, nei modi e nei termini del processo ordinario.
    5. Il ricorso di cui al presente articolo può essere proposto anche al fine di ottenere chiarimenti in ordine alle modalità di ottemperanza.
    Art. 113
    Giudice dell'ottemperanza
    1. Il ricorso si propone, nel caso di cui all'articolo 112, comma 2, lettere a) e b), al giudice che ha emesso il provvedimento della cui ottemperanza si tratta; la competenza è del tribunale amministrativo regionale anche per i suoi provvedimenti confermati in appello con motivazione che abbia lo stesso contenuto dispositivo e conformativo dei provvedimenti di primo grado.
    2. Nei casi di cui all'articolo 112, comma 2, lettere c), d) ed e), il ricorso si propone al tribunale amministrativo regionale nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha emesso la sentenza di cui è chiesta l'ottemperanza.
    Art. 114
    Procedimento
    1. L'azione si propone, anche senza previa diffida, con ricorso notificato alla pubblica amministrazione e a tutte le altre parti del giudizio definito dalla sentenza o dal lodo della cui ottemperanza si tratta; l'azione si prescrive con il decorso di dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza.
    2. Al ricorso è allegata in copia autentica la sentenza di cui si chiede l'ottemperanza, con l'eventuale prova del suo passaggio in giudicato.
    3. Il giudice decide con sentenza in forma semplificata.
    4. Il giudice, in caso di accoglimento del ricorso:
    a) ordina l'ottemperanza, prescrivendo le relative modalità, anche mediante la determinazione del contenuto del provvedimento amministrativo o l'emanazione dello stesso in luogo dell'amministrazione;
    b) dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o elusione del giudicato;
    c) nel caso di ottemperanza di sentenze non passate in giudicato o di altri provvedimenti, determina le modalità esecutive, considerando inefficaci gli atti emessi in violazione o elusione e provvede di conseguenza, tenendo conto degli effetti che ne derivano;
    d) nomina, ove occorra, un commissario ad acta;
    e) salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del giudicato; tale statuizione costituisce titolo esecutivo.
    5. Se è chiesta l'esecuzione di un'ordinanza il giudice provvede con ordinanza.
    6. Il giudice conosce di tutte le questioni relative all'esatta ottemperanza, ivi comprese quelle inerenti agli atti del commissario.
    7. Nel caso di ricorso ai sensi del comma 5 dell'articolo 112, il giudice fornisce chiarimenti in ordine alle modalità di ottemperanza, anche su richiesta del commissario.
    8. Le disposizioni di cui al presente Titolo si applicano anche alle impugnazioni avverso i provvedimenti giurisdizionali adottati dal giudice dell'ottemperanza.
    9. I termini per la proposizione delle impugnazioni sono quelli previsti nel Libro III.
    Art. 115
    Titolo esecutivo e rilascio di estratto del provvedimento giurisdizionale con formula esecutiva
    1. Le pronunce del giudice amministrativo che costituiscono titolo esecutivo sono spedite, su richiesta di parte, in forma esecutiva.
    2. I provvedimenti emessi dal giudice amministrativo che dispongono il pagamento di somme di denaro costituiscono titolo anche per l'esecuzione nelle forme disciplinate dal Libro III del codice di procedura civile e per l'iscrizione di ipoteca.
    3. Ai fini del giudizio di ottemperanza di cui al presente Titolo non è necessaria l'apposizione della formula esecutiva.
    TITOLO II
    Rito in materia di accesso ai documenti amministrativi
    Art. 116
    Rito in materia di accesso ai documenti amministrativi
    1. Contro le determinazioni e contro il silenzio sulle istanze di accesso ai documenti amministrativi il ricorso è proposto entro trenta giorni dalla conoscenza della determinazione impugnata o dalla formazione del silenzio, mediante notificazione all'amministrazione e agli eventuali controinteressati. Si applica l'articolo 49.
    2. In pendenza di un giudizio cui la richiesta di accesso è connessa, il ricorso di cui al comma 1 può essere proposto con istanza depositata presso la segreteria della sezione cui è assegnato il ricorso principale, previa notificazione all'amministrazione e agli eventuali controinteressati. L'istanza è decisa con ordinanza separatamente dal giudizio principale, ovvero con la sentenza che definisce il giudizio.
    3. L'amministrazione può essere rappresentata e difesa da un proprio dipendente a ciò autorizzato.
    4. Il giudice decide con sentenza in forma semplificata; sussistendone i presupposti, ordina l'esibizione dei documenti richiesti, entro un termine non superiore, di norma, a trenta giorni, dettando, ove occorra, le relative modalità.
    5. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche ai giudizi di impugnazione.
    TITOLO III
    Tutela contro l'inerzia della pubblica amministrazione
    Art. 117
    Ricorsi avverso il silenzio
    1. Il ricorso avverso il silenzio è proposto, anche senza previa diffida, con atto notificato all'amministrazionee ad almeno un controinteressato nel termine di cui all'articolo 31, comma 2.
    2. Il ricorso è deciso con sentenza in forma semplificata e in caso di totale o parziale accoglimento il giudice ordina all'amministrazione di provvedere entro un termine non superiore, di norma, a trenta giorni.
    3. Il giudice nomina, ove occorra, un commissario ad acta con la sentenza con cui definisce il giudizio o successivamente su istanza della parte interessata.
    4. Il giudice conosce di tutte le questioni relative all'esatta adozione del provvedimento richiesto, ivi comprese quelle inerenti agli atti del commissario.
    5. Se nel corso del giudizio sopravviene il provvedimento espresso, o un atto connesso con l'oggetto della controversia, questo può essere impugnato anche con motivi aggiunti, nei termini e con il rito previsto per il nuovo provvedimento, e l'intero giudizio prosegue con tale rito.
    6. Se l'azione di risarcimento del danno ai sensi dell'articolo 30, comma 4, è proposta congiuntamente a quella di cui al presente articolo, il giudice può definire con il rito camerale l'azione avverso il silenzio e trattare con il rito ordinario la domanda risarcitoria.
    TITOLO IV
    Procedimento di ingiunzione
    Art. 118
    Decreto ingiuntivo
    1. Nelle controversie devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, aventi ad oggetto diritti soggettivi di natura patrimoniale, si applica il Capo I del Titolo I del Libro IV del codice di procedura civile. Per l'ingiunzione è competente il presidente o un magistrato da lui delegato. L'opposizione si propone con ricorso.
    TITOLO V
    Riti abbreviati relativi a speciali controversie
    Art. 119
    Rito abbreviato comune a determinate materie
    1. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano nei giudizi aventi ad oggetto le controversie relative a:
    a) i provvedimenti concernenti le procedure di affi damento di pubblici lavori, servizi e forniture, salvo quanto previsto dagli articoli 120 e seguenti;
    b) i provvedimenti adottati dalle Autorità amministrative indipendenti, con esclusione di quelli relativi al rapporto di servizio con i propri dipendenti;
    c) i provvedimenti relativi alle procedure di privatizzazione o di dismissione di imprese o beni pubblici, nonché quelli relativi alla costituzione, modificazione o soppressione di società, aziende e istituzioni da parte degli enti locali;
    d) i provvedimenti di nomina, adottati previa delibera del Consiglio dei ministri;
    e) i provvedimenti di scioglimento di enti locali e quelli connessi concernenti la formazione e il funzionamento degli organi;
    f) i provvedimenti relativi alle procedure di occupazione e di espropriazione delle aree destinate all'esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità e i provvedimenti di espropriazione delle invenzioni adottati ai sensi del codice della proprietà industriale;
    g) i provvedimenti del Comitato olimpico nazionale italiano o delle Federazioni sportive;
    h) le ordinanze adottate in tutte le situazioni di emergenza dichiarate ai sensi dell'articolo 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e i consequenziali provvedimenti commissariali;
    i) il rapporto di lavoro del personale dei servizi di informazione per la sicurezza, ai sensi dell'articolo 22, della legge 3 agosto 2007, n. 124;
    l) le controversie comunque attinenti alle procedure e ai provvedimenti della pubblica amministrazione in materia di impianti di generazione di energia elettrica di cui al decreto legge 7 febbraio 2002, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2003, n. 55, comprese quelle concernenti la produzione di energia elettrica da fonte nucleare, i rigassificatori, i gasdotti di importazione, le centrali termoelettriche di potenza termica superiore a 400 MW nonché quelle relative ad infrastrutture di trasporto ricomprese o da ricomprendere nella rete di trasmissione nazionale o rete nazionale di gasdotti;
    m) i provvedimenti della commissione centrale per la Definizione e applicazione delle speciali misure di protezione, recanti applicazione, modifica e revoca delle speciali misure di protezione nei confronti dei collaboratori e testimoni di giustizia.
    2. Tutti i termini processuali ordinari sono dimezzati salvo, nei giudizi di primo grado, quelli per la notificazione del ricorso introduttivo, del ricorso incidentale e dei motivi aggiunti, nonché quelli di cui all'articolo 62, comma 1, e quelli espressamente disciplinati nel presente articolo.
    3. Salva l'applicazione dell'articolo 60, il tribunale amministrativo regionale chiamato a pronunciare sulla domanda cautelare, accertata la completezza del contraddittorio ovvero disposta l'integrazione dello stesso, se ritiene, a un primo sommario esame, la sussistenza di profili di fondatezza del ricorso e di un pregiudizio grave e irreparabile, fissa con ordinanza la data di discussione del merito alla prima udienza successiva alla scadenza del termine di trenta giorni dalla data di deposito dell'ordinanza, disponendo altresì il deposito dei documenti necessari e l'acquisizione delle eventuali altre prove occorrenti. In caso di rigetto dell'istanza cautelare da parte del tribunale amministrativo regionale, ove il Consiglio di Stato riformi l'ordinanza di primo grado, la pronuncia di appello è trasmessa al tribunale amministrativo regionale per la fissazione dell'udienza di merito. In tale ipotesi, il termine di trenta giorni decorre dalla data di ricevimento dell'ordinanza da parte della segreteria del tribunale amministrativo regionale, che ne dà avviso alle parti.
    4. Con l'ordinanza di cui al comma 3, in caso di estrema gravità ed urgenza, il tribunale amministrativo regionale o il Consiglio di Stato possono disporre le opportune misure cautelari. Al procedimento cautelare si applicano le disposizioni del Titolo II del Libro II, in quanto non derogate dal presente articolo.
    5. Quando almeno una delle parti, nell'udienza discussione, dichiara di avere interesse alla pubblicazione anticipata del dispositivo rispetto alla sentenza, il dispositivo è pubblicato mediante deposito in segreteria, non oltre sette giorni dalla decisione della causa. La dichiarazione della parte è attestata nel verbale d'udienza.
    6. La parte può chiedere al Consiglio di Stato la sospensione dell'esecutività del dispositivo, proponendo appello entro trenta giorni dalla relativa pubblicazione, con riserva dei motivi da proporre entro trenta giorni dalla notificazione della sentenza ovvero entro tre mesi dalla sua pubblicazione. La mancata richiesta di sospensione dell'esecutività del dispositivo non preclude la possibilità di chiedere la sospensione dell'esecutività della sentenza dopo la pubblicazione dei motivi.
    7. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche nei giudizi di appello, revocazione e opposizione di terzo.
    Art. 120
    Disposizioni specifiche ai giudizi di cui all'articolo 119, comma 1, lettera a)
    1. Gli atti delle procedure di affidamento, ivi comprese le procedure di affidamento di incarichi e concorsi di progettazione e di attività tecnico-amministrative ad esse connesse, relativi a pubblici lavori, servizi o forniture, nonché i connessi provvedimenti dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, sono impugnabili unicamente mediante ricorso al tribunale amministrativo regionale competente.
    2. Nel caso in cui sia mancata la pubblicità del bando, il ricorso non può comunque essere più proposto decorsi trenta giorni decorrenti dal giorno successivo alla data di pubblicazione dell'avviso di aggiudicazione definitiva di cui all'articolo 65 e all'articolo 225 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, a condizione che tale avviso contenga la motivazione dell'atto con cui la stazione appaltante ha deciso di affidare il contratto senza previa pubblicazione del bando. Se sono omessi gli avvisi o le informazioni di cui al presente comma oppure se essi non sono conformi alle prescrizioni ivi contenute, il ricorso non può comunque essere proposto decorsi sei mesi dal giorno successivo alla data di stipulazione del contratto.
    3. Salvo quanto previsto dal presente articolo e dai successivi, si applica l'articolo 119.
    4. Quando è impugnata l'aggiudicazione definitiva, se la stazione appaltante fruisce del patrocinio dell'Avvocatura dello Stato, il ricorso è notificato, oltre che presso detta Avvocatura, anche alla stazione appaltante nella sua sede reale, in data non anteriore alla notifica presso l'Avvocatura, e al solo fine dell'operatività della sospensione obbligatoria del termine per la stipulazione del contratto.
    5. Per l'impugnazione degli atti di cui al presente articolo il ricorso e i motivi aggiunti, anche avverso atti diversi da quelli già impugnati, devono essere proposti nel termine di trenta giorni, decorrente dalla ricezione della comunicazione di cui all'articolo 79 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, o, per i bandi e gli avvisi con cui si indice una gara, autonomamente lesivi, dalla pubblicazione di cui all'articolo 66, comma 8, dello stesso decreto; ovvero, in ogni altro caso, dalla conoscenza dell'atto.
    6. Quando il giudizio non è immediatamente definito ai sensi dell'articolo 60, l'udienza di merito, ove non indicata dal collegio ai sensi dell'articolo 119, comma 3, è immediatamente fissata d'ufficio con assoluta priorità.
    7. I nuovi atti attinenti la medesima procedura di gara devono essere impugnati con ricorso per motivi aggiunti.
    8. Il giudice decide interinalmente sulla domanda cautelare, anche se ordina adempimenti istruttori, se concede termini a difesa, o se solleva o vengono proposti incidenti processuali.
    9. Il dispositivo del provvedimento con cui il tribunale amministrativo regionale definisce il giudizio è pubblicato entro sette giorni dalla data della sua deliberazione.
    10. Tutti gli atti di parte e i provvedimenti del giudice devono essere sintetici e la sentenza è redatta, ordinariamente, nelle forme di cui all'articolo 74.
    11. Le disposizioni dei commi 3, 6, 8 e 10 si applicano anche nel giudizio di appello innanzi al Consiglio di Stato, proposto avverso la sentenza o avverso l'ordinanza cautelare, e nei giudizi di revocazione o opposizione di terzo. La parte può proporre appello avverso il dispositivo, al fine di ottenerne la sospensione prima della pubblicazione della sentenza.
    Art. 121
    Inefficacia del contratto nei casi di gravi violazioni
    1. Il giudice che annulla l'aggiudicazione definitiva dichiara l'inefficacia del contratto nei seguenti casi, precisando in funzione delle deduzioni delle parti e della valutazione della gravità della condotta della stazione appaltante e della situazione di fatto, se la declaratoria di inefficacia è limitata alle prestazioni ancora da eseguire alla data della pubblicazione del dispositivo o opera in via retroattiva:
    a) se l'aggiudicazione definitiva è avvenuta senza previa pubblicazione del bando o avviso con cui si indice una gara nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea o nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, quando tale pubblicazione è prescritta dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163;
    b) se l'aggiudicazione definitiva è avvenuta con procedura negoziata senza bando o con affidamento in economia fuori dai casi consentiti e questo abbia determinato l'omissione della pubblicità del bando o avviso con cui si indice una gara nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea o nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, quando tale pubblicazione è prescritta dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163;
    c) se il contratto è stato stipulato senza rispettare il termine dilatorio stabilito dall'articolo 11, comma 10, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, qualora tale violazione abbia privato il ricorrente della possibilità di avvalersi di mezzi di ricorso prima della stipulazione del contratto e sempre che tale violazione, aggiungendosi a vizi propri dell'aggiudicazione definitiva, abbia influito sulle possibilità del ricorrente di ottenere l'affidamento;
    d) se il contratto è stato stipulato senza rispettare la sospensione obbligatoria del termine per la stipulazione derivante dalla proposizione del ricorso giurisdizionale avverso l'aggiudicazione definitiva, ai sensi dell'articolo 11, comma 10 -ter, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, qualora tale violazione, aggiungendosi a vizi propri dell'aggiudicazione definitiva, abbia influito sulle possibilità del ricorrente di ottenere l'affidamento.
    2. Il contratto resta efficace, anche in presenza delle violazioni di cui al comma 1 qualora venga accertato che il rispetto di esigenze imperative connesse ad un interesse generale imponga che i suoi effetti siano mantenuti. Tra le esigenze imperative rientrano, fra l'altro, quelle imprescindibili di carattere tecnico o di altro tipo, tali da rendere evidente che i residui obblighi contrattuali possono essere rispettati solo dall'esecutore attuale. Gli interessi economici possono essere presi in considerazione come esigenze imperative solo in circostanze eccezionali in cui l'inefficacia del contratto conduce a conseguenze sproporzionate, avuto anche riguardo all'eventuale mancata proposizione della domanda di subentro nel contratto nei casi in cui il vizio dell'aggiudicazione non comporta l'obbligo di rinnovare la gara. Non costituiscono esigenze imperative gli interessi economici legati direttamente al contratto, che comprendono fra l'altro i costi derivanti dal ritardo nell'esecuzione del contratto stesso, dalla necessità di indire una nuova procedura di aggiudicazione, dal cambio dell'operatore economico e dagli obblighi di legge risultanti dalla dichiarazione di inefficacia.
    3. A cura della segreteria, le sentenze che provvedono in applicazione del comma 2 sono trasmesse alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le politiche comunitarie.
    4. Nei casi in cui, nonostante le violazioni, il contratto sia considerato efficace o l'inefficacia sia temporalmente limitata si applicano le sanzioni alternative di cui all'articolo 123.
    5. La inefficacia del contratto prevista dal comma 1, lettere a) e b), non trova applicazione quando la stazione appaltante abbia posto in essere la seguente procedura:
    a) abbia con atto motivato anteriore all'avvio della procedura di affidamento dichiarato di ritenere che la procedura senza previa pubblicazione del bando o avviso con cui si indice una gara nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea ovvero nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana sia consentita dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163;
    b) abbia pubblicato, rispettivamente per i contratti di rilevanza comunitaria e per quelli sotto soglia, nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea ovvero nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana un avviso volontario per la trasparenza preventiva ai sensi dell'articolo 79 -bis del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, in cui manifesta l'intenzione di concludere il contratto;
    c) il contratto non sia stato concluso prima dello scadere di un termine di almeno dieci giorni decorrenti dal giorno successivo alla data di pubblicazione dell'avviso di cui alla lettera b).
    Art. 122
    Inefficacia del contratto negli altri casi
    1. Fuori dei casi indicati dall'articolo 121, comma 1, e dall'articolo 123, comma 3, il giudice che annulla l'aggiudicazione definitiva stabilisce se dichiarare inefficace il contratto, fissandone la decorrenza, tenendo conto, in particolare, degli interessi delle parti, dell'effettiva possibilità per il ricorrente di conseguire l'aggiudicazione alla luce dei vizi riscontrati, dello stato di esecuzione del contratto e della possibilità di subentrare nel contratto, nei casi in cui il vizio dell'aggiudicazione non comporti l'obbligo di rinnovare la gara e la domanda di subentrare sia stata proposta.
    Art. 123
    Sanzioni alternative
    1. Nei casi di cui all'articolo 121, comma 4, il giudice amministrativo individua le seguenti sanzioni alternative da applicare alternativamente o cumulativamente:
    a) la sanzione pecuniaria nei confronti della stazione appaltante, di importo dallo 0,5% al 5% del valore del contratto, inteso come prezzo di aggiudicazione, che è versata all'entrata del bilancio dello Stato - con imputazione al capitolo 2301, capo 8 "Multe, ammende e sanzioni amministrative inflitte dalle autorità giudiziarie ed amministrative, con esclusione di quelle aventi natura tributaria" - entro sessanta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza che irroga sanzione; decorso il termine per il versamento, si applica una maggiorazione pari ad un decimo della sanzione per ogni semestre di ritardo. La sentenza che applica le sanzioni è comunicata, a cura della segreteria, al Ministero dell'economia e delle finanze entro cinque giorni dalla pubblicazione;
    b) la riduzione della durata del contratto, ove possibile, da un minimo del dieci per cento ad un massimo del cinquanta per cento della durata residua alla data di pubblicazione del dispositivo.
    2. Il giudice amministrativo applica le sanzioni assicurando il rispetto del principio del contraddittorio e ne determina la misura in modo che siano effettive, dissuasive, proporzionate al valore del contratto, alla gravità della condotta della stazione appaltante e all'opera svolta dalla stazione appaltante per l'eliminazione o attenuazione delle conseguenze della violazione. A tal fine si applica l'articolo 73, comma 3. In ogni caso l'eventuale condanna al risarcimento dei danni non costituisce sanzione alternativa e si cumula con le sanzioni alternative.
    3. Il giudice applica le sanzioni di cui al comma 1 anche qualora il contratto è stato stipulato senza rispettare il termine dilatorio stabilito per la stipulazione del contratto, ovvero è stato stipulato senza rispettare la sospensione della stipulazione derivante dalla proposizione del ricorso giurisdizionale avverso l'aggiudicazione definitiva, quando la violazione non abbia privato il ricorrente della possibilità di avvalersi di mezzi di ricorso prima della stipulazione del contratto e non abbia influito sulle possibilità del ricorrente di ottenere l'affidamento.
    Art. 124
    Tutela in forma specifica e per equivalente
    1. L'accoglimento della domanda di conseguire l'aggiudicazione e il contratto è comunque condizionato alla dichiarazione di inefficacia del contratto ai sensi degli articoli 121, comma 1, e 122. Se il giudice non dichiara l'inefficacia del contratto dispone il risarcimento del danno per equivalente, subito e provato.
    2. La condotta processuale della parte che, senza giustificato motivo, non ha proposto la domanda di cui al comma 1, o non si è resa disponibile a subentrare nel contratto, è valutata dal giudice ai sensi dell'articolo 1227 del codice civile.
    Art. 125
    Ulteriori disposizioni processuali per le controversie relative a infrastrutture strategiche
    1. Nei giudizi che riguardano le procedure di progettazione, approvazione, e realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi e relative attività di espropriazione, occupazione e asservimento, di cui alla parte II, titolo III, capo IV del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, oltre alle disposizioni del presente Capo, con esclusione dell'articolo 122, si applicano le seguenti previsioni.
    2. In sede di pronuncia del provvedimento cautelare, si tiene conto delle probabili conseguenze del provvedimento stesso per tutti gli interessi che possono essere lesi, nonché del preminente interesse nazionale alla sollecita realizzazione dell'opera, e, ai fini dell'accoglimento della domanda cautelare, si valuta anche la irreparabilità del pregiudizio per il ricorrente, il cui interesse va comunque comparato con quello del soggetto aggiudicatore alla celere prosecuzione delle procedure.
    3. Ferma restando l'applicazione degli articoli 121 e 123, al di fuori dei casi in essi contemplati la sospensione o l'annullamento dell'affidamento non comporta la caducazione del contratto già stipulato, e il risarcimento del danno eventualmente dovuto avviene solo per equivalente. Si applica l'articolo 34, comma 3.
    4. Le disposizioni del comma 3 si applicano anche alle controversie relative alle procedure di cui all'articolo 140 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163.
    TITOLO VI
    Contenzioso sulle operazioni elettorali
    CAPO I
    DISPOSIZIONI COMUNI AL CONTENZIOSO ELETTORALE
    Art. 126
    Ambito della giurisdizione sul contenzioso elettorale
    1. Il giudice amministrativo ha giurisdizione in materia di operazioni elettorali relative al rinnovo degli organi elettivi dei comuni, delle province, delle regioni e all'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia.
    Art. 127
    Esenzione dagli oneri fiscali
    1. Gli atti sono esenti dal contributo unificato e da ogni altro onere fiscale.
    Art. 128
    Inammissibilità del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica
    1. Nella materia di cui al presente Titolo non è ammesso il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.
    CAPO II
    TUTELA ANTICIPATA AVVERSO GLI ATTI DI ESCLUSIONE DAI PROCEDIMENTI ELETTORALI PREPARATORI PER LE ELEZIONI COMUNALI, PROVINCIALI E REGIONALI
    Art. 129
    Giudizio avverso gli atti di esclusione dal procedimento preparatorio per le elezioni comunali, provinciali e regionali
    1. I provvedimenti relativi al procedimento preparatorio per le elezioni comunali, provinciali e regionali concernenti l'esclusione di liste o candidati possono essere immediatamente impugnati, esclusivamente da parte dei delegati delle liste e dei gruppi di candidati esclusi, innanzi al tribunale amministrativo regionale competente, nel termine di tre giorni dalla pubblicazione, anche mediante affissione, ovvero dalla comunicazione, se prevista, degli atti impugnati.
    2. Al di fuori di quanto previsto dal comma 1, ogni provvedimento relativo al procedimento, anche preparatorio, per le elezioni di cui al comma 1 è impugnabile soltanto alla conclusione del procedimento elettorale, unitamente all'atto di proclamazione degli eletti, ai sensi del Capo III del presente Titolo.
    3. Il ricorso di cui al comma 1, nel termine ivi previsto, deve essere, a pena di decadenza:
    a) notificato, direttamente dal ricorrente o dal suo difensore, esclusivamente mediante consegna diretta, posta elettronica certificata o fax, all'ufficio che ha emanato l'atto impugnato, alla Prefettura e, ove possibile, agli eventuali controinteressati; in ogni caso, l'ufficio che ha emanato l'atto impugnato rende pubblico il ricorso mediante affissione di una sua copia integrale in appositi spazi all'uopo destinati sempre accessibili al pubblico e tale pubblicazione ha valore di notifica per pubblici proclami per tutti i controinteressati; la notificazione si ha per avvenuta il giorno stesso della predetta affissione;
    b) depositato presso la segreteria del tribunale adito, che provvede ad affiggerlo in appositi spazi accessibili al pubblico.
    4. Le parti indicano, rispettivamente nel ricorso o negli atti di costituzione, l'indirizzo di posta elettronica certificata o il numero di fax da valere per ogni eventuale comunicazione e notificazione.
    5. L'udienza di discussione si celebra, senza possibilità di rinvio anche in presenza di ricorso incidentale, nel termine di tre giorni dal deposito del ricorso, senza avvisi. Alla notifica del ricorso incidentale si provvede con le forme previste per il ricorso principale.
    6. Il giudizio è deciso all'esito dell'udienza con sentenza in forma semplificata, da pubblicarsi nello stesso giorno. La relativa motivazione può consistere anche in un mero richiamo delle argomentazioni contenute negli scritti delle parti che il giudice ha inteso accogliere e fare proprie.
    7. La sentenza non appellata è comunicata senza indugio dalla segreteria del tribunale all'ufficio che ha emanato l'atto impugnato.
    8. Il ricorso di appello, nel termine di due giorni dalla pubblicazione della sentenza, deve essere, a pena di decadenza:
    a) notificato, direttamente dal ricorrente o dal suo difensore, esclusivamente mediante consegna diretta, posta elettronica certificata o fax, all'ufficio che ha emanato l'atto impugnato, alla Prefettura e, ove possibile, agli eventuali controinteressati; in ogni caso, l'ufficio che ha emanato l'atto impugnato rende pubblico il ricorso mediante affissione di una sua copia integrale in appositi spazi all'uopo destinati sempre accessibili al pubblico e tale pubblicazione ha valore di notifica per pubblici proclami per tutti i controinteressati; la notificazione si ha per avvenuta il giorno stesso della predetta affissione; per le parti costituite nel giudizio di primo grado la trasmissione si effettua presso l'indirizzo di posta elettronica certificata o il numero di fax indicato negli atti difensivi ai sensi del comma 4;
    b) depositato in copia presso il tribunale amministrativo regionale che ha emesso la sentenza di primo grado, il quale provvede ad affiggerlo in appositi spazi accessibili al pubblico;
    c) depositato presso la segreteria del Consiglio di Stato, che provvede ad affiggerlo in appositi spazi accessibili al pubblico.
    9. Nel giudizio di appello si applicano le disposizioni del presente articolo.
    10. Nei giudizi di cui al comma 1 non si applicano le disposizioni di cui agli articoli 52, comma 5, e 54, commi 1 e 2.
    CAPO III
    RITO RELATIVO ALLE OPERAZIONI ELETTORALI DI COMUNI, PROVINCE, REGIONI E PARLAMENTO EUROPEO
    Art. 130
    Procedimento in primo grado in relazione alle operazioni elettorali di comuni, province, regioni e Parlamento europeo
    1. Salvo quanto disposto nel Capo II del presente Titolo, contro tutti gli atti del procedimento elettorale successivi all'emanazione dei comizi elettorali è ammesso ricorso soltanto alla conclusione del procedimento elettorale, unitamente all'impugnazione dell'atto di proclamazione degli eletti:
    a) quanto alle elezioni di comuni, province e regioni, da parte di qualsiasi candidato o elettore dell'ente della cui elezione si tratta, al tribunale amministrativo regionale nella cui circoscrizione ha sede il predetto ente territoriale, da depositare nella segreteria del tribunale adito entro il termine di trenta giorni dalla proclamazione degli eletti;
    b) quanto alle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia, da parte di qualsiasi candidato o elettore, davanti al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma, da depositare nella relativa segreteria entro il termine di trenta giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell'elenco dei candidati proclamati eletti.
    2. Il presidente, con decreto:
    a) fissa l'udienza di discussione della causa in via di urgenza;
    b) designa il relatore;
    c) ordina le notifiche, autorizzando, ove necessario, qualunque mezzo idoneo;
    d) ordina il deposito di documenti e l'acquisizione di ogni altra prova necessaria;
    e) ordina che a cura della segreteria il decreto sia immediatamente comunicato, con ogni mezzo utile, al ricorrente.
    3. Il ricorso è notificato, unitamente al decreto di fissazione dell'udienza, a cura di chi lo ha proposto, entro dieci giorni dalla data della comunicazione del decreto di cui al comma 2:
    a) all'ente della cui elezione si tratta, in caso di elezioni di comuni, province, regioni;
    b) all'Ufficio elettorale centrale nazionale, in caso di elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia;
    c) alle altre parti che vi hanno interesse, e comunque ad almeno un controinteressato.
    4. Entro dieci giorni dall'ultima notificazione di cui al comma 3, il ricorrente deposita nella segreteria del tribunale la copia del ricorso e del decreto, con la prova dell'avvenuta notificazione, insieme con gli atti e documenti del giudizio.
    5. L'amministrazione resistente e i controinteressati depositano nella segreteria le proprie controdeduzioni nei quindici giorni successivi a quello in cui la notificazione si è perfezionata nei loro confronti.
    6. All'esito dell'udienza, il collegio, sentite le parti se presenti, pronuncia la sentenza.
    7. La sentenza è pubblicata entro il giorno successivo alla decisione della causa. Se la complessità delle questioni non consente la pubblicazione della sentenza, nello stesso termine di cui al periodo precedente è pubblicato il dispositivo mediante deposito in segreteria. In tal caso la sentenza è pubblicata entro i dieci giorni successivi.
    8. La sentenza è immediatamente trasmessa in copia, a cura della segreteria del tribunale amministrativo regionale, al Sindaco, alla giunta provinciale, alla giunta regionale, al presidente dell'ufficio elettorale nazionale, a seconda dell'ente cui si riferisce l'elezione. Il comune, la provincia o la regione della cui elezione si tratta provvede, entro ventiquattro ore dal ricevimento, alla pubblicazione per quindici giorni del dispositivo della sentenza nell'albo o bollettino ufficiale dell'ente interessato a mezzo del segretario che ne è diretto responsabile. In caso di elezioni relative a comuni, province o regioni, la sentenza è comunicata anche al Prefetto. Ai medesimi incombenti si provvede dopo il passaggio in giudicato della sentenza annotando sulla copia pubblicata la sua definitività.
    9. Il tribunale amministrativo regionale, quando accoglie il ricorso, corregge il risultato delle elezioni e sostituisce ai candidati illegittimamente proclamati coloro che hanno diritto di esserlo. In caso di ricorso avverso le operazioni elettorali inerenti il Parlamento europeo, i voti delle sezioni le cui operazioni sono state annullate non hanno effetto.
    10. Tutti i termini processuali diversi da quelli indicati nel presente articolo e nell'articolo 131 sono dimezzati rispetto ai termini del processo ordinario.
    11. L'ente comunale, provinciale o regionale, della cui elezione si tratta, comunica agli interessati la correzione del risultato elettorale. L'Ufficio elettorale nazionale comunica la correzione del risultato elettorale agli interessati e alla segreteria del Parlamento europeo.
    Art. 131
    Procedimento in appello in relazione alle operazioni elettorali di comuni, province e regioni
    1. L'appello avverso le sentenze di cui all'articolo 130 è proposto entro il termine di venti giorni dalla notifica della sentenza, per coloro nei cui confronti è obbligatoria la notifica; per gli altri candidati o elettori nel termine di venti giorni decorrenti dall'ultimo giorno della pubblicazione della sentenza medesima nell'albo pretorio del comune.
    2. Il presidente fissa in via d'urgenza l'udienza di discussione. Al giudizio si applicano le norme che regolano il processo di appello innanzi al Consiglio di Stato, e i relativi termini sono dimezzati rispetto a quelli del giudizio ordinario.
    3. La sentenza, quando, in riforma di quella di primo grado, accoglie il ricorso originario, provvede ai sensi dell'articolo 130, comma 9.
    4. La sentenza è immediatamente trasmessa in copia, a cura della segreteria del Consiglio di Stato, ai soggetti di cui all'articolo 130, comma 8, i quali provvedono agli ulteriori incombenti ivi previsti e a quelli di cui al comma 11 dello stesso articolo 130.
    Art. 132
    Procedimento in appello in relazione alle operazioni elettorali del Parlamento europeo
    1. Le parti del giudizio di primo grado possono proporre appello mediante dichiarazione da presentare presso la segreteria del tribunale amministrativo regionale che ha pronunciato la sentenza, entro il termine di cinque giorni decorrenti dalla pubblicazione della sentenza o, in mancanza, del dispositivo.
    2. L'atto di appello contenente i motivi deve essere depositato entro il termine di trenta giorni decorrenti dalla ricezione dell'avviso di pubblicazione della sentenza.
    3. Per quanto non disposto dal presente articolo si applicano le norme dell'articolo 131.
    LIBRO QUINTO
    NORME FINALI
    Art. 133
    Materie di giurisdizione esclusiva
    1. Sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, salvo ulteriori previsioni di legge:
    a) le controversie in materia di:
    1) risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento amministrativo;
    2) formazione, conclusione ed esecuzione degli accordi integrativi o sostitutivi di provvedimento amministrativo e degli accordi fra pubbliche amministrazioni;
    3) dichiarazione di inizio attività;
    4) determinazione e corresponsione dell'indennizzo dovuto in caso di revoca del provvedimento amministrativo;
    5) nullità del provvedimento amministrativo adottato in violazione o elusione del giudicato;
    6) diritto di accesso ai documenti amministrativi;
    b) le controversie aventi ad oggetto atti e provvedimenti relativi a rapporti di concessione di beni pubblici, ad eccezione delle controversie concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi e quelle attribuite ai tribunali delle acque pubbliche e al Tribunale superiore delle acque pubbliche;
    c) le controversie in materia di pubblici servizi relative a concessioni di pubblici servizi, escluse quelle concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi, ovvero relative a provvedimenti adottati dalla pubblica amministrazione o dal gestore di un pubblico servizio in un procedimento amministrativo, ovvero ancora relative all'affidamento di un pubblico servizio, ed alla vigilanza e controllo nei confronti del gestore, nonché afferenti alla vigilanza sul credito, sulle assicurazioni e sul mercato mobiliare, al servizio farmaceutico, ai trasporti, alle telecomunicazioni e ai servizi di pubblica utilità;
    d) le controversie concernenti l'esercizio del diritto a chiedere e ottenere l'uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni e con i gestori di pubblici servizi statali;
    e) le controversie:
    1) relative a procedure di affidamento di pubblici lavori, servizi, forniture, svolte da soggetti comunque tenuti, nella scelta del contraente o del socio, all'applicazione della normativa comunitaria ovvero al rispetto dei procedimenti di evidenza pubblica previsti dalla normativa statale o regionale, ivi incluse quelle risarcitorie e con estensione della giurisdizione esclusiva alla dichiarazione di inefficacia del contratto a seguito di annullamento dell'aggiudicazione ed alle sanzioni alternative;
    2) relative al divieto di rinnovo tacito dei contratti pubblici di lavori, servizi, forniture, relative alla clausola di revisione del prezzo e al relativo provvedimento applicativo nei contratti ad esecuzione continuata o periodica, nell'ipotesi di cui all'articolo 115 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, nonché quelle relative ai provvedimenti applicativi dell'adeguamento dei prezzi ai sensi dell'articolo 133, commi 3 e 4, dello stesso decreto;
    f) le controversie aventi ad oggetto gli atti e i provvedimenti delle pubbliche amministrazioni in materia urbanistica e edilizia, concernente tutti gli aspetti dell'uso del territorio, e ferme restando le giurisdizioni del Tribunale superiore delle acque pubbliche e del Commissario liquidatore per gli usi civici, nonché del giudice ordinario per le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell'adozione di atti di natura espropriativa o ablativa;
    g) le controversie aventi ad oggetto gli atti, i provvedimenti, gli accordi e i comportamenti, riconducibili, anche mediatamente, all'esercizio di un pubblico potere, delle pubbliche amministrazioni in materia di espropriazione per pubblica utilità, ferma restando la giurisdizione del giudice ordinario per quelle riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell'adozione di atti di natura espropriativa o ablativa;
    h) le controversie aventi ad oggetto i decreti di espropriazione per causa di pubblica utilità delle invenzioni industriali;
    i) le controversie relative ai rapporti di lavoro del personale in regime di diritto pubblico;
    l) le controversie aventi ad oggetto tutti i provvedimenti, compresi quelli sanzionatori ed esclusi quelli inerenti ai rapporti di impiego privatizzati, adottati dalla Banca d'Italia, dalla Commissione nazionale per le società e la borsa, dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, e dalle altre Autorità istituite ai sensi della legge 14 novembre 1995, n. 481, dall'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, dalla Commissione vigilanza fondi pensione, dalla Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità della pubblica amministrazione, dall'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private, comprese le controversie relative ai ricorsi avverso gli atti che applicano le sanzioni ai sensi dell'articolo 326 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209;
    m) le controversie aventi ad oggetto i provvedimenti in materia di comunicazioni elettroniche, compresi quelli relativi all'imposizione di servitù;
    n) le controversie relative alle sanzioni amministrative ed ai provvedimenti adottati dall'organismo di regolazione competente in materia di infrastrutture ferroviarie ai sensi dell'articolo 37 del decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 188;
    o) le controversie, incluse quelle risarcitorie, attinenti alle procedure e ai provvedimenti della pubblica amministrazione concernenti la produzione di energia, ivi comprese quelle inerenti l'energia da fonte nucleare, i rigassificatori, i gasdotti di importazione, le centrali termoelettriche e quelle relative ad infrastrutture di trasporto ricomprese o da ricomprendere nella rete di trasmissione nazionale o rete nazionale di gasdotti;
    p) le controversie aventi ad oggetto le ordinanze e i provvedimenti commissariali adottati in tutte le situazioni di emergenza dichiarate ai sensi dell'articolo 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e le controversie comunque attinenti alla complessiva azione di gestione del ciclo dei rifiuti, seppure posta in essere con comportamenti della pubblica amministrazione riconducibili, anche mediatamente, all'esercizio di un pubblico potere, quand'anche relative a diritti costituzionalmente tutelati;
    q) le controversie aventi ad oggetto i provvedimenti anche contingibili ed urgenti, emanati dal Sindaco in materia di ordine e sicurezza pubblica, di incolumità pubblica e di sicurezza urbana, di edilità e di polizia locale, d'igiene pubblica e dell'abitato;
    r) le controversie aventi ad oggetto i provvedimenti relativi alla disciplina o al divieto dell'esercizio d'industrie insalubri o pericolose;
    s) le controversie aventi ad oggetto atti e provvedimenti adottati in violazione delle disposizioni in materia di danno all'ambiente, nonché avverso il silenzio inadempimento del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e per il risarcimento del danno subito a causa del ritardo nell'attivazione, da parte del medesimo Ministro, delle misure di precauzione, di prevenzione o di contenimento del danno ambientale, nonché quelle inerenti le ordinanze ministeriali di ripristino ambientale e di risarcimento del danno ambientale;
    t) le controversie relative all'applicazione del prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari;
    u) le controversie aventi ad oggetto i provvedimenti in materia di passaporti;
    v) le controversie tra lo Stato e i suoi creditori riguardanti l'interpretazione dei contratti aventi per oggetto i titoli di Stato o le leggi relative ad essi o comunque sul debito pubblico;
    z) le controversie aventi ad oggetto atti del Comitato olimpico nazionale italiano o delle Federazioni sportive non riservate agli organi di giustizia dell'ordinamento sportivo ed escluse quelle inerenti i rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti.
    Art. 134
    Materie di giurisdizione estesa al merito
    1. Il giudice amministrativo esercita giurisdizione con cognizione estesa al merito nelle controversie aventi ad oggetto:
    a) l'attuazione delle pronunce giurisdizionali esecutive o del giudicato nell'ambito del giudizio di cui al Titolo I del Libro IV;
    b) gli atti e le operazioni in materia elettorale, attribuiti alla giurisdizione amministrativa;
    c) le sanzioni pecuniarie la cui contestazione è devoluta alla giurisdizione del giudice amministrativo, comprese quelle applicate dalle Autorità amministrative indipendenti;
    d) le contestazioni sui confini degli enti territoriali;
    e) il diniego di rilascio di nulla osta cinematografico di cui all'articolo 8 della legge 21 novembre 1962, n. 161.
    Art. 135
    Competenza funzionale inderogabile del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma
    1. Sono devolute alla competenza inderogabile del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma, salvo ulteriori previsioni di legge:
    a) le controversie relative ai provvedimenti riguardanti i magistrati ordinari adottati ai sensi dell'articolo 17, primo comma, della legge 24 marzo 1958, n. 195;
    b) le controversie aventi ad oggetto i provvedimenti dell'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato e quelli dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni;
    c) le controversie di cui all'articolo 133, comma 1, lettera l), fatta eccezione per quelle di cui all'articolo 14, comma 2, nonché le controversie di cui all'articolo 104, comma 2, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385;
    d) le controversie contro i provvedimenti ministeriali di cui all'articolo 133, comma 1, lettera m);
    e) le controversie di cui all'articolo 133, comma 1, lettera p);
    f) le controversie di cui all'articolo 133, comma 1, lettera o), limitatamente a quelle concernenti la produzione di energia elettrica da fonte nucleare, i rigassificatori, i gasdotti di importazione, le centrali termoelettriche di potenza termica superiore a 400 MW nonché quelle relative ad infrastrutture di trasporto ricomprese o da ricomprendere nella rete di trasmissione nazionale o rete nazionale di gasdotti, salvo quanto previsto dall'articolo 14, comma 2;
    g) le controversie di cui all'articolo 133, comma 1, lettera z);
    h) le controversie relative al corretto esercizio dei poteri speciali dello Stato azionista di cui all'articolo 2 del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 1994, n. 474, e successive modificazioni;
    i) le controversie aventi ad oggetto i provvedimenti di espulsione di cittadini extracomunitari per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato;
    l) le controversie avverso i provvedimenti di allontanamento di cittadini comunitari per motivi di sicurezza dello Stato o per motivi di ordine pubblico di cui all'articolo 20, comma 1, del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, e successive modificazioni;
    m) le controversie avverso i provvedimenti previsti dal decreto legislativo 22 giugno 2007, n. 109;
    n) le controversie disciplinate dal presente codice relative alle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia;
    o) le controversie relative al rapporto di lavoro del personale del DIS, dell'AISI e dell'AISE;
    p) le controversie derivanti dall'applicazione del decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n. 50, relativo all'Istituzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata;
    q) le controversie relative ai provvedimenti adottati ai sensi degli articoli 142 e 143 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
    2. Restano esclusi dai casi di competenza inderogabile di cui al comma 1 le controversie sui rapporti di lavoro dei pubblici dipendenti, salvo quelle di cui alla lettera o) dello stesso comma 1.
    Art. 136
    Disposizioni sulle comunicazioni e sui depositi informatici
    1. I difensori indicano nel ricorso o nel primo atto difensivo il proprio indirizzo di posta elettronica certificata e il proprio recapito di fax dove intendono ricevervi le comunicazioni relative al processo. Una volta espressa tale indicazione si presumono conosciute le comunicazioni pervenute con i predetti mezzi nel rispetto della normativa, anche regolamentare, vigente. E' onere dei difensori comunicare alla segreteria e alle parti costituite ogni variazione dei suddetti dati.
    2. I difensori costituiti forniscono copia in via informatica di tutti gli atti di parte depositati e, ove possibile, dei documenti prodotti e di ogni altro atto di causa. Il difensore attesta la conformità tra il contenuto del documento in formato elettronico e quello cartaceo. Il deposito del materiale informatico, ove non sia effettuato unitamente a quello cartaceo, è eseguito su richiesta della segreteria e nel termine da questa assegnato, esclusa ogni decadenza. In casi eccezionali il presidente può dispensare dall'osservanza di quanto previsto dal presente comma.
    Art. 137
    Norma finanziaria
    1. Le amministrazioni competenti provvedono all'attuazione del codice nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.
    ALLEGATO 2
    Norme di attuazione
    TITOLO I
    Registri - Orario di segreteria
    Art. 1
    Registro generale dei ricorsi
    1. Presso ciascun ufficio giudiziario è tenuto il registro di presentazione dei ricorsi, diviso per colonne, nel quale sono annotate tutte le informazioni occorrenti per accertare esattamente la presentazione del ricorso, del ricorso incidentale, della domanda riconvenzionale, dei motivi aggiunti, della domanda di intervento, degli atti e documenti prodotti, nonché le notificazioni effettuate, l'esecuzione del pagamento del contributo unificato, l'indicazione dei mezzi istruttori disposti o compiuti e i provvedimenti adottati.
    2. I ricorsi sono iscritti giornalmente secondo l'ordine di presentazione.
    3. Il registro è vistato e firmato in ciascun foglio dal segretario generale, con l'indicazione in fine del numero dei fogli di cui il registro si compone.
    4. Il registro è chiuso ogni giorno con l'apposizione della firma del segretario generale.
    Art. 2
    Ruoli e registri particolari, collazione dei provvedimenti e forme di comunicazione
    1. Le segreterie degli organi di giustizia amministrativa tengono i seguenti registri:
    a) il registro delle istanze di fissazione di udienza, vistato e firmato in ciascun foglio dal segretario generale, con l'indicazione in fine del numero dei fogli di cui il registro si compone;
    b) il registro delle istanze di prelievo;
    c) il registro per i processi verbali di udienza;
    d) il registro dei decreti e delle ordinanze del presidente;
    e) il registro delle ordinanze cautelari;
    f) il registro delle sentenze e degli altri provvedimenti collegiali;
    g) il registro dei ricorsi trattati con il beneficio del patrocinio a spese dello Stato.
    2. Il segretario, ricevuta l'istanza di cui alle lettere a) e b) del comma 1, ne fa annotazione nei relativi registri e ne rilascia ricevuta, se richiesta.
    3. Nei registri di cui alle lettere d) ed e) del comma 1 sono annotati gli estremi della trasmissione dei provvedimenti.
    4. La segreteria cura la formazione dei ruoli secondo le disposizioni del presidente.
    5. La segreteria cura la formazione dell'originale dei provvedimenti del giudice, raccogliendo le sottoscrizioni necessarie e apponendo il timbro e la fi rma di congiunzione tra i fogli che li compongono.
    6. La segreteria effettua le comunicazioni alle parti ai sensi dell'articolo 136, comma 1, del codice, o, altrimenti, nelle forme di cui all'articolo 45 delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile.
    Art. 3
    Registrazioni in forma automatizzata
    1. Le registrazioni di cui agli articoli 1 e 2 possono essere eseguite in forma automatizzata secondo quanto previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 gennaio 1999, n. 52, e dalla ulteriore normativa applicabile.
    2. Il segretario, ove richiesto, rilascia all'interessato dichiarazione delle registrazioni effettuate.
    Art. 4
    Orario
    1. Le segreterie sono aperte al pubblico nelle ore stabilite dal presidente del tribunale amministrativo regionale, della sezione staccata, del Consiglio di Stato e del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana.
    2. Nei casi in cui il codice prevede il deposito di atti o documenti sino al giorno precedente la trattazione di una domanda in camera di consiglio, il deposito deve avvenire entro le ore 12.00 dell'ultimo giorno consentito.
    3. Nei casi in cui il codice prevede termini calcolati in ore le segreterie danno atto dell'ora di deposito degli atti e dei provvedimenti giurisdizionali e adeguano gli orari di apertura degli uffici.
    4. In ogni caso è assicurata la possibilità di depositare gli atti in scadenza sino alle ore 12.00 dell'ultimo giorno consentito.
    TITOLO II
    Fascicoli di parte e d'ufficio
    Art. 5
    Formazione e tenuta dei fascicoli di parte e d'ufficio. Surrogazione di copie agli originali mancanti e ricostituzione di atti
    1. Ciascuna parte, all'atto della propria costituzione in giudizio, consegna il proprio fascicolo, contenente gli originali degli atti ed i documenti di cui intende avvalersi nonché il relativo indice.
    2. Gli atti devono essere depositati in numero di copie corrispondente ai componenti del collegio e alle altre parti costituite. Se il fascicolo di parte e i depositi successivi non contengono le copie degli atti di cui al presente comma gli atti depositati sono trattenuti in segreteria e il giudice non ne può tenere conto prima che la parte abbia provveduto all'integrazione del numero di copie richieste.
    3. Allorché riceve il deposito dell'atto introduttivo del giudizio, il segretario forma il fascicolo d'ufficio, nel quale inserisce l'indice dei documenti depositati, le copie dell'atto introduttivo e dei documenti e, successivamente, degli altri atti delle parti, nonché, anche per estratto, del verbale d'udienza e di ogni atto e provvedimento del giudice o dei suoi ausiliari.
    4. Il segretario, dopo aver controllato la regolarità anche fiscale degli atti e dei documenti depositati da ciascuna parte, data e sottoscrive l'indice del fascicolo ogni qualvolta viene inserito in esso un atto o un documento.
    5. In caso di smarrimento, furto o distruzione del fascicolo d'ufficio o di singoli atti il presidente del tribunale o della sezione, ovvero, se la questione sorge in udienza, il collegio, ne dà comunicazione al segretario e alle parti al fine, rispettivamente, di ricerca o deposito di copia autentica, che tiene luogo dell'originale. Qualora non si rinvenga copia autentica il presidente, con decreto, fissa una camera di consiglio, di cui è dato avviso alle parti, per la ricostruzione degli atti o del fascicolo. Il collegio, con ordinanza, accerta il contenuto dell'atto mancante e stabilisce se, e in quale tenore, esso debba essere ricostituito; se non è possibile accertare il contenuto dell'atto il collegio ne ordina la rinnovazione, se necessario e possibile, prescrivendone il modo.
    Art. 6
    Ritiro e trasmissione dei fascicoli di parte e del fascicolo d'ufficio
    1. I documenti e gli atti prodotti davanti al tribunale amministrativo regionale non possono essere ritirati dalle parti prima che il giudizio sia definito con sentenza passata in giudicato.
    2. In caso di appello, il segretario del giudice di appello richiede la trasmissione del fascicolo d'ufficio al segretario del giudice di primo grado.
    3. Se è appellata una sentenza non definitiva, ovvero un'ordinanza cautelare, non si applica il comma 2. Tuttavia il giudice di appello, può, se lo ritiene necessario, chiedere la trasmissione del fascicolo d'ufficio, ovvero ordinare alla parte interessata di produrre copia di determinati atti.
    4. Il presidente della sezione può autorizzare la sostituzione degli eventuali documenti e atti esibiti in originale con copia conforme degli stessi, predisposta a cura della segreteria su istanza motivata della parte interessata.
    Art. 7
    Rilascio di copie
    1. Il segretario rilascia copia delle decisioni e di ogni altro provvedimento del giudice a richiesta degli interessati e a loro spese.
    TITOLO III
    Ordine di fissazione dei ricorsi - Udienze
    Art. 8
    Ordine di fissazione dei ricorsi
    1. La fissazione del giorno dell'udienza per la trattazione dei ricorsi è effettuata secondo l'ordine di iscrizione delle istanze di fissazione d'udienza nell'apposito registro, salvi i casi di fissazione prioritaria previsti dal codice.
    2. Il presidente può derogare al criterio cronologico per ragioni d'urgenza, anche tenendo conto delle istanze di prelievo, o per esigenze di funzionalità dell'ufficio, ovvero per connessione di materia, nonché in ogni caso in cui il Consiglio di Stato abbia annullato la sentenza o l'ordinanza e rinviato la causa al giudice di primo grado.
    Art. 9
    Calendario delle udienze
    1. Il calendario delle udienze, con l'indicazione dei magistrati chiamati a parteciparvi, è fissato con cadenza annuale dai presidenti delle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato, dal presidente del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana e dai presidenti dei tribunali amministrativi regionali e delle sezioni staccate e interne.
    Art. 10
    Toghe e divise
    1. I magistrati amministrativi, il personale di segreteria e il personale ausiliario indossano nelle pubbliche udienze la toga o la divisa stabilita dal Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa.
    2. Gli avvocati vestono nelle pubbliche udienze la toga.
    Art. 11
    Direzione dell'udienza
    1. L'udienza è diretta dal presidente del collegio.
    2. Il segretario redige il verbale dell'udienza.
    Art. 12
    Polizia dell'udienza
    1. Chi assiste all'udienza deve stare in silenzio, non può fare segni di approvazione o di disapprovazione o cagionare disturbo.
    2. Il presidente del collegio, ove lo ritenga necessario per il regolare svolgimento dell'udienza, può chiedere l'intervento della forza pubblica.
    3. Per le riprese audiovisive delle trattazioni dei ricorsi in pubblica udienza si applica l'articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale.
    TITOLO IV
    Processo amministrativo telematico
    Art. 13
    Processo telematico
    1. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentiti il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa e il DigitPA, sono stabilite, nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, le regole tecnico-operative per la sperimentazione, la graduale applicazione, l'aggiornamento del processo amministrativo telematico, tenendo conto delle esigenze di fl essibilità e di continuo adeguamento delle regole informatiche alle peculiarità del processo amministrativo, della sua organizzazione e alla tipologia di provvedimenti giurisdizionali.
    TITOLO V
    Spese di giustizia
    Art. 14
    Commissione per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato
    1. Presso il Consiglio di Stato, il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana e ogni tribunale amministrativo regionale e relative sezioni staccate è istituita una commissione per l'ammissione anticipata e provvisoria al patrocinio a spese dello Stato, composta da due magistrati amministrativi, designati dal presidente, il più anziano dei quali assume le funzioni di presidente della commissione, e da un avvocato, designato dal presidente dell'Ordine degli avvocati del capoluogo in cui ha sede l'organo. Per ciascun componente sono designati uno o più membri supplenti. Esercita le funzioni di segretario un funzionario di segreteria, nominato dal presidente. Al presidente e ai componenti non spetta nessun compenso né rimborso spese.
    Art. 15
    Devoluzione del gettito delle sanzioni pecuniarie
    1. Il gettito delle sanzioni pecuniarie previste dal codice è versato al bilancio dello Stato, per essere riassegnato allo stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per le spese di cui all'articolo 1, comma 309, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, e successive modificazioni.
    Art. 16
    Misure straordinarie per la riduzione dell'arretrato e per l'incentivazione della produttività
    1. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, d'intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze, su proposta del presidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa previa delibera dello stesso Consiglio, sono adottate, nei limiti dei fondi disponibili nel relativo bilancio ed effettivamente non utilizzati, misure straordinarie per la riduzione dell'arretrato e per l'incentivazione della produttività.
    ALLEGATO 3
    Norme transitorie
    TITOLO I
    Definizione dei ricorsi pendenti da più di cinque anni alla data di entrata in vigore del codice del processo amministrativo
    Art. 1
    Nuova istanza di fissazione d'udienza
    1. Nel termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del codice, le parti presentano una nuova istanza di fissazione di udienza, sottoscritta dalla parte che ha rilasciato la procura di cui all'articolo 24 del codice e dal suo difensore, relativamente ai ricorsi pendenti da oltre cinque anni e per i quali non è stata ancora fissata l'udienza di discussione. In difetto, il ricorso è dichiarato perento con decreto del presidente.
    2. Se tuttavia, nel termine di centottanta giorni dalla comunicazione del decreto, il ricorrente deposita un atto, sottoscritto dalla parte personalmente e dal difensore e notificato alle altre parti, in cui dichiara di avere ancora interesse alla trattazione della causa, il presidente revoca il decreto disponendo la reiscrizione della causa sul ruolo di merito.
    3. Se, nella pendenza del termine di cui al comma 1, è comunicato alle parti l'avviso di fissazione dell'udienza di discussione, il giudice provvede ai sensi dell'articolo 82, comma 2, del codice.
    TITOLO II
    Ulteriori disposizioni transitorie
    Art. 2
    Ultrattività della disciplina previgente
    1. Per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti.
    Art. 3
    Disposizione particolare per il giudizio di appello
    1. La disposizione di cui all'articolo 101, comma 2, del codice non si applica agli appelli depositati prima dell'entrata in vigore del codice medesimo.
    ALLEGATO 4
    Norme di coordinamento e abrogazioni
    Art. 1
    Norme di coordinamento e abrogazione in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia
    1. Alla legge 24 gennaio 1979, n. 18, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) l'articolo 42 è sostituito dal seguente:
    "Art. 42.
    La tutela giurisdizionale contro gli atti di proclamazione degli eletti, per motivi inerenti alle operazioni elettorali successive all'emanazione del decreto di convocazione dei comizi, è disciplinata dalle disposizioni dettate dal codice del processo amministrativo.";
    b) sono abrogati gli articoli 43 e 46, secondo comma.
    Art. 2
    Norme di coordinamento e abrogazioni in materia di elezioni amministrative
    1. Al testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 16 maggio 1960, n. 570, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) l'articolo 83 è sostituito dal seguente:
    "Art. 83.
    La tutela in materia di operazioni per l'elezione dei consiglieri comunali, successive all'emanazione del decreto di convocazione dei comizi, è disciplinata dalle disposizioni dettate dal codice del processo amministrativo.";
    b) sono abrogati gli articoli: 83/2; 83/3; 83/4; 83/5; 83/6, 83/7; 83/8; 83/9; 83/10; 83/11; 83/12;
    c) all'articolo 84, primo comma, le parole: ", la Sezione per il contenzioso elettorale, il Consiglio di Stato" sono soppresse.
    2. Alla legge 5 agosto 1962, n. 1257, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) all'articolo 21, primo comma, le parole: "sia in materia di eleggibilità sia in materia di operazioni elettorali" sono sostituite dalle seguenti: "in materia di eleggibilità";
    b) l'articolo 23 è sostituito dal seguente:
    "Art. 23.
    Ricorso giurisdizionale in materia di operazioni elettorali.
    La tutela in materia di operazioni per l'elezione dei consiglieri comunali, successive all'emanazione del decreto di convocazione dei comizi, è disciplinata dalle disposizioni dettate dal codice del processo amministrativo.";
    c) all'articolo 24, nella rubrica, le parole: "Consiglio regionale, della Corte di appello e del Consiglio di Stato" sono sostituite dalle seguenti: "Consiglio regionale e della Corte di appello" e, al primo comma, le parole: "Consiglio regionale, la Corte d'appello di Torino ed il Consiglio di Stato" sono sostituite dalle seguenti: "Consiglio regionale e la Corte d'appello di Torino";
    d) all'articolo 30 sono apportate le seguenti modificazioni:
    1) al primo comma le parole: "al Consiglio di Stato" sono sostituite dalle seguenti: "alla Corte di appello di Torino" e le parole: ", giudicando in sede di giurisdizione esclusiva" sono soppresse;
    2) al secondo comma le parole: "al Consiglio di Stato" sono sostituite dalle seguenti: "alla Corte di appello di Torino";
    e) all'articolo 31, primo comma, le parole: "il Consiglio regionale, la Corte d'appello di Torino ed il Consiglio di Stato" sono sostituite dalle seguenti: "il Consiglio regionale e la Corte d'appello di Torino";
    f) all'articolo 33, terzo comma, le parole: "al Consiglio di Stato ed" sono soppresse.
    3. Alla legge 23 dicembre 1966, n. 1147, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) all'articolo 3, primo comma, le parole: ", sia davanti agli organi di giurisdizione ordinaria, sia davanti agli organi di giurisdizione amministrativa," sono sostituite dalle seguenti: "davanti agli organi di giurisdizione ordinaria";
    b) all'articolo 7:
    1) al comma 2 le parole: "sia per quanto riguarda la materia relativa alle operazioni per l'elezione, sia" sono soppresse;
    2) dopo il secondo comma è inserito il seguente: "La tutela contro le operazioni per l'elezione dei consiglieri provinciali, successive all'emanazione del decreto di convocazione dei comizi, è disciplinata dalle disposizioni dettate dal codice del processo amministrativo.".
    c) sono abrogati gli articoli: 2 e 8.
    4. Alla legge 17 febbraio 1968, n. 108, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) all'articolo 19 il primo comma è sostituito dal seguente: "Per i ricorsi in materia di eleggibilità e decadenza si osservano le norme di cui agli articoli 1, 3, 4 e 5 della legge 23 dicembre 1966, n. 1147.";
    b) all'articolo 19, dopo il terzo comma è aggiunto il seguente: "La tutela in materia di operazioni per l'elezione dei consiglieri regionali, successive all'emanazione del decreto di convocazione dei comizi, è disciplinata dalle disposizioni dettate dal codice del processo amministrativo.".
    5. Agli articoli 31, primo comma, e 34, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 16 maggio 1960, n. 570, nonché all'articolo 17, primo comma, n. 1), della legge 8 marzo 1951, n. 122, e all'articolo 11, primo comma, n. 4), della legge 17 febbraio 1968, n. 108, le parole: "il quindicesimo giorno" sono sostituite dalle seguenti: "l'ottavo giorno".
    Art. 3
    Ulteriori norme di coordinamento
    1. L'articolo 17, secondo comma, della legge 24 marzo 1958, n. 195, è sostituito dal seguente:
    "La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    2. Alla legge 7 agosto 1990, n. 241, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) l'articolo 2, comma 8, è sostituito dal seguente:
    "8. La tutela in materia di silenzio dell'amministrazione è disciplinata dal codice del processo amministrativo.";
    b) l'articolo 15, comma 2, le parole: "commi 2, 3 e 5" sono sostituite dalle seguenti: "commi 2 e 3";
    c) l'articolo 25, comma 5, è sostituito dal seguente:
    "5. Le controversie relative all'accesso ai documenti amministrativi sono disciplinate dal codice del processo amministrativo.".
    3. L'articolo 33, comma 1, della legge 10 ottobre 1990, n. 287, è sostituito dal seguente: "1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    4. L'articolo 10, comma 2 -quinquies, del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, è sostituito dal seguente:
    "2 -quinquies. La tutela avverso i provvedimenti della commissione centrale con cui vengono applicate, modificate o revocate le speciali misure di protezione anche se di tipo urgente o provvisorio a norma dell'articolo 13, comma 1, è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    5. All'articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, dopo il comma 6 è aggiunto il seguente:
    "6 -bis. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo avverso le ordinanze adottate in tutte le situazioni di emergenza dichiarate ai sensi del comma 1 e avverso i consequenziali provvedimenti commissariali è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    6. L'articolo 2, comma 25, della legge 14 novembre 1995, n. 481, è sostituito dal seguente:
    "25. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    7. L'articolo 13, comma 11, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, è sostituito dal seguente:
    "11. Contro il decreto ministeriale di cui al comma 1 la tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    8. L'articolo 1, comma 26, della legge 31 luglio 1997, n. 249, è sostituito dal seguente: "26. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    9. Al decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 325, l'articolo 53 è sostituito dal seguente:
    "Art. 53 (L). Disposizioni processuali.
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo. (L).
    2. Resta ferma la giurisdizione del giudice ordinario per le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell'adozione di atti di natura espropriativa o ablativa.(L)".
    10. Al decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327, l'articolo 53 è sostituito dal seguente:
    "Art. 53 (L). Disposizioni processuali.
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo (L).
    2. Resta ferma la giurisdizione del giudice ordinario per le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell'adozione di atti di natura espropriativa o ablativa (L).".
    11. All'articolo 13, comma 6 -bis, del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese e di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, le parole: "per i ricorsi previsti dall'articolo 23 -bis, comma 1, della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, nonché da altre disposizioni che richiamano il citato articolo 23 -bis, il contributo dovuto è di euro 1.000; per i ricorsi" sono sostituite dalle seguenti: "per i ricorsi cui si applica il rito abbreviato comune a determinate materie previsto dal Libro IV, Titolo V, Capo I del codice del processo amministrativo, nonché da altre disposizioni che richiamino il citato rito, il contributo dovuto è di euro 1.000; per i ricorsi" e alla fine del comma è aggiunto il seguente periodo: "Per ricorsi si intendono quello principale, quello incidentale e i motivi aggiunti che introducono domande nuove.".
    12. L'articolo 9 del decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259, è sostituito dal seguente: "
    Art. 9 Ricorsi avverso provvedimenti del Ministero e dell'Autorità
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    13. Nell'articolo 3, comma 1, del decreto-legge 19 agosto 2003, n. 220, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 ottobre 2003, n. 280, le parole: "è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo" sono sostituite dalle seguenti: "è disciplinata dal codice del processo amministrativo".
    14. L'articolo 81 del decreto legislativo 30 dicembre 2003, n. 396, è sostituito dal seguente: " Art. 81. Tutela giurisdizionale
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.(L)".
    15. L'articolo 81 del decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 2003, n. 398, è sostituito dal seguente:
    " Art. 81(L) Tutela giurisdizionale.
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo. (L).".
    16. L'articolo 142, comma 5, del decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30, è sostituito dal seguente:
    "5. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    17. L'articolo 3, comma 1 -ter, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, è così sostituito:
    "1 -ter. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    18. L'articolo 326, comma 7, del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, è sostituito dal seguente:
    "7. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo. I ricorsi sono notificati anche all'ISVAP, che provvede alla difesa in giudizio con propri legali.".
    19. Nel decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) all'articolo 11, comma 10 -ter, le parole: "dell'articolo 245, comma 2 -quater, primo periodo" sono sostituite dalle seguenti: "dell'articolo 14, comma 4, del codice del processo amministrativo";
    b) l'articolo 243 bis, comma 6, è così sostituito:
    "6. Il diniego totale o parziale di autotutela, espresso o tacito, è impugnabile solo unitamente all'atto cui si riferisce, ovvero, se quest'ultimo è già stato impugnato, con motivi aggiunti.";
    c) l'articolo 244 è sostituito dal seguente:
    "Art. 244. Giurisdizione.
    1. Il codice del processo amministrativo individua le controversie devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di contratti pubblici."; d) l'articolo 245 è sostituito dal seguente:
    "Art. 245. Strumenti di tutela.
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.";
    e) l'articolo 245 -bis è sostituito dal seguente:
    "Art. 245 -bis. Inefficacia del contratto in caso di gravi violazioni.
    1. L'inefficacia del contratto nei casi di gravi violazioni è disciplinata dal codice del processo amministrativo.";
    f) l'articolo 245 -ter è sostituito dal seguente:
    "Art. 245 -ter. Inefficacia dei contratti negli altri casi.
    1. L'inefficacia del contratto nei casi diversi da quelli previsti dall'articolo 245 -bis è disciplinata dal codice del processo amministrativo.";
    g) l'articolo 245 -quater è sostituito dal seguente:
    "Art. 245 -quater. Sanzioni alternative.
    1. Le sanzioni alternative applicate dal giudice amministrativo alternativamente o cumulativamente sono disciplinate dal codice del processo amministrativo.";
    h) l'articolo 245 -quinquies è sostituito dal seguente:
    "Art. 245 -quinquies. Tutela in forma specifica e per equivalente.
    1. La tutela in forma specifica e per equivalente è disciplinata dal codice del processo amministrativo.";
    i) l'articolo 246 è sostituito dal seguente:
    "Art. 246. Norme processuali ulteriori per le controversie relative a infrastrutture e insediamenti produttivi.
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo nelle controversie relative a infrastrutture e insediamenti produttivi è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    20. L'articolo 22, comma 1, del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, è sostituito dal seguente: "1. Avverso i provvedimenti di allontanamento per motivi di sicurezza dello Stato o per motivi di ordine pubblico di cui all'articolo 20, comma 1, la tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    21. L'articolo 14, comma 1, del decreto legislativo 22 giugno 2007, n. 109, è sostituito dal seguente:
    "1. Avverso i provvedimenti previsti dal presente decreto la tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    22. L'articolo 22 della legge 3 agosto 2007, n. 124, è sostituito dal seguente:
    "Art. 22. Tutela giurisdizionale
    1. La tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo, avente ad oggetto controversie relative al rapporto di lavoro, è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    23. All'articolo 54, comma 2, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, le parole: "un'istanza ai sensi del secondo comma dell'articolo 51 del regio decreto 17 agosto 1907, n. 642"sono sostituite dalle seguenti:
    "l'istanza di prelievo di cui all'articolo 81, comma 1, del codice del processo amministrativo, né con riguardo al periodo anteriore alla sua presentazione.".
    24. L'articolo 9, comma 1, decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n. 50, è sostituito dal seguente:
    "1. Avverso i provvedimenti previsti dal presente decreto la tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    25. Al decreto legislativo 16 marzo 2010, n. 66, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) l'articolo 441 è così sostituito: "Art. 441. Tutela giurisdizionale.
    1. La cognizione delle controversie in ordine ai requisiti di cui al presente Capo è devoluta al giudice ordinario per quanto attiene alla liquidazione delle indennità; la tutela davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.";
    b) l'articolo 1940, comma 2 è sostituito dal seguente:
    "2. Avverso i provvedimenti in materia di leva e contro quelli di decisione dei ricorsi gerarchici di cui al comma 1 la tutela giurisdizionale davanti al giudice amministrativo è disciplinata dal codice del processo amministrativo.".
    Art. 4
    Ulteriori abrogazioni
    1. A decorrere dall'entrata in vigore del presente decreto legislativo sono o restano abrogati i seguenti atti normativi:
    1) regio decreto 17 agosto 1907, n. 638;
    2) regio decreto 17 agosto 1907, n. 642;
    3) regio decreto 30 dicembre 1923, n. 2840;
    4) regio decreto 26 giugno 1924, n. 1054: articoli da 1 a 4 compresi; da 6 a 10 compresi; da 26 a 32 compresi; 33, secondo comma; da 34 a 47; da 49 a 56 compresi;
    5) regio decreto 26 giugno 1924, n. 1058;
    6) regio decreto 8 gennaio 1931, n. 148: articolo 58, secondo comma;
    7) decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 642;
    8) legge 21 dicembre 1950, n. 1018: articoli 5; 6; 9; 10;
    9) legge 21 novembre 1967, n. 1185: articolo 11;
    10) legge 6 dicembre 1971, n. 1034: articoli da 2 a 8 compresi; 10; da 19 a 39 compresi; 40, primo comma; da 42 a 52 compresi;
    11) decreto del Presidente della Repubblica 21 aprile 1973, n. 214: articoli 3; 4; 5; 12; 13; 30; 34; da 37 a 40 compresi;
    12) legge 20 marzo 1980, n. 75: articolo 6;
    13) legge 27 febbraio 1982, n. 186: articoli 1, quarto comma, dalle parole: "le sezioni giurisdizionali" fino alla fine; 5; 55;
    14) legge 7 agosto 1990, n. 241: articoli 2 -bis, comma 2; 11, comma 5; 19, comma 5; 21 -quinquies, comma 1, ultimo periodo; 21 -septies, comma 2; 25, commi 5 -bis e 6;
    15) decreto legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82: articolo 10, commi 2 -sexies, 2 -septies, 2 -octies;
    16) legge 11 agosto 1991, n. 266: articolo 6, comma 5;
    17) decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385: articolo 145, commi da 4 a 8;
    18) legge 15 maggio 1997, n. 127: articolo 17, comma 26, secondo periodo;
    19) decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58: articoli 187 -septies, commi da 4 a 8; 195, commi da 4 a 8;
    20) decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80: articoli 33, 34 e 35;
    21) legge 4 maggio 1998, n. 133: articolo 4, comma 3;
    22) legge 22 febbraio 2000, n. 28: articoli 10, comma 10; 11 -quinquies, comma 4;
    23) legge 21 luglio 2000, n. 205: articoli 1; 2; 3, commi 1, 2, 3; 4; 6, comma 2; 7; 8; 11; 12;
    24) legge 7 dicembre 2000, n. 383: articolo 10, comma 2;
    25) decreto legislativo 6 giugno 2001, n. 378: articolo 45, comma 2;
    26) decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380: articolo 45, comma 2;
    27) decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 188: articolo 37, comma 7;
    28) decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259: articolo 92, comma 9;
    29) decreto-legge 19 agosto 2003, n. 220, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 ottobre 2003, n. 280: articolo 3, commi 2, 3 e 4;
    30) legge 30 dicembre 2004, n. 311: articolo 1, comma 552;
    31) decreto-legge 26 aprile 2005, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2005, n. 109: articolo 2 -sexies, comma 1;
    32) decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155: articolo 3, comma 4 -bis;
    33) decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206: articolo 27, comma 13, primo periodo;
    34) decreto legge 30 novembre 2005, n. 245, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 gennaio 2006, n. 21: articolo 3, commi 2 -bis, 2 -ter e 2 -quater;
    35) legge 28 dicembre 2005, n. 262: articolo 24, commi 5 e 6;
    36) decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152: articoli 310, comma 2, limitatamente alle parole:", in sede di giurisdizione esclusiva,"; 316, comma 1, limitatamente alle parole:", in sede di giurisdizione esclusiva,";
    37) legge 27 dicembre 2006, n. 296; articolo 1, comma 1308;
    38) decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145: articolo 8, comma 13, primo periodo;
    39) decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2008, n. 123: articolo 4;
    40) decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni,dalla legge 6 agosto 2008, n. 133: articolo 54, comma 3, lettere c) e d);
    41) decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2: articolo 20, comma 8, fermo quanto previsto dall'articolo 15, comma 4, del decreto legislativo 20 marzo 2010, n. 53;
    42) legge 18 giugno 2009, n. 69: articolo 46, comma 24, limitatamente alle parole: "amministrativi e";
    43) legge 23 luglio 2009, n. 99: articoli 41; 53, comma 2.
    Ultimo aggiornamento Venerdì 08 Aprile 2011 09:07
     

    Espropriazione immobiliare della casa coniugale in comunione legale nel pieno "rispetto (economico)" del coniuge non debitore.

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    REPUBBLICA ITALIANA

     

    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

     

    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

     

    SEZIONE TERZA CIVILE

     

    Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

     

    Dott. AMBROSIO Annamaria - Presidente -

     

    Dott. FRASCA Raffaele - Consigliere -

     

    Dott. DE STEFANO Franco - rel. Consigliere -

     

    Dott. RUBINO Lina - Consigliere -

     

    Dott. BARRECA Giuseppina Luciana - Consigliere -

     

    ha pronunciato la seguente:

     

    SENTENZA

     

    sul ricorso 10356/2014 proposto da:

     

    S.L. ((OMISSIS)) e P.C. ((OMISSIS)), elettivamente ora domiciliati in ROMA, VIA PILO ALBERTELLI 1, presso lo studio dell'avvocato L. C., rappresentati e difesi dall'avvocato S. S., giusta procura speciale in calce al ricorso;

     

    - ricorrenti -

     

    contro

     

    I. SPA, quale mandataria di C. F. SPA, a sua volta cessionaria del credito per cui si agisce in via esecutiva, in persona del dott. B.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BRESSANONE 3, presso lo studio dell'avvocato MARIA LUISA CASOTTI CANTATORE, rappresentata e difesa dagli avvocati P. F., L. F., M. F., in virtù di procura speciale in calce al controricorso;

     

    - controricorrente -

     

    e contro

     

    BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA; BANCA DI CREDITO SARDO SPA;

     

    - intimate -

     

    avverso la sentenza n. 674/2013 della CORTE DI APPELLO DI CAGLIARI, emessa il 28/06/2013, depositata il 06/11/2013, R.G.N. 439/2003;

     

    udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/1/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCO DE STEFANO;

     

    udito l'Avvocato S. S.;

     

    udito l'Avvocato M. L. C. C. per delega;

     

    udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUZIO Riccardo, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

     

    Svolgimento del processo

     

    1. - Con atto del 7.12.2000 S.L. propose opposizione di terzo, ex art. 619 c.p.c., avverso la procedura esecutiva immobiliare N. 72/1987 R.G.E., pendente dinanzi al Tribunale di Cagliari ad istanza di B.N.L. nei confronti del proprio consorte, P. C., deducendo l'illegittimità della vendita di un immobile sito nel Comune di Monserrato, di mq. 445, con entrostante fabbricato composto da due elevazioni f.t., in catasto riportato al f. 26, part. 1210, vendita tenutasi il 5.10.1995 e finalmente realizzata con decreto di trasferimento del 12.1.1996 in favore di C. M., e ciò in quanto lesiva dei suoi diritti dominicali afferenti alla sua quota parte, pari ad 1/4 indiviso dell'immobile medesimo, in comunione legale (per la complessiva metà) con il marito.

     

    Il Tribunale di Cagliari, con sentenza del 14.11/6.12.2002, respinse l'opposizione, in quanto in parte inammissibile ai sensi dell'art. 620 c.p.c., ed in parte infondata, ai sensi dell'art. 2921 c.c..

     

    La Corte d'appello di Cagliari, adita dalla S. e dinanzi alla quale il P. era intervenuto aderendo alle doglianze della propria moglie, rigettò l'appello con sentenza del 6.11.2013, condannando l'appellante alla rifusione delle spese di lite sia in favore della B.N.L. che dell'I. (creditori costituiti, contumace essendo rimasta la Banca di Credito Sardo) e compensandole tra la S. e l'esecutato.

     

    S.L. e P.C. propongono oggi ricorso per cassazione, affidato a sette motivi.

     

    Resiste con controricorso l'I. spa, nella qualità di mandataria di C. F. srl, a sua volta cessionaria delle ragioni di credito per cui si procede.

     

    Con ordinanza interlocutoria n. 22647 del 5 novembre 2015 rigettata un'istanza di ricusazione del relatore e di diversi consiglieri, anche non componenti del Collegio giudicante della precedente udienza 20.10.15, per la successiva pubblica udienza del 21.1.16, i ricorrenti, anticipatala a mezzo fax il 16 gennaio, spediscono per posta ulteriore memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

     

    Motivi della decisione

     

    2. - Va, in via preliminare, esaminata la memoria dei ricorrenti pervenuta in originale (come da annotazione della cancelleria) alle 12.50 del 18.1.16, dopo essere stata spedita a mezzo fax il 16.1.16 e a mezzo posta il 14.1.16: memoria con la quale, tra l'altro, sono riproposte istanze in rito e di merito già sollevate nei precedenti scritti, alcune delle prime delle quali pure in parte già esaminate con la richiamata ordinanza interlocutoria.

     

    Tale memoria è inammissibile.

     

    Allo stato della vigente legislazione processuale, nel giudizio di legittimità soltanto il ricorso e il controricorso, già notificati, possono essere acquisiti agli atti del fascicolo di ufficio anche mediante spedizione a mezzo posta, in forza dell'art. 134 disp. att. c.p.c., comma 5; mentre è inammissibile la memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c. la quale, benchè spedita a mezzo posta in tempo utile, sia pervenuta oltre il quinto giorno antecedente l'udienza di discussione, quand'anche anticipata a mezzo telefax (Cass., ord. 16 ottobre 2009, n. 22033; Cass. 18 novembre 2013, n. 25812; principio esteso alla memoria dell'art. 380-bis c.p.c. da Cass., ord. 20 ottobre 2014, n. 22201) e perfino se contenga in tal caso un'istanza di ricusazione (in tali espressi termini, v. Cass., ord. 24 novembre 2014, n. 24934), comunque pervenga materialmente in cancelleria per essere formalmente acquisita agli atti del fascicolo di ufficio.

     

    Nella parte in cui la memoria in apparenza illustra le tesi già svolte, quindi, è inammissibile perchè la memoria è stata ritualmente depositata in cancelleria tardivamente.

     

    Nella parte in cui la memoria sembrerebbe dispiegare nuova ricusazione, a quanto è dato capire per le ragioni non esaminate dalla già resa ordinanza sulla precedente istanza di ricusazione di uno dei componenti dell'odierno Collegio, nonchè muovere altri ordini di doglianza, invece essa è inammissibile perchè comunque la spedizione a mezzo fax ed a mezzo posta non è tra i mezzi consentiti dal capoverso dell'art. 52 c.p.c.; questa norma tuttora espressamente impone che il ricorso con l'istanza di ricusazione sia depositato in cancelleria, mentre, per quanto già accennato e compiutamente sviluppato nei precedenti già richiamati, la spedizione a mezzo posta di atti di parte in cancelleria è limitata, allo stato della normativa vigente ed applicabile al giudizio di legittimità, al ricorso ed al controricorso, restando quella con altri mezzi limitata alle comunicazioni da parte delle cancellerie ed alle notificazioni tra difensori.

     

    Nè può ammettersi, allo stato e per tali ricorsi, alcuna altra forma di deposito e quindi attenuarsi il rigore formale delle previsioni codicistiche originarie, essendo evidentemente funzionale la relativa solennità della forma a rimarcare l'estrema severità delle conseguenze sul regolare ed ordinato sviluppo del procedimento, nonchè la gravità delle motivazioni che devono indurre a respingere il postulato dell'imparzialità del giudice chiamato ad occuparsi della causa: e tanto nel superiore interesse a scongiurare l'uso strumentale o improprio di istanze di ricusazione, che non sarebbe mai consentito - non comportando il diritto ad un giudice imparziale il diritto della parte di insultare, vilipendere o tentare di intimidire il giudice che in occasioni simili o analoghe le avrebbe dato torto (Cass., ord. 24 novembre 2014, n. 24934) - per le considerazioni già ampiamente svolte da Cass. Sez. Un., ord. 22 luglio 2014, n. 16627, alle quali può qui farsi integrale riferimento.

     

    La rilevata inammissibilità della memoria in esame comporta l'irrilevanza, ai fini del decidere, di qualunque istanza a contenuto processuale ivi formulata, compresa quindi non solo la proposizione di eccezioni di illegittimità costituzionale o di contrarietà a normative sovranazionali di vario rango, ma anche la pretesa reiterazione della ricusazione di uno dei componenti dell'odierno Collegio.

     

    Peraltro, il tenore letterale delle espressioni adoperate dal P., dalla S. e dal loro difensore è di tale serietà e gravità da imporre la trasmissione, con separato provvedimento, della medesima memoria tardiva al P.G. in sede, per quanto di sua competenza ed anche ai sensi dell'art. 331 c.p.p., comma 4.

     

    Può allora ed infine passarsi alla disamina del ricorso.

     

    3. - Questi i motivi di doglianza dei ricorrenti.

     

    3.1. Con il primo motivo di ricorso, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., n. 4 per violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. e dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4. Nullità della pronuncia", S.L. e P.C. censurano la sentenza impugnata nella parte in cui afferma che l'inesistenza del pignoramento eccepita dagli odierni ricorrenti, per il fatto che esso ha avuto ad oggetto anche la quota di spettanza esclusiva della stessa S., "è assunto che non ha alcun fondamento nelle disposizioni normative che regolano la materia e deve pertanto essere assolutamente disatteso". I ricorrenti, quindi, passano a riprodurre le pagine da 11 a 14 della comparsa conclusionale in grado d'appello da loro depositata il 12.2.13 e le pagine da 1 a 6 della memoria di replica del 4.3.13, per concludere che, su tutto quanto esposto, la Corte d'Appello di Cagliari "nulla ha detto, incorrendo, quindi, nei vizi in rubrica, con nullità della pronuncia".

     

    3.2. Con il secondo motivo, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., a) per violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., comma 6., art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 in correlazione con gli artt. 189 - 177 c.c., artt. 498, 599, 600 e 601 c.p.c.. b) n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti", S.L. e P.C. censurano quella stessa parte della sentenza impugnata in quanto comunque erronea, giacche nella sostanza immotivata e apodittica, oltre che essa stessa contraria alle disposizioni che regolano la materia, in quanto il pignoramento eseguito in danno del P. era comunque nullo perchè non identificava correttamente il bene; la regola di cui all'art. 189 c.c. non consente di aggredire il bene in comunione legale come bene appartenente per l'intero al debitore; non rientra tra i poteri del giudice dell'esecuzione quello di vendere come bene di esclusiva proprietà un bene della comunione legale, con conseguente inesistenza del relativo provvedimento; lo stesso giudice non può disporre la vendita in assenza dell'avviso ex art. 599 c.p.c.; infine, non può procedersi alla vendita dell'intero, ai sensi degli artt. 600 e 601 c.p.c., se il bene risulta divisibile.

     

    Sotto altro profilo, proseguono i ricorrenti, i vizi di nullità e di inesistenza giuridica devono essere rilevati d'ufficio, contrariamente a quanto effettuato dalla Corte d'Appello di Cagliari, sebbene sollecitata sul punto.

     

    3.3. Con il terzo motivo, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione e falsa applicazione dell'art. 619 c.p.c., artt. 189 - 177 c.c., artt. 1483 - 1484 c.c.", S.L. e P.C. censurano la sentenza d'appello nella parte in cui afferma che nel giudizio ex art. 619 c.p.c. il terzo è legittimato a far valere esclusivamente il proprio diritto reale, ma non già pretese illegittimità della procedura esecutiva, compresi i vizi del pignoramento, giungendo quindi a ritenere di non doversi soffermare sulla rivisitazione del procedimento esecutivo di cui agli atti di causa dell'appellante e di P.C.. Sostengono al contrario i ricorrenti che la S. si è limitata ad eccepire l'illegittimità del pignoramento nella misura in cui incideva sulla sua sfera giuridica, ossia perchè aggrediva il bene in questione come appartenente per l'intero al proprio marito, senza eccepire alcun vizio della procedura.

     

    3.4. Con il quarto motivo, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., n. 4, a) per violazione e falsa applicazione degli artt. 619 - 620 c.p.c., art. 2921 c.c., artt. 2643 c.c. e segg., nonchè del costante orientamento in materia della Corte intestata, addirittura citato in sentenza. Per violazione e falsa applicazione degli artt. 1421, 112 - 156 - 157, 102 c.p.c., e dei principi generali in materia di nullità degli atti anche giurisdizionali", i ricorrenti censurano la gravata sentenza laddove essa, nelle pagine da 8 a 13, trascritte, si sofferma sulle condizioni di proponibilità dell'opposizione di terzo, giungendo a negarne la sussistenza nel caso di specie, dal momento che la vendita era stata finalmente eseguita con decreto di trasferimento del 12.1.96 in favore di C.M., mentre la S. aveva proposto l'opposizione ex art. 619 c.p.c. con ricorso del 6-7.12.00, ossia dopo quasi cinque anni. Sostengono i ricorrenti che, contrariamente a quanto opinato dalla Corte di merito, la necessità che l'opposizione di terzo sia proposta prima che venga eseguita la vendita attiene alla sola espropriazione mobiliare, correlata com'è alla traditio, rispetto a quanto previsto invece circa il regime traslativo dei beni immobili. Erroneamente, quindi, il giudice d'appello avrebbe richiamato il precedente di Cass. n. 19761/12, non cogliendone, anzi, "violandone" il contenuto reale, dal cui apprezzamento deriva la piena proponibilità dell'opposizione anche in epoca successiva all'emissione del decreto di trasferimento, ove si tratti appunto di beni immobili. La Corte d'appello, proseguono i ricorrenti, ha ritenuto di non poter seguire l'insegnamento richiamato perchè non era stata evocata in giudizio, nella specie, l'acquirente C.M., ma anche in questo errando, poichè - dovendo qualificarsi l'opposizione come domanda di rivendica - si imponeva l'integrazione del contraddittorio nei confronti di questa quale litisconsorte necessario.

     

    3.5. Con il quinto motivo, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione e falsa applicazione degli artt. 619 e 498 c.p.p. (rectius, c.p.c.), in relazione agli artt. 189 - 177 c.c.", i ricorrenti censurano la gravata sentenza nella parte in cui essa, a p. 13, afferma che la vendita del cespite in questione, in quanto comprensiva anche della quota del P., non è nulla, bensì solo inopponibile alla S.. Al contrario, sostengono i ricorrenti, la vendita ha riguardato l'intero bene come se fosse di proprietà del solo P., e quindi il trasferimento alla C. non è soltanto inopponibile alla S., ma anche intrinsecamente nullo per nullità/inesistenza giuridica del pignoramento.

     

    3.6. Con il sesto motivo, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., n. 4 per violazione e falsa applicazione degli artt. 189 - 177 c.c., dell'art. 600 c.p.c. in relazione anche agli artt. 529 - 530 c.p.c.", S.L. e P.C. censurano l'argomentazione della sentenza d'appello a p. 14, "sulla nullità della vendita 5/10/1995 eccepita dal P.", laddove essa per completezza richiama l'insegnamento di Cass. n. 6575/13 circa la necessità che il bene in comunione legale, trattandosi di comunione senza quote, abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non solo pro quota, sicchè il terzo comproprietario in comunione ha diritto "alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso o del valore di questo, in caso di assegnazione". Sostengono i ricorrenti come la Corte abbia omesso di affrontare alcuni problemi al riguardo, ed in particolare quello "della compatibilità della mera corresponsione di somma in denaro con il diritto, comunque, alla procedura di evizione"; quello della priorità del diritto di evitare, per il comproprietario non debitore, la vendita dell'intero bene; quello di evitare, nel caso di ritenuta non divisibilità, il meccanismo dei ribassi d'asta almeno per la quota di pertinenza del comproprietario non debitore; la applicabilità del versamento del corrispondente monetario solo se il comproprietario vi concordi.

     

    3.7. Con il settimo motivo, infine, deducendo vizi "ex art. 360 c.p.c., n. 4 per violazione e falsa applicazione dei principi di diritto comunitario", S.L. e P.C. censurano l'omessa rimessione degli atti alla Corte di Giustizia ai sensi dell'art. 234, u.c., del Trattato istitutivo della Comunità Europea (rectius, adesso, art. 267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea), stante la ritenuta plateale incompatibilità del diritto interno con quello comunitario, nella parte in cui consente che il comproprietario non debitore debba subire l'espropriazione del bene senza adeguato riconoscimento del proprio diritto, e per altro verso che debba "accontentarsi" di una parte del prezzo ricavato, anzichè vedere fatta salva la sua quota in natura.

     

    4. - In via assolutamente preliminare, va rilevato che P. C., quale debitore esecutato nella procedura N. 72/87 R.G.E. avviata dinanzi al Tribunale di Cagliari, è litisconsorte necessario nel procedimento ex art. 619 c.p.c. (ex multis, Cass. 21 luglio 2000, n. 9645), giacchè la sentenza che tale giudizio definisce dev'essere resa anche nei suoi confronti, a pena di nullità. Il ricorso per cassazione da lui proposto unitamente alla propria moglie, ossia la terza opponente S.L., poichè ne sposa integralmente le ragioni (il che è avvenuto, come emerge dalla sentenza impugnata, fin dal primo grado del giudizio), deve quindi intendersi come adesivo dipendente, sicchè egli non è legittimato a far valere, in proprio, doglianze spettanti unicamente all'opponente, nè può pretendere, come meglio si dirà infra, di introdurre nel presente giudizio domande e questioni che avrebbe dovuto autonomamente proporre, in seno alla procedura esecutiva, ai sensi dell'art. 617 c.p.c., oltretutto entro i rigorosi termini decadenziali da tale norma previsti.

     

    5. - Ciò posto, sempre in via preliminare va affrontato il problema dell'integrità del contraddittorio fin dal primo grado.

     

    Sul punto, è ben vero che l'aggiudicataria dell'immobile, trasferito nel prosieguo del processo esecutivo immobiliare i cui atti introduttivi sono oggetto di contestazione, non ha mai preso parte al presente giudizio.

     

    E tuttavia tale mancata partecipazione dipende, con tutta evidenza, dalla consapevole e reiterata scelta processuale della medesima opponente originaria (se non pure del debitore intervenuto in appello), di impostare l'azione come opposizione di terzo all'esecuzione, insistendo nel qualificarla ammissibile anche dopo la vendita del bene, nonostante la lettera della norma codicistica: in quanto tale, cioè in quanto opposizione di terzo ad esecuzione, non è insostenibile che l'azione allora non vada proposta contro nessun altro che non sia già parte del processo esecutivo fino ad un tempo immediatamente precedente la vendita e quindi contro nessun altro che debitore e creditori, proprio perchè la fattispecie processuale è data per l'ipotesi in cui la vendita non ha avuto ancora luogo.

     

    La solo apparente pretermissione dell'aggiudicataria dipende così esclusivamente dalla qualificazione dell'azione, costantemente sostenuta prima soltanto dall'opponente e poi pure dall'interventore;

     

    la quale qualificazione condiziona la verifica della pienezza e ritualità del contraddittorio, determinandone l'esito positivo anche in questa sede.

     

    Per avere la S. impostato l'azione come opposizione di terzo ad esecuzione e per essere questa data - ma, ben significativamente, proprio prima della vendita - solo nei confronti di debitore e creditori perchè presumibili uniche controparti prima della vendita, allora, il contraddittorio è stato ab origine integro.

     

    6. - Prima dell'analitica disamina del merito dei motivi di ricorso, rileva il Collegio che la fattispecie si incentra sulla pretesa illegittimità del pignoramento in quanto riferito ad un bene almeno in parte ricadente nella comunione legale tra i coniugi P.- S..

     

    6.1. In ordine a tale fattispecie la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 14 marzo 2013, n. 6575) ha già concluso per la necessità e la contemporanea legittimità, in un contesto in cui è costante la qualificazione di quella comunione come comunione senza quote o a mani riunite, dell'aggressione esecutiva di ognuno dei beni di essa facente parte, esclusivamente nella sua interezza e non per una inesistente quota della metà, salvo il diritto del coniuge non debitore a percepire, in sede di distribuzione del ricavato, la metà del ricavato (al lordo delle spese di procedura) della vendita del bene.

     

    Ed è pure stato specificato che il coniuge non debitore, che la precedente giurisprudenza di questa Corte di legittimità, senza affrontare però ex professo il problema, abilitava a proporre le opposizioni agli atti esecutivi o perfino di terzo, potrà certo esperirle: ma, quanto all'opposizione di terzo, non potrà con essa pretendere di escludere dall'espropriazione una quota del bene in natura, che non gli spetta e di cui - fino allo scioglimento della comunione, anche solo limitatamente a quel bene e dovuto alla conclusione del procedimento espropriativo che lo aveva ad oggetto - non è titolare, ma, ad esempio, fare valere la proprietà esclusiva del bene staggito, per sua estraneità alla comunione; oppure, con opposizione ad esecuzione, far valere la non sussidiarietà del bene in comunione, per la presenza di beni personali del coniuge debitore utilmente aggredibili per il soddisfacimento del credito personale verso quest'ultimo; oppure ancora, con opposizione agli atti esecutivi, fare valere le nullità di quelli, fra questi, che comportino la violazione o la limitazione del suo diritto alla metà del controvalore del bene, come pure quelli che incidano sulla pienezza di quest'ultimo, se relativi alle operazioni di vendita o assegnazione.

     

    6.2. Da tale principio questa Corte ha già ricavato la conclusione dell'impraticabilità di una opposizione di terzo all'esecuzione per pretendere di escludere dall'espropriazione una quota del bene (Cass. 29 maggio 2015, n. 11175); e tale principio può allora oggi, da un lato, integrarsi con la puntualizzazione dell'insussistenza di un interesse del coniuge debitore a dedurre l'appartenenza del bene alla comunione legale, poichè di regola non ha l'esecutato a dolersi dell'appartenenza del bene staggito ad altri od anche solo in parte ad altri, nonchè, dall'altro lato, ulteriormente specificarsi con il rilievo della non legittimazione del coniuge non debitore a rivendicare alcunchè, se non sotto forma della metà (lorda, non potendo farglisi carico anche delle spese di una liquidazione che già ha luogo contro la sua volontà) del solo controvalore del bene all'atto della distribuzione e quindi come oggetto di un'autentica controversia distributiva (ai sensi dell'art. 512 c.p.c.), ma senza mai il potere di paralizzare o inficiare gli atti di disposizione del bene compiuti durante il processo di espropriazione.

     

    6.3. Nè può, in particolare, convenirsi con quell'accorta dottrina che ha ritenuto regolabile la fattispecie ai sensi degli artt. 602 c.p.c. e ss.: a tanto osta la premessa, di continuo ribadita nella giurisprudenza di questa Corte (oltre le pronunce già sommariamente richiamate da Cass. 6575/13, v. pure: Cass. 18 settembre 2014, n. 19689; Cass. 16 luglio 2014, n. 16273; Cass. 19 febbraio 2014, n. 3931; Cass. 26 luglio 2013, n. 18123; Cass. 30 gennaio 2013, n. 2202), della configurazione della comunione legale come "senza quote" e, quindi, l'impossibilità di ricostruire il coniuge non debitore come proprietario esclusivo di una parte, anche solo ideale, del bene da aggredire esecutivamente.

     

    Tale singolare situazione preclude pure, come già rilevato nella citata Cass. n. 6575/13, la stessa configurabilità di una quota e, quindi, l'applicabilità del meccanismo processuale degli artt. 599 a 601 c.p.c., attesa la singolare peculiarità del tipo di contitolarità, in capo a ciascun coniuge, sul bene staggito.

     

    E deve confermarsi che la soluzione prescelta da Cass. 6575/13 continua ad apparire, finchè almeno non riterrà di intervenire il legislatore, la meno incoerente con il sistema, tutelando - mediante la notificazione al coniuge non debitore del pignoramento (ma non potendosi escludere l'efficacia di un qualsiasi atto ad esso equipollente), poichè anche lui, pur non essendovi formalmente assoggettato, risente direttamente degli effetti dell'espropriazione in concreto posta in essere, con diritti e doveri identici a quelli del coniuge debitore esecutato (per debito suo personale o proprio) - almeno il suo diritto a non vedere uscire dalla comunione legale (effetto inevitabile della vendita, a sua volta ineliminabile nell'attuale regime dell'art. 600 c.p.c. per l'impossibilità di vendere una quota che non esiste, così oltretutto inserendovi un estraneo al rapporto di coniugio) un bene, senza percepire quanto meno il controvalore lordo di esso (salve le regole di attribuzione di cui agli artt. 195 c.c. e ss.), in adeguato contemperamento della tutela dei creditori del coniuge debitore e della natura peculiare della sua contitolarità di diritti sui beni aggredibili.

     

    6.4. Sulla base di questa premessa ed entro tali limiti, già potrebbe concludersi per l'infondatezza dei motivi di ricorso originari, se complessivamente considerati da quest'angolo visuale;

     

    ma ad analoga conclusione si giunge egualmente all'esito di una analitica loro disamina.

     

    7. - A cominciare - infatti - dal primo motivo, del quale la controricorrente invoca l'inammissibilità per non essere stata specificata nell'originario ricorso in opposizione e comunque per essere preclusa al terzo opponente, va rilevato che esso è comunque inammissibile.

     

    E' noto il consolidato principio (Cass. 4 luglio 2014, n. 15367; v.anche Cass. 19 marzo 2007, n. 6361) secondo cui "Affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell'art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un'eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall'altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l'indicazione specifica, altresì, dell'atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l'una o l'altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primis, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un'ipotesi di error in procedendo per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del fatto processuale, detto vizio, non essendo rilevabile d'ufficio, comporta pur sempre che il potere- dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all'adempimento da parte del ricorrente - per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l'altro, il rinvio per relationem agli atti della fase di merito - dell'onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi".

     

    Orbene, nella specie i ricorrenti, dopo aver individuato il passaggio motivazionale con cui la Corte d'appello di Cagliari negava in radice la stessa prospettabilità di una inesistenza giuridica del pignoramento, per il solo fatto che esso avesse attinto anche la quota del comproprietario non debitore (v. supra, par. 1.1), si limitano a riportare testualmente alcune pagine della comparsa conclusionale e della memoria di replica in appello, omettendo del tutto di indicare quando le specifiche domande ed eccezioni (non analiticamente indicate) siano state introdotte nel giudizio.

     

    Tuttavia, è fin troppo evidente che non può far fede, a tal fine, il contenuto dei predetti atti, aventi funzione meramente illustrativa delle domande ed eccezioni ritualmente proposte nel corso del giudizio medesimo.

     

    Sotto diverso ma concorrente profilo, è poi sintomatico che dall'esame del ricorso - le pretese domande ed eccezioni oggetto di omessa pronuncia, così come identificate dai ricorrenti, in alcun modo siano ricollegabili ai motivi d'appello spiegati dalla S. con l'atto del 7.7.03, non essendovi traccia del contenuto di questi ultimi nel ricorso medesimo; è così di intuitiva evidenza che, dovendo essere dotati i motivi d'appello del carattere di specificità, secondo il disposto dell'art. 342 c.p.c. (quand'anche nel testo applicabile ratione temporis), la loro mancata indicazione nel ricorso per cassazione, in uno con la generica indicazione delle domande ed eccezioni che la Corte d'appello avrebbe pretermesso, non può che comportare la necessità di accedere agli atti processuali al fine di individuare compiutamente i profili identificativi dei primi e valutare quindi la ritualità di queste ultime: ciò che però non è consentito alla Corte, come s'è detto, ove il ricorso non risponda ai requisiti di autosufficienza, come quello degli odierni ricorrenti, almeno riguardo al motivo in esame.

     

    8. - I motivi secondo, terzo e quinto possono essere esaminati congiuntamente, in quanto evidentemente connessi.

     

    8.1. Essi attengono, sotto plurimi ma convergenti profili, al preteso mancato rilievo, da parte della Corte isolana, dei vizi dell'atto di pignoramento in ordine all'erronea identificazione del bene e alla consistenza aggredita, e ancora dei vizi del procedimento in ordine alla partecipazione del comproprietario non debitore e alla divisibilità del cespite, e nella conseguente nullità/inesistenza del pignoramento, sicchè il trasferimento a C.M. dovrebbe dirsi non già meramente inopponibile in parte qua, ma radicalmente nullo e improduttivo di effetti.

     

    8.2. La controricorrente sostiene la preclusione, per la terza opponente, di contestazioni circa vizi della procedura e comunque riproduce, in controricorso, il provvedimento conclusivo con cui il giudice dell'esecuzione ha attribuito anche alla S. la quota del ricavato della vendita corrispondente alla misura del suo diritto sul bene venduto. Quanto al quinto motivo, concorda poi con la corte territoriale sull'inammissibilità della censura, siccome non specificata nell'originario ricorso in opposizione e comunque preclusa al terzo opponente.

     

    8.3. I motivi qui congiuntamente esaminati - in disparte i profili di inammissibilità, risolvendosi essi nella denuncia di pretesi "errores in procedendo" e non parendo neppure in tal caso rispettato il requisito dell'art. 366 c.p.c., n. 6, non essendo dato comprendere, dal suo solo esame, quando tali specifiche questioni siano state introdotte nel giudizio e come ne sia stato investito (in relazione al decisum del tribunale cagliaritano) il giudice d'appello; non senza dire che, comunque, essi si basano su atti e documenti contenuti nel fascicolo d'ufficio dell'esecuzione, della cui produzione anche in copia i ricorrenti si limitano però a far riserva, "ove occorra" (v. ricorso, p. 33) - sono comunque infondati e vanno disattesi.

     

    Come osservato dalla Corte d'appello (p. 7 della sentenza), il thema decidendum della presente controversia va individuato nell'opposizione di terzo ex art. 619 c.p.c. spiegata da S. L., con cui ella chiese dichiararsi la nullità della vendita disposta in favore di C.M., in quanto comproprietaria del bene venduto.

     

    Correttamente, però, la Corte cagliaritana ha escluso che l'opponente fosse legittimato a sollevare, in seno al giudizio ex art. 619 c.p.c., ogni doglianza in ordine alla legittimità della procedura e dei singoli atti che la integrano, richiamando pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità (Cass. 12 agosto 2000, n. 10810; Cass. 16 febbraio 1998, n. 1627, Cass. 21 agosto 1992, n. 9740; in senso conforme, più recentemente, Cass. 7 aprile 2009, n. 8397).

     

    E poichè i motivi in esame sono integralmente incentrati sui pretesi vizi della procedura, è di tutta evidenza come le censure mosse alla sentenza gravata non siano meritevoli di accoglimento.

     

    9. - Il quarto motivo attiene, come visto (v. supra, par. 1.4), alle condizioni di proponibilità dell'opposizione di terzo all'esecuzione.

     

    Ai sensi dell'art. 619 c.p.c., comma 1, "il terzo che pretende avere la proprietà o altro diritto reale sui beni pignorati può proporre opposizione con ricorso al giudice dell'esecuzione, prima che sia disposta le vendita o l'assegnazione dei beni". Il successivo art. 620, rubricato "opposizione tardiva", stabilisce che "se in seguito all'opposizione il giudice non sospende la vendita dei beni mobili o se l'opposizione è proposta dopo la vendita stessa, i diritti del terzo si fanno valere sulla somma ricavata".

     

    Anche stavolta la controricorrente deduce l'inammissibilità della censura, siccome non specificata nell'originario ricorso in opposizione e comunque preclusa al terzo opponente.

     

    9.1. In proposito, con la sentenza gravata, dopo aver evidenziato come fatto pacifico che l'immobile per cui è causa venne pignorato in danno di P.C. per l'intero, e che esso fu trasferito a C.M. con decreto del 12.1.96, la Corte cagliaritana ha dichiarato l'improponibilità dell'opposizione della S. in quanto proposta quasi cinque anni dopo, con atto del 67.12.00, e quindi ben oltre il termine di cui all'art. 619 c.p.c., comma 1.

    Nell'iter motivazionale, la Corte d'appello nega l'affermata tempestività dell'opposizione da parte degli odierni ricorrenti, sul loro rilievo dell'applicabilità del disposto dell'art. 620 c.p.c. alla sola esecuzione mobiliare, osservando al contrario che quando l'azione esecutiva colpisce un bene di soggetto diverso dal debitore esecutato, il terzo ha il diritto di proporre l'opposizione ex art. 619 c.p.c., ma solo prima che il bene sia assegnato o venduto;

    qualora reagisca solo in epoca successiva, egli ha la possibilità di rivalersi o sul prezzo ricavato, ovvero di rivendicare il bene nei confronti dell'aggiudicatario, come si evince dal disposto dell'art. 2921 c.c..

    Viene poi riportata la motivazione di Cass. 13 novembre 2012, n. 19761 (che, affrontando funditus il tema in parola, ha affermato il seguente principio di diritto: "pienamente ammissibile è l'azione, quand'anche qualificata opposizione ai sensi dell'art. 619 c.p.c., che il terzo estraneo alla procedura esecutiva immobiliare abbia dispiegato, anche in tempo successivo all'aggiudicazione od al decreto di trasferimento, per fare prevalere il proprio diritto reale immobiliare nei confronti del debitore originario, del creditore procedente e degli eventuali aggiudicatari del bene oggetto del suo diritto: atteggiandosi tale azione, benchè non più idonea ad incidere utilmente sul corso della procedura esecutiva, come rivendicazione, con efficacia di giudicato, del bene immobile pignorato ed aggiudicato nei confronti del debitore o degli eventuali aggiudicatari"), per inferirne come nella specie possa escludersi che la S. avesse proposto una domanda di rivendicazione nei confronti dell'aggiudicataria, neanche evocata in giudizio, "essendosi essa limitata ad affermare la nullità della vendita quale conseguenza dell'assoggettamento a vincolo pignoratizio di un bene del quale ella è comproprietaria, assoggettamento al quale ella, per l'espressa disposizione normativa di cui all'art. 619 c.p.c., così come anche affermato nell'arresto giurisprudenziale sopra riportato, poteva e doveva opporsi prima della vendita e dell'aggiudicazione" (così la sentenza impugnata, p. 13).

    La Corte di merito, quindi, rileva conclusivamente come la circostanza che la S. sia proprietaria della quota di un quarto dell'immobile in discorso (questione che pure accerta) non implica affatto l'inesistenza del pignoramento, come dalla stessa opponente sempre sostenuto, sibbene la mera inopponibilità nei suoi confronti del trasferimento coattivo disposto in favore di C.M., nei confronti della quale le ragioni della stessa S. devono essere ritualmente veicolate, dovendo escludersi, come anticipato, che ciò sia avvenuto nel presente giudizio.

    In proposito, i ricorrenti censurano il ragionamento della Corte isolana, affermando che la domanda della S., avendo come finalità quella di accertare il suo diritto sul bene e di riaverlo per sè (e non già di soddisfarsi sul prezzo), trattandosi di vera e propria rivendicazione, era pienamente proponibile anche dopo la vendita e che la circostanza della mancata evocazione in giudizio dell'aggiudicataria avrebbe dovuto comportare, quale unica conseguenza, l'integrazione del contraddittorio ex art. 102 c.p.c., non incidendo quindi sulla qualificazione della domanda.

    9.2. La controricorrente argomenta per l'applicazione dell'art. 619 c.p.c. alle sole esecuzioni mobiliari e per la non configurabilità, nella specie, di una azione di rivendicazione.

    9.3. Il motivo è infondato.

     

    La citata Cass. n. 19761/12, i cui argomenti sul punto - che il Collegio condivide integralmente - sono riportati nella sentenza impugnata, e i cui snodi concorrono ad integrare, quindi, la ratio decidendi di quest'ultima, ha nella sostanza affermato che la disciplina di cui all'art. 620 c.p.c., che regola l'opposizione tardiva, si attaglia alla sola espropriazione mobiliare, giacchè i diritti vantati su beni immobili dai terzi estranei all'esecuzione trovano comunque tutela nel complesso delle regole che governano i trasferimenti immobiliari. Ove dunque il terzo, che affermi la titolarità di un diritto reale sul bene immobile pignorato (diritto evidentemente obliterato dal creditore pignorante), abbia spiegato opposizione ex art. 619 c.p.c. in epoca successiva alla vendita, "altro scopo non potrebbe avere l'opponente che porre nel nulla gli atti di disposizione del bene immobile rivendicato e quindi in modo del tutto legittimo (conforme all'esigenza di tutelare il proprio diritto) l'opponente medesimo potrà conseguire l'effetto - ben più ampio rispetto a quello di fare valere i suoi diritti sul prezzo ricavato... - di rivendicare, nei confronti proprio dei soggetti della procedura, il proprio diritto reale immobiliare, con vanificazione della disposizione del bene operata nel corso della procedura esecutiva; e potrà scegliere di farlo invocando un accertamento non meramente incidentale; 6.1.5. nessuna limitazione al diritto di agire a tutela del diritto reale immobiliare del terzo estraneo alla procedura si rinviene infatti dalla disciplina degli artt. 619 e 620 c.p.c.: tali norme precludono soltanto - e del tutto coerentemente con la finalità della procedura esecutiva e delle sue parentesi cognitive - la possibilità di influire sul corso di questa e su alcuni suoi peculiari e specifici atti, quali l'aggiudicazione e la vendita o l'assegnazione, cioè sulla formale sostituzione nella titolarità del bene dell'apparente debitore con un soggetto originariamente estraneo alla procedura; 6.1.6. non vi è però nè modo, nè ragione di impedire al titolare di un diritto reale immobiliare di agire a tutela di esso anche in caso di persistente pendenza della procedura esecutiva, al fine di fare accertare - e, a seconda dei casi, verosimilmente con efficacia di giudicato - l'eventuale prevalenza del suo diritto su quello del debitore originario, a sua volta oggetto del coattivo trasferimento in cui ogni vendita - od assegnazione - si sostanzia" (così il più volte citato precedente di legittimità, in motivazione).

    9.4. Come già evidenziato, la Corte di merito ha escluso potersi riscontrare, nella specie, gli estremi dell'azione di rivendica, in quanto la S. s'è per un verso limitata a predicare la nullità della vendita forzata a cagione dell'assoggettamento a vincolo (anche) della quota di sua proprietà, e dall'altro ha deliberatamente omesso di evocare in giudizio l'aggiudicataria.

    Ora, con orientamento consolidato, la giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che "l'interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito, il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non è censurabile in sede di legittimità quando sia motivato in maniera congrua ed adeguata, avendo riguardo all'intero contesto dell'atto, senza che ne risulti alterato il senso letterale e tenendo conto della sua formulazione letterale nonchè del contenuto sostanziale, in relazione alle finalità che la parte intende perseguire, senza essere condizionato al riguardo dalla formula adottata dalla parte stessa" (per tutte, in tal senso, Cass. 26 giugno 2007, n. 14751; più recentemente, con specifico riferimento all'atto di intervento nel processo esecutivo, Cass. 6 maggio 2015, n. 9011).

    In quest'ottica, "nell'indagine diretta all'individuazione e qualificazione della domanda giudiziale, il giudice di merito come di legittimità non è condizionato dalla formula adottata dalla parte, dovendo egli tener presente essenzialmente il contenuto sostanziale della pretesa, desumibile, oltre che dal tenore delle deduzioni svolte nell'atto introduttivo e nei successivi scritti difensivi, anche dallo scopo cui la parte mira con la sua richiesta" (così, Cass. 6 aprile 2006, n. 8107). Tuttavia, "quando venga denunciata, col ricorso per cassazione, la nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 112 c.p.c., assumendosi l'erronea qualificazione della domanda, il giudice di legittimità non deve limitarsi a valutare la sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investita del potere di esaminare direttamente gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda" (così la già citata Cass. 4 luglio 2014, n. 15367; in senso conforme, Cass. 4 aprile 2014, n. 8008).

    9.5. In proposito, col motivo in esame i ricorrenti paiono censurare la sentenza impugnata ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (anche) in relazione all'art. 112 c.p.c., come si ricava dalla rubrica del motivo, lamentando quindi nella sostanza una nullità processuale da erronea qualificazione della domanda da parte del giudice d'appello.

    Orbene, è noto che i criteri identificativi dell'azione di rivendica ex art. 948 c.c. vanno individuati, quanto alla causa petendi, nell'affermato diritto di proprietà, in quanto appartenente alla categoria dei diritti "autodeterminati", individuati, cioè, sulla base della sola indicazione del relativo contenuto quale rappresentato dal bene che ne forma l'oggetto (ex multis: Cass. 21 novembre 2006, n. 24702; Cass. 13 febbraio 2007, n. 3089; Cass. 5 novembre 2010, n. 22598). E, in effetti, è indubbio come la S. - a prescindere da ogni altra considerazione sul concreto atteggiarsi della sua strategia processuale - abbia sempre affermato di essere comproprietaria del bene in questione, sicchè tale allegazione è certamente sufficiente ad integrare l'elemento della causa petendi della domanda di rivendica.

    9.6. Risulta quindi decisivo esaminare il petitum dell'azione promossa dalla S., atteso che la rei vindicatio ha funzione essenzialmente recuperatoria e presuppone necessariamente che, all'atto della sua formulazione, il convenuto sia nel possesso della cosa (fra le altre, v. Cass. 14 aprile 2005, n. 7777).

    Al riguardo, l'opponente, sin dal ricorso del 6-7.12.00 (il cui esame è consentito alla Corte, quale giudice del fatto processuale - si veda la già citata v. Cass. 4 luglio 2014, n. 15367), ha chiesto dichiararsi "che il fabbricato in (OMISSIS) rientra nella comunione legale tra i coniugi P.C. e S.L.; dichiarare la nullità della vendita 5.10.1995 e di tutti gli atti conseguenti; reintegrare l'esponente nella proprietà e nel possesso della casa".

    Questo essendo il petitum dell'opposizione, sebbene l'ovvia finalità dell'azione ex art. 619 c.p.c. spiegata dopo la vendita forzata, come evidenziato da Cass. n. 19761/12, non possa che essere tesa a vanificare l'effetto della disposizione del bene operata nella procedura esecutiva, del tutto correttamente la Corte di merito ha escluso che la S. avesse inteso introdurre una domanda di rivendica. Infatti, proprio la mancata proposizione di alcuna domanda nei confronti dell'aggiudicataria, neanche evocata in giudizio, è sintomatica di un'azione affatto diversa, tesa cioè ad ottenere una mera declaratoria di illegittimità della vendita (e quindi, potrebbe dirsi, tutta interna alla procedura esecutiva). Tanto è vero che, dal tenore complessivo del ricorso introduttivo e delle conclusioni in particolare, si evince che la chiesta "reintegrazione" transita necessariamente attraverso la previa declaratoria di nullità della vendita stessa, e non già della sua inopponibilità - giacchè inidonea a prevaricare il proprio diritto dominicale - nei confronti di essa opponente.

    9.7. In ogni caso, e conclusivamente sul punto, può qui aggiungersi che - presupponendo l'azione ex art. 948 c.c. che il bene rivendicato sia nel possesso del convenuto - difetta ogni allegazione della S. circa un eventuale possesso del bene in capo a colei che (secondo gli odierni ricorrenti) sarebbe litisconsorte pretermessa, ossia l'aggiudicataria C.M., il che finisce da un lato con il corroborare il ragionamento seguito dal giudice di merito, e dall'altro con l'escludere la necessità che debba ordinarsi l'integrazione del contraddittorio nei suoi confronti, ex art. 102 c.p.c., come pure pretenderebbero anche in questa sede di legittimità i ricorrenti. E ciò tanto più che, nel giudizio di rivendica, la legittimazione passiva spetta a "chiunque di fatto possegga o detenga il bene rivendicato e sia in grado, quindi, di restituirlo" (Cass. 16 giugno 2006, n. 13973).

    10. - Il sesto e il settimo motivo, infine, non sono ammissibili.

    10.1. Sul punto, la controricorrente ritiene nuove le doglianze così prospettate, negando poi avere le controparti azionato i rimedi interni, per non avere mai agito per evizione.

    10.2. Ora, detti motivi attengono a doglianze mosse nella precedente fase di merito dal solo P.C. (come si evince dalla sentenza d'appello, p. 14), in relazione sia ad asserita nullità della vendita per violazione delle norme in tema di espropriazione forzata di beni ricadenti nella comunione legale, sia a pretesa incompatibilità del diritto interno col diritto comunitario.

    E' quindi evidente la relativa carenza di legittimazione attiva anzitutto del P., trattandosi (quanto alla questione concernente la comunione legale) di pretesi vizi che egli avrebbe dovuto autonomamente denunciare ex art. 617 c.p.c. (v. supra, par. 2) ed entro i relativi rigorosi termini decadenziali, nonchè (quanto alla chiesta rimessione alla Corte di Giustizia) di domanda che egli non ha titolo per proporre, afferendo alla posizione sostanziale della propria moglie e ostandovi, quindi, il disposto dell'art. 81 c.p.c..

    10.3. In relazione al capo di sentenza relativo alla comunione legale, sussiste però la carenza di legittimazione attiva anche di S.L., afferendo il motivo in esame, (anche) da lei proposto, a domande che ella non ha mai avanzato nei precedenti gradi, e che - nell'opposta ipotesi - non avrebbe comunque potuto proporre nel giudizio di opposizione di terzo all'esecuzione, non essendo parte del procedimento esecutivo (v. supra, par. 4).

    11. - Infine, la censura alla sentenza d'appello mossa dalla S. in ordine al rigetto dell'istanza di rimessione alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea può essere esaminata in uno alla sollecitazione rivolta anche a questa Corte di un rinvio pregiudiziale alla medesima Corte, in cui eventualmente possa risolversi, se non altro in parte, l'ultimo motivo di ricorso.

    11.1. Al riguardo, è noto (tra le ultime: Cass. Sez. Un., ord. 10 settembre 2013, n. 20701) che il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia non costituisce un rimedio giuridico esperibile automaticamente a semplice richiesta delle parti, spettando solo al giudice stabilirne la necessità (Corte giust. 21 luglio 2011, Kelly, in CI04/10; 22 giugno 2010, Melki in CI 88 e 189/10): infatti, esso ha la funzione di verificare la legittimità di una legge nazionale rispetto al diritto dell'Unione Europea e se la normativa interna sia pienamente rispettosa dei diritti fondamentali della persona, quali risultanti dall'evoluzione giurisprudenziale anche della Corte di Strasburgo e recepiti dal Trattato sull'Unione Europea; sicchè il giudice, effettuato tale riscontro, non è obbligato a disporre il rinvio solo perchè proveniente da istanza di parte (Cass. 9 luglio 2015, n. 14375; Cass. 16 maggio 2014, n. 10738; Cass., ord. 24 marzo 2014, n. 6862; Cass. 21 giugno 2011, n. 13603).

    D'altra parte (da ultimo, v. Cass. 5 luglio 2013, n. 16886), la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, nell'esercizio del potere di interpretazione di cui all'art. 234 del Trattato istitutivo, non opera come giudice del caso concreto, bensì come interprete di disposizioni ritenute rilevanti ai fini del decidere da parte del giudice nazionale, in capo al quale permane in via esclusiva la funzione giurisdizionale.

    Pertanto, il giudice nazionale di ultima istanza non è soggetto all'obbligo di rimettere alla Corte di giustizia delle Comunità Europee la questione di interpretazione di una norma comunitaria quando non la ritenga rilevante ai fini della decisione o quando ritenga di essere in presenza di un acte claire che, in ragione dell'esistenza di precedenti pronunce della Corte ovvero dell'evidenza dell'interpretazione, rende inutile (o non obbligato) il rinvio pregiudiziale (tra le altre: Cass., Sez. Un., 24 maggio 2007, n. 12067; Cass., ord. 22 ottobre 2007, n. 22103; Cass. 26 marzo 2012, n. 4776; Cass. 29 novembre 2013, n. 26924; Cass. 19 marzo 2015, n. 5514).

    11.2. Ma, in applicazione di tali principi, deve sottolinearsi che integra un acte claire, tale cioè da precludere in radice qualunque anche solo astratta contrarietà alle normative comunitarie o Eurounitarie e la stessa possibilità di rimessione degli atti alla Corte di Giustizia (così assolvendosi all'obbligo di esplicita motivazione sul punto, ribadito di recente da Corte Giust. 21 luglio 2015, Schipani et al., in causa n. 38369/09), l'interpretazione della disciplina nazionale sulla devoluzione della tutela del coniuge in regime di comunione legale - attesa l'invalsa e consolidata qualificazione di questa come "comunione senza quote" (corrispondente anzi ad istituti di matrice germanica e quindi diffusi anche in ambito Europeo o comunque non limitati all'ambito nazionale) e quindi insuscettibile di pignoramento separato o per quote - alla mera sede esecutiva, nel corso della quale, essendovi comunque almeno indirettamente assoggettato perchè coinvolto (a somiglianza di qualunque altro contitolare di diritti sui beni pignorati, che subisce gli effetti dell'espropriazione per il debito di un contitolare pur non essendo egli stesso in alcun modo debitore o responsabile per il debito che gli provoca la perdita della titolarità del bene in natura), egli può avvalersi degli strumenti propri del processo e, a tutto concedere, apparendo idoneo contemperamento tra il suo diritto dominicale e la responsabilità del suo coniuge verso i propri debitori la partecipazione prioritaria alla distribuzione del ricavato della vendita del bene.

    12. - In conclusione, il primo, sesto e settimo motivo sono inammissibili; il secondo, terzo, quarto e quinto motivo sono infondati e vanno quindi respinti.

    Nel suo complesso considerata la fattispecie, può invero concludersi che bene è stata applicata ad essa il seguente principio di diritto:

    per il debito di uno dei coniugi correttamente è sottoposto a pignoramento per l'intero il bene, pure se in parte compreso nella comunione legale con l'altro coniuge, con conseguente esclusione di ogni irritualità o illegittimità degli atti tutti della procedura, fino all'aggiudicazione ed al trasferimento di quello in favore di terzi compresi, nonchè con esclusione della fondatezza della pretesa del debitore esecutato e dell'opponente originaria non solo di caducare tali atti, ma pure di separare di quel bene parti o quote o di conseguire dalla procedura esiti diversi dalla vendita per l'intero, salva la corresponsione al coniuge non debitore, in sede di distribuzione, della metà del ricavato lordo di essa, dovuta in dipendenza dello scioglimento, avutosi sia pure in via eccezionale limitatamente a quel bene, ma per esigenze di giustizia ed all'ano del decreto di trasferimento, della comunione legale in parola.

     

    13. - All'infondatezza del ricorso consegue la condanna dei ricorrenti, tra loro in solido per l'evidente identità di posizione processuale, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente.

     

    In relazione alla data di proposizione del ricorso per cassazione (successiva al 30 gennaio 2013), deve darsi atto dell'applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

     

    P.Q.M.

     

    La Corte:

     

    - rigetta il ricorso;

     

    - condanna i ricorrenti, tra loro in solido, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente, nella qualità in atti ed in pers. del leg. rappr.nte p.t., liquidate in Euro 7.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre maggiorazione per spese generali ed oltre accessori nella misura di legge;

     

    - ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modif. dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

     

    Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 21 gennaio 2016.

     

    Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2016

    Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Giugno 2016 08:39
     


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