Home ARCHIVIO 2004-2010 SULLA QUALIFICAZIONE DI ORGANISMO DI DIRITTO PUBBLICO
  • Martedì 06 Luglio 2004 14:51
    E-mail Stampa PDF
    Archivio/2004-2010

    SULLA QUALIFICAZIONE DI ORGANISMO DI DIRITTO PUBBLICO

    TAR Palermo n. 1304 del 06/07/2004

    1. Pubblica Amministrazione – Enti pubblici – Organismo di diritto pubblico – Nozione comunitaria – Sussunzione – Ente ecclesiastico – Attività - Fattispecie 2. Appalto pubblico – Gara – Servizi di architettura e ingegneria afferenti la progettazione delle opere finanziati con una misura del Fondo Sociale Europeo

    1- Deve rilevarsi la piena compatibilità della sussunzione di un ente ecclesiastico nella nozione di organismo di diritto pubblico di cui all’art. 2, primo comma, lett. b), del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 157, secondo le coordinate ermeneutiche indicate dalla giurisprudenza comunitaria, avuto riguardo alla realizzazione, con fondi pubblici (nella specie col Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), di attività di conservazione di beni d’interesse storico-artistico. Infatti, l’ambito di applicazione soggettivo della disciplina dell’evidenza pubblica comunitaria prescinde dalla veste giuridico-formale dell’ente che realizza, mediante contratti di appalto, il lavoro o il servizio. 2. Pertanto, l’ente ecclesiastico rientra tra i soggetti tenuti, ex lege, all’adozione delle procedure di evidenza pubblica, per i servizi di architettura e di ingegneria afferenti la progettazione delle opere – (finanziati dal bando con una misura del Fondo Sociale Europeo) finalizzate alla conservazione ed al restauro di un “complesso monumentale di inestimabile valore storico-artistico”.In tal caso l’ente agisce quale gestore di un bene immobile appartenente al patrimonio pubblico, chiedendo finanziamenti pubblici da utilizzare quale corrispettivo per attività d’interesse pubblico (la conservazione, la valorizzazione e, dunque, la fruizione di beni di interesse storico-artistico).

    - - - - - - - - - - - - - - - - - -


    REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, Sezione II, ha pronunziato la seguente N.1304/04 R.Sent. N. 484 R.Gen.ANNO 2003 S E N T E N Z Asul ricorso n. 484/2003, sezione II, proposto dalla Provincia di Sicilia della Compagnia di Gesù, in persona del legale rappresentante pro tempore, padre Faustino Licata S.J., anche nella qualità di rettore p.t. della Chiesa del Gesù di Casa Professa di Palermo, rappresentato e difeso dagli avvocati Antonino Giaimo e Alberto Marolda, ed elettivamente domiciliato presso lo studio del primo, in Palermo, via Libertà n. 39CONTRO- l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ed Ambientali e della P.I., Dipartimento beni culturali ed educazione permanente, in persona del Dirigente generale pro tempore, del Dipartimento;- la Regione Siciliana, in persona del Segretario Generale pro tempore;rappresentati e difesi, per procura a margine della memoria di costituzione, dagli avvocati Michele Arcadipane e Giovanni Carapezza Figlia, ed elettivamente domiciliati presso la sede dell’Ufficio legislativo e legale della Regione siciliana, in Palermo, via Caltanissetta 2/e E NEI CONFRONTI del Comune di Palermo, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Adriana Masaracchia, elettivamente domiciliato in Palermo, via Maqueda n. 182, presso la sede dell’Ufficio legalePER L’ANNULLAMENTO, PREVIA SOSPENSIONE quanto al ricorso introduttivo:- del Decreto assessoriale n. 7892 del 15 novembre 2002, con il quale l’Assessorato regionale dei BB.CC.AA. e P.I. ha approvato la graduatoria definitiva degli interventi ritenuti ammissibili, di quelli risultati non ammissibili, nonché dei progetti ammessi al finanziamento a carico del Fondo europeo di sviluppo regionale (F.E.R.S.) – Q.C.S obiettivo 1 2000/2006 – P.O.R. Sicilia 2000/2006, nella parte in cui prevede l’esclusione del progetto presentato dalla provincia regionale di Sicilia della Compagnia di Gesù dalle istanze ammesse al finanziamento, inserendolo tra gli interventi ritenuti non ammissibili;ove necessario:- della nota prot. 974 del 22 novembre 2002, con la quale l’Assessorato regionale dei BB.CC.AA. e P.I. ha comunicato l’inclusione, ad opera del D.A. n. 7892/2002, del progetto della ricorrente fra gli interventi ritenuti non ammissibili;- delle corrispondenti determinazioni assunte dalla Commissione per la selezione e la formazione delle graduatorie dei progetti;in via subordinata:- del bando, pubblicato nella G.U.R.S. del 15 giugno 2001, parte I, n. 30, con cui sono state dettate le “modalità di presentazione delle istanze e di svolgimento delle azioni cofinanziate dal Fondo europeo di sviluppo regionale - – Q.C.S obiettivo 1 2000/2006 – P.O.R. Sicilia 2000/2006 – bando multasse e multimisura”, in parte qua, ove interpretato nel senso della sussistenza, per gli enti ecclesiastici, dell’onere di adozione, in data anteriore alla pubblicazione del bando, delle procedure di evidenza pubblica per l’affidamento dell’incarico di progettazione delle opere da ammettere al finanziamento de quo;- di ogni altro provvedimento presupposto, connesso e conseguenziale;quanto al ricorso per motivi aggiunti:- della nota dell’Assessorato regionale ai BB.CC.AA. e P.I., prot. n. 3221 del 6 ottobre 2003, con il quale è stato attribuito al progetto della ricorrente il punteggio di punti 40, ai fini dell’inserimento nella graduatoria provinciale di Palermo relativa al finanziamento a carico del Fondo europeo di sviluppo regionale (F.E.R.S.) – Q.C.S. Obiettivo 1 2000/2006 – P.O.R. Sicilia 2000-2006, nella parte in cui pone come condizione per l’accantonamento della somma di cui all’ordinanza del C.G.A.R.S. n. 340/2003 l’assunzione da parte della ricorrente (o, in alternativa, da parte del F.E.C.) dell’ impegno di pagare a proprio carico le spese per gli oneri tecnici di progettazione, direzione lavori, misura e contabilità e redazione del piano di sicurezza previste dall’elaborato progettuale, nonché nella parte in cui eclude dall’ammissibilità a finanziamento le spese per il restauro delle opere d’arte mobili previste nell’elaborato progettuale;- ove occorra, della nota prot. 3887 del 2 dicembre 2003, con la quale l’Assessorato predetto ha ribadito quanto già disposto con la precedente nota prot. 3221 del 6 ottobre 2003;- di ogni altro atto, eventualmente emanato in esecuzione delle determinazioni impugnate.Visto il ricorso introduttivo con i relativi allegati;Visti gli atti di costituzione in giudizio dell’amministrazione intimata e dell’amministrazione controinteressata;Visto il ricorso per motivi aggiunti;Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;Vista l’ordinanza cautelare 237/2003 emessa da questa Sezione; Visti gli atti tutti di causa;Designato relatore il Referendario Giovanni Tulumello;Uditi, alla pubblica udienza del 5 febbraio 2004, i procuratori delle parti come da verbale;Ritenuto in fatto e considerato in diritto.FATTOCon ricorso notificato il 21 gennaio 2003, e depositato il successivo 31 gennaio, la ricorrente, ente ecclesiastico, ha impugnato il provvedimento con il quale la richiesta di finanziamento presentata – in relazione ad opere di restauro da eseguirsi presso la Chiesa del Gesù di Casa Professa di Palermo, di proprietà del Fondo edifici di culto presso il Ministero dell’Interno e di cui essa ricorrente è conduttrice - è stata esclusa da quelle valutabili, per mancato ricorso alla procedura pubblicistica di scelta del professionista incaricato di redigere il progetto esecutivo di restauro.Si costituivano in giudizio le Amministrazioni regionali intimate, che con memoria del 14 aprile 2003, oltre ad eccepire la tardività del ricorso, ne chiedevano il rigetto siccome impugnato nel merito. Si costituiva in giudizio altresì il Comune di Palermo, intimato quale ente controinteressato.Con ordinanza cautelare 237/2003, è stata respinta la domanda di sospensione degli effetti dei provvedimenti impugnati.Con ordinanza 370/2003, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Siciliana accoglieva l’appello proposto avverso la citata ordinanza cautelare di rigetto, ai soli fini “dell’accantonamento dell’importo residuo richiesto, decurtato degli oneri sostenuti per la progettazione”, ed “impregiudicata ogni valutazione in ordine alla ammissibilità del finanziamento delle spese di progettazione”. Successivamente, l’Assessorato regionale ai BB.CC.AA. e P.I., con nota prot. n. 3221 del 6 ottobre 2003, attribuiva al progetto della ricorrente il punteggio di punti 40, ai fini dell’inserimento nella graduatoria provinciale di Palermo relativa al finanziamento a carico del Fondo europeo di sviluppo regionale (F.E.R.S.) – Q.C.S. Obiettivo 1 2000/2006 – P.O.R. Sicilia 2000-2006, ponendo come condizione per l’accantonamento della somma di cui alla citata ordinanza del C.G.A.R.S. l’assunzione da parte della ricorrente (o, in alternativa, da parte del F.E.C.) dell’ impegno di pagare a proprio carico le spese per gli oneri tecnici di progettazione, direzione lavori, misura e contabilità e redazione del piano di sicurezza previste dall’elaborato progettuale, ed escludendo dall’ammissibilità a finanziamento le spese per il restauro delle opere d’arte mobili previste nell’elaborato progettuale.Avverso tale provvedimento la ricorrente proponeva ricorso per motivi aggiunti, riproducendo le stesse censure proposte avverso i provvedimenti impugnati con il ricorso introduttivo, che per invalidità derivata vizierebbero anche quello oggetto di ricorso per motivi aggiunti, e deducendo altresì l’autonoma censura di eccesso di potere per illogicità manifesta e sviamento, e di falsa applicazione del Complemento di programmazione del P.O.R. Sicilia 2000/2006, in relazione alla ritenuta (da parte dell’amministrazione) non inclusione nel finanziamento delle opere d’arte mobili, stante l’affermato nesso pertinenziale fra la chiesa e dette opere d’arte.La difesa dell’amministrazione intimata resisteva al ricorso per motivi aggiunti con memoria. Il ricorso è stato trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 5 febbraio 2004.DIRITTO1. Preliminarmente dev’essere scrutinata l’eccezione di irricevibilità del ricorso per tardività, formulata dalla difesa dell’amministrazione intimata.L’eccezione è infondata.Essa si fonda sull’assunto che la parte ricorrente conoscesse già le motivazioni della esclusione dal finanziamento per effetto della nota n. 2367 del 5 agosto 2002 inviata dall’Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I. alla parte ricorrente, cui quest’ultima ha controdedotto con nota dell’8 agosto 2002.La richiamata corrispondenza ha riguardo ad uno scambio endoprocedimentale con il quale le parti del procedimento (il richiedente il finanziamento e l’amministrazione) si comunicano informazioni e valutazioni circa il progetto presentato (la predetta nota del 5 agosto 2002, infatti, così esordisce: “In riscontro alla richiesta di informazioni”).Il provvedimento lesivo, costitutivo dell’effetto giuridico contestato dalla parte ricorrente, è soltanto il decreto assessoriale impugnato con il ricorso introduttivo, con il quale è stata approvata la graduatoria dei finanziamenti ed è stata inclusa la richiesta dell’odierno ricorrente fra le richieste non ammissibili.Del resto, la parte ricorrente non aveva motivo di impugnare la nota del 5 agosto 2002, sia perché priva di contenuto provvedimentale, sia perché, a seguito delle controdeduzioni successivamente rivolte all’amministrazione dalla stessa ricorrente (versate in atti), l’amministrazione, valutate positivamente tali controdeduzioni, avrebbe – in tesi - potuto decidere nel senso auspicato dai richiedenti il finanziamento.Il provvedimento del 15 novembre 2002 non è infatti meramente confermativo della nota del 5 agosto 2002, non foss’altro che per il dato della considerazione, solo nel secondo caso, delle ragioni rappresentate dalla parte privata anche a mezzo di consulenza legale (dal che il diverso contenuto della valutazione discrezionale posta a fondamento dei due provvedimenti).2. Nel merito, va osservato che si controverte intorno alla necessità o meno di affidare il contratto relativo all’attività di progettazione dei lavori da finanziare, per un corrispettivo di circa € 1.500.000,00, secondo le regole dell’evidenza pubblica. Il bando relativo ai finanziamenti in questione (pubblicato nella G.U.R.S. del 15 giugno 2001), prevedeva, all’art. 7, che l’inserimento “in programma degli interventi avverrà nel rispetto della vigente normativa in materia di appalti pubblici” (il concetto è ribadito dal successivo art. 12).Nessuna esenzione soggettiva, in relazione alla natura dell’ente richiedente, od oggettiva, in relazione al tipo di attività da finanziare, è stabilita nel bando rispetto al richiamato principio.2.1 A fronte di tale considerazione, appare infondato il primo motivo del ricorso introduttivo, con il quale si censurano i provvedimenti impugnati per violazione e falsa applicazione del bando; eccesso di potere per contraddittorietà, erroneità dei presupposti,travisamento dei fatti, sviamento; falsa applicazione della disciplina pubblicistica in materia di appalti di LL.PP.In particolare, non può essere condivisa l’argomentazione secondo la quale “la provincia di Sicilia della Compagnia di Gesù, in quanto ente ecclesiastico e dunque soggetto giuridico privato, non rientra tra i soggetti tenuti, ex lege, all’adozione delle procedure di evidenza pubblica”.In generale, su tale questione, va precisato che l’ambito di applicazione soggettivo della disciplina dell’evidenza pubblica comunitaria prescinde dalla veste giuridico-formale dell’ente che realizza, mediante contratti di appalto, il lavoro o il servizio.Nel caso di specie, l’approvazione dei progetti comporta il finanziamento con fondi pubblici di attività - di lavoro (i restauri) e di servizio (i servizi di architettura e di ingegneria afferenti la progettazione delle opere) – finalizzate alla conservazione ed al restauro di un “complesso monumentale di inestimabile valore storico-artistico” (pag. 3 del ricorso introduttivo) .Non pare pertanto dubbia la sussistenza, in capo all’ente ricorrente, dotato di personalità giuridica, tanto del finanziamento maggioritario di tali attività attraverso il “Fondo europeo di sviluppo regionale”, quanto della natura non industriale o commerciale dei bisogni di interesse generale che intende soddisfare la Provincia di Sicilia della Compagnia di Gesù, quale gestore del complesso monumentale oggetto dell’attività in questione.L’ente ecclesiastico in questione, quale gestore di un immobile appartenente al Fondo Edifici di Culto, opera per il soddisfacimento di bisogni di interesse generale (conservazione e tutela del patrimonio storico-artistico).Per quanto, come meglio si specificherà, il ricorso in esame -alla luce della graduazione logico-giuridica delle argomentazioni poste a fondamento dei motivi – può e deve essere deciso prescindendo da opzioni qualificatorie nel senso accennato, non si può tuttavia omettere di rilevare la piena compatibilità della sussunzione dell’ente ricorrente, avuto riguardo ai superiori elementi (realizzazione, con fondi pubblici, di attività di conservazione di beni d’interesse storico-artistico), nella nozione di organismo di diritto pubblico di cui all’art. 2, primo comma, lett. b), del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 157, secondo le coordinate ermeneutiche indicate dalla giurisprudenza comunitaria (da ultimo Corte di Giustizia, sez. V, sentenza 22 maggio 2003, in causa C/18-01, ove, tra l’altro, l’affermazione secondo la quale è irrilevante, al fine di “determinare l’esistenza di un interesse generale”, il “numero degli utenti diretti di un’attività o di un servizio”; per un significativo avvicinamento della giurisprudenza amministrativa alla nozione funzionale di organismo di diritto pubblico ricavabile dalla giurisprudenza comunitaria, Consiglio di Stato, sez. V, 22 aprile 2004, n. 2292).Del resto, in fattispecie strutturalmente analoga a quella in esame, il Consiglio di Stato (sez. V, decisione 6 ottobre 2003, n. 5902), ha escluso che fosse assoggettato alla disciplina dell’evidenza pubblica l’appalto dei lavori di recupero di un edificio (di proprietà di un gestore di servizi pubblici, e gestito da un soggetto privato), solo perché in quel caso si trattava di attività di manutenzione o ristrutturazione di beni inerenti al loro migliore sfruttamento economico, e non alla tutela di valori storici od artistici.Nel caso di specie, dunque, l’ente ricorrente ha agito quale gestore di un bene immobile appartenente al patrimonio pubblico (e segnatamente al Fondo per gli edifici di culto), chiedendo finanziamenti pubblici da utilizzare quale corrispettivo per attività d’interesse pubblico (la conservazione, la valorizzazione e, dunque, la fruizione di beni di interesse storico-artistico).2.2 Non può essere pertanto condiviso l’assunto centrale del ricorso introduttivo: “L’applicabilità della disciplina pubblicistica, dunque – peraltro per ammissione della P.A. – non deriverebbe, ipso iure, dalla disciplina normativa vigente, bensì dall’effetto estensivo scaturente dall’inclusione, operata dal bando, dell’ente eccelesistico tra i soggetti beneficiari del contributo”.In ogni caso, anche a voler accedere alla superiore prospettiva ricostruttiva, appaiono infondate le censure – rivolte verso il bando – con le quali si lamenta il rinvio, da questo operato, alla disciplina legale dell’evidenza pubblica per lo svolgimento delle attività da finanziare.La parte ricorrente svolge, sul punto, un duplice (ed alternativo) ordine di censure, entrambe incentrate sul rilievo del termine di centoventi giorni concesso dal bando per la presentazione delle domande di finanziamento:a) ritiene violato il principio di irretroattività delle leggi, ove l’indicato rinvio dovesse essere inteso come implicante l’assoggettamento alle procedure di evidenza pubblica anche di attività (quale l’attività di progettazione) anteriori rispetto alla pubblicazione del bando;b) ritiene viziato da eccesso di potere per contraddittorietà il bando, nella parte in cui assoggetta alla disciplina dell’evidenza pubblica tutte le attività da finanziare (progettazione inclusa), concedendo però un termine incongruo (centoventi giorni) per la presentazione delle domande.2.2.1 Il primo ordine di censure è inammissibile. Nessuna disposizione del bando, fra quelle che qui vengono in rilievo, autorizza una interpretazione nel senso della retroattività delle previsioni del bando medesimo: in particolare, non è dato in alcun modo inferire dalla estensione del termine per la presentazione delle domande la (implicita) necessità dell’anteriorità di alcune delle attività oggetto del finanziamento, e della applicazione (retroattiva) ad esse della disciplina pubblicistica.In realtà ciò che chiaramente si ricava dal bando, è che le attività oggetto dei finanziamenti, cui si riferisce il rinvio alla disciplina dell’evidenza pubblica, avrebbero dovuto essere compiute dopo la pubblicazione del bando stesso.Dunque, l’ente ricorrente avrebbe dovuto, nei centoventi giorni, bandire una procedura per l’affidamento dei servizi di ingegneria ed architettura afferenti l’attività di progettazione, propedeutica alla presentazione del progetto da finanziare.2.2.2. Una simile previsione, così interpretata, ad avviso della parte ricorrente sarebbe viziata da contraddittorietà, per contrasto con la “dichiarata volontà di includere gli enti ecclesiastici tra i soggetti beneficiari, volontà espressamente manifestata al punto 9 del bando del 15 giugno 2001” (sul presupposto della impossibilità, per un soggetto diverso da una pubblica amministrazione, già tenuta – anche prima del bando - per legge al rispetto delle regole dell’evidenza pubblica, di dotarsi in tempo utile di un progetto realizzato a seguito di procedura concorsuale).In relazione a tale censura, che muove da un esatto presupposto interpretativo (giacché, come si è detto, la chiara disciplina del bando è nel senso da ultimo indicato), va anzitutto operata una delibazione di ammissibilità, avuto riguardo al fatto che l’ente ricorrente, al momento della pubblicazione del bando, ha comunque presentato una richiesta di finanziamento corredata da un progetto anteriormente realizzato, al di fuori dell’osservanza delle indicate disposizioni del bando (siccome esattamente interpretate).Il problema della tempestiva impugnazione dei bandi di gara, in materia di contratti della pubblica amministrazione, è stato dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (decisione n. 1 del 29 gennaio 2003) ricondotto al generale profilo della valutazione dell’interesse ad impugnare gli atti amministrativi generali (quale il bando per il finanziamento in esame).La decisione richiamata afferma l’esistenza di un onere di immediata impugnazione del bando, nell’ipotesi in cui la clausola censurata abbia una automatica efficacia escludente, rispetto ad una situazione di fatto già maturata, ed indipendente rispetto al successivo evolvere della vicenda procedimentale: “Per gli atti amministrativi a carattere generale, destinati alla cura concreta di interessi pubblici, con effetti diversi nei confronti di una pluralità di destinatari, non determinati nei provvedimenti, ma chiaramente determinabili, si pone il problema della loro lesività immediata prima dell’adozione degli atti applicativi: prima cioè che gli atti puntuali che delle clausole degli atti generali fanno applicazione, identifichino in concreto i destinatari da essi effettivamente lesi nella loro situazione soggettiva. (….) Ciò che quindi, appare decisivo, ai fini dell’affermazione dell’onere di immediata impugnazione delle clausole che prescrivono requisiti di partecipazione è pertanto non soltanto il fatto che esse manifestino immediatamente la loro attitudine lesiva, ma il rilievo che le stesse, essendo legate a situazioni e qualità del soggetto che ha chiesto di partecipare alla gara esattamente e storicamente identificate, preesistenti alla gara stessa, e non condizionate dal suo svolgimento, sono in condizioni di ledere immediatamente e direttamente l’interesse sostanziale del soggetto che ha chiesto di partecipare alla gara od alla procedura concorsuale. (…..) Tali clausole (….) fanno riferimento ad una situazione (di norma, una situazione di fatto) che è preesistente rispetto al bando, e totalmente indipendente dalle vicende successive della procedura e dei relativi adempimenti, e non richiede valutazioni o verificazioni specifiche. Sotto questo profilo, non è la procedura concorsuale ed il suo svolgimento a determinare l’effetto lesivo (come avviene nel corso della valutazione dell’anomalia dell’offerta), ma direttamente il bando, che prende in considerazione una situazione storicamente ad esso preesistente e totalmente definita. In terzo luogo, le clausole ricollegano alla situazione di fatto presa in considerazione un effetto giuridico diretto (l’impossibilità di prendere parte alla gara o alla procedura concorsuale) che appare immediatamente lesivo dell’interesse sostanziale degli aspiranti. E’ quindi il bando, e non il successivo svolgimento della procedura concorsuale, a determinare esso stesso la lesione dell’interesse degli aspiranti, escludendo per i medesimi, con la partecipazione alla procedura concorsuale, la possibilità di conseguire l’aggiudicazione ovvero (nel caso di concorso in materia di pubblico impiego) la collocazione utile in graduatoria. (….) L’eventuale atto dell’Amministrazione procedente, volto ad escludere l’interessato privo dei requisiti previsti dal bando dalla procedura concorsuale avrà, pertanto, valore meramente dichiarativo e ricognitivo di un effetto e di una lesione già prodottasi nei confronti di chi, avendo comunque chiesto di partecipare alla procedura, attraverso la presentazione della domanda, appare già identificato come destinatario direttamente inciso dal bando di gara o di concorso” (successivamente alla citata decisione dell’Adunanza Plenaria, nello stesso senso si è espressa la V sez. del Consiglio di Stato, nella decisione 22 aprile 2004 n. 2320). Nel caso in esame, il bando prevedeva il necessario assoggettamento alle procedure di evidenza pubblica di tutte le attività da finanziare, progettazione inclusa, mentre l’ente ricorrente, che al momento della pubblicazione del bando era in possesso di un progetto realizzato in difetto di tale requisito, anziché impugnare una disciplina chiaramente preclusiva di un accesso al finanziamento rispetto ad una simile eventualità, indipendentemente da ogni ulteriore valutazione dell’amministrazione sugli altri profili oggetto di valutazione discrezionale, ha presentato una richiesta di finanziamento relativa anche all’attività di progettazione suddetta.La delibazione di ammissibilità delle censure rivolte avverso il bando è comunque assorbita dal rilievo della infondatezza delle stesse.Infatti non è dato ravvisare alcuna contraddittorietà, sul piano logico-giuridico, fra l’ammissione al finanziamento di enti anche non pubblici, e la previsione di un termine di centoventi giorni per la presentazione delle domande.La questione, in questi termini, non può dunque trovare accoglimento.Non vi è, in sé, alcuna contraddittorietà fra la previsione dell’ammissione al finanziamento di enti diversi dalle pubbliche amministrazioni, e la prefissione di un termine di centoventi giorni per la presentazione delle domande: il contrasto, al più, sarebbe ravvisabile ove si sostenesse, con autonoma censura, l’irragionevolezza di tale termine, o la sua inidoneità ed inadeguatezza in relazione alle attività da espletare ed alle forme che queste debbono obbligatoriamente assumere.La clausola che stabilisce il termine in questione potrebbe, in altre parole, porre, in relazione alla partecipazione di soggetti non pubblici, dei problemi di proporzionalità (sotto gli indicati aspetti della idoneità e della adeguatezza) o di ragionevolezza rispetto agli oneri connessi alla presentazione delle richieste di finanziamento: ma tali profili non risultano essere stati dedotti nel ricorso in esame.3. Il ricorso introduttivo va dunque dichiarato infondato in relazione alla domanda annullatoria concernente l’esclusione dal finanziamento dell’attività di progettazione.Va invece accolta la domanda con la quale l’ente ricorrente chiede l’annullamento parziale dei provvedimenti impugnati, con conseguente ammissione al finanziamento per le attività diverse dalla progettazione (come specificato anche nella memoria depositata per l’udienza pubblica del 5 febbraio 2004).La scindibilità strutturale e funzionale delle attività di progettazione rispetto alle altre è stata del resto esplicitamente affermata dalla stessa amministrazione intimata, che nella citata nota del 5 agosto 2002 così concludeva: “Ove, però, codesto Ente intenda sostenere, con fondi propri, la spesa per le competenze tecniche previste, la proposta avanzata potrà essere considerata ammissibile ed il progetto sarà valutato ai fini del suo inserimento in graduatoria”.A tale affermazione ha fatto tuttavia riscontro la valutazione della radicale inammissibilità dell’intera richiesta di finanziamento, in aperto contrasto con la richiamata determinazione dell’amministrazione.4. Occorre a questo punto esaminare il ricorso per motivi aggiunti, proposto avverso i provvedimenti del 6 ottobre 2003 e del 2 dicembre 2003 (con cui l’Assessorato regionale BB.CC.AA. e P.I., nell’ammettere a valutazione il progetto della ricorrente, ha condizionato l’accantonamento della relativa somma all’impegno della stessa parte ricorrente (o, in alternativa del Fondo per gli edifici di culto) di assumere a proprio carico le spese per le competenze tecniche).5. L’eccezione di “intempestività” (rectius: inammissibilità) del ricorso per motivi aggiunti, sollevata dalla difesa dell’amministrazione intimata, per essere stato il ricorso medesimo notificato presso gli uffici dell’Avvocatura dello Stato, è infondato.Le amministrazioni intimate sono legalmente domiciliate presso detti uffici.L’Avvocatura dello Stato, peraltro, si è inizialmente costituita nel presente giudizio, a difesa di tali amministrazioni: salvo poi a declinare il patrocinio, con conseguente costituzione degli attuali difensori dell’amministrazione regionale.Gli indicati accadimenti, relativi a vicende defensionali che hanno interessato la parte resistente, attengono al profilo della rappresentanza in giudizio, non anche a quello della domiciliazione legale (avuto anche riguardo all’avvenuta, iniziale costituzione in giudizio dell’Avvocatura dello Stato).Inoltre, risulta che con nota del 12 gennaio 2004, prodotta dall’amministrazione regionale, l’Avvocatura dello Stato ha trasmesso all’Ufficio legislativo e legale della Regione il ricorso per motivi aggiunti notificatole il 29 dicembre 2003.Si tratterebbe, pertanto, di un vizio non del tempo, ma del luogo della notifica, peraltro sanato.Per tutte le superiori ragioni l’eccezione è infondata.6. Il primo motivo del ricorso per motivi aggiunti è infondato: con esso infatti si ripropongono – sia pure in relazione all’esecuzione dell’ordinanza cautelare d’appello - le censure relative alla pretesa estraneità delle attività di progettazione all’affidamento mediante procedure di evidenza pubblica. Onde valgono le considerazione già svolte al riguardo.7. Il secondo motivo di ricorso è fondato.Con la nota del 6 ottobre 2003 sono stati esclusi dal finanziamento i lavori relativi ad “opere d’arte mobili (tele, paramenti sacri, maioliche, ecc.)”, per ritenuta contrarietà con la disciplina contenuta nel Complemento di programmazione.Viceversa, come affermato nel ricorso per motivi aggiunti, il Complemento di programmazione, nella sezione C4 (“Itinerari del Sacro”) include tra gli interventi ammissibili “gli interventi necessari al restauro del patrimonio artistico di pregio presente negli immobili”, quali – esemplificativamente – “affreschi, sculture, decorazioni, altari, amboni, organi musicali storici”, purché costituenti parte integrante ed inscindibile dell’immobile da restaurare.Come si ricava dal provvedimento impugnato, le opere escluse sono ubicate all’interno del complesso monumentale oggetto della richiesta di finanziamento, sicché l’esclusione non trova riscontro nella richiamata disciplina del Complemento di programmazione, avuto riguardo alle condizioni poste da tale disciplina: d’altra parte, trattandosi di beni mobili (ché altrimenti non vi sarebbe stata necessità di dettare una specifica disciplina per il “patrimonio artistico di pregio presente negli immobili”), il requisito di essere “parte integrante ed inscindibile” non può e non deve essere inteso nel senso di stabile inserimento dell’opera nella struttura fisica del complesso immobiliare in questione.In ogni caso, come si ricava dall’estratto del computo metrico estimativo prodotto in atti, alcune delle opere di cui si discute – come il recupero dell’antica pavimentazione in maiolica, l’installazione di corrimano in legno, di pannelli, di elementi in cristallo – presentano altresì tale caratteristica. Il ricorso per motivi aggiunti va dunque, per questa parte, accolto.8. Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese del giudizio.P.Q.M.Il Tribunale amministrativo regionale della Sicilia, Sezione seconda, definitivamente pronunciando, accoglie in parte il ricorso, e per l’effetto annulla parzialmente i provvedimenti impugnati, secondo quanto specificato in motivazione.----------------------------Spese compensate.---------------------------------------------------Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.-------------------------------------------------------------Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio del 5 febbraio 2004, con l’intervento dei signori magistrati:--------------- Calogero Adamo, Presidente- Giovanni Tulumello, Referendario, estensore.- Francesco Guarracino, Referendario.Depositato in Segreteria il 28 giugno 2004 Il Direttore Maria Rosa Leanza
     
Mondolegale 2011
powered by SviluppoeConsulenza.com